sabato 17 marzo 2012

Quell'ultimo patetico tango

È un film senza amore. Con molto sesso consumato e raccontato. Lui, Marlon Brando, nel ruolo di un ex pugile ed ex giramondo, vedovo e fallito. Lei, Maria Schneider, vent’anni appena, ha viso ingenuo e battuta pronta. L’accoppiata è di quelle che non si dimenticano. L’intreccio è fatto di passione autentica. Fra i due inquilini di uno stesso appartamento.
Vien da pensare a Sigmund Freud o a Wilhelm Reich, al tempo assai di moda; ma anche a Parigi, capitale di un erotismo senza luci e qualche ombra. Una metropoli irriconoscibile, immemore degli antichi splendori. Un luogo in vendita. Un oggetto comune in movimento. Vien da pensare a chi scopre che il sesso sia divertimento (naturalmente) ma anche anticamera della distruzione. Vien da pensare ai giovani del tempo, ai “dreamers”, ai sognatori, come li avrebbe appellati Bernardo Bertolucci in un film di trent’anni dopo.
Lo scheletro di Ultimo tango a Parigi, film scandalo del 1972 diretto da Bertolucci e sceneggiato con Franco Arcalli (C’era una volta in America) è tutto qua. Le sensazioni pure. Ma sono passati quarant’anni e molta acqua sotto i ponti della Senna. Niccolò Amato pubblico ministero che ne ordinò il sequestro (e la successiva distruzione, che rimase quasi lettera morta), oggi non la pensa più come un tempo. «Il concetto del pudore, per quanto riguarda la sfera sessuale, nel corso degli anni si è evoluto in modo radicale», dunque il film-capolavoro oggi la passerebbe liscia. L’accusa oramai celebre “esasperato pansessualismo fine a se stesso” oggi semplicemente non sarebbe più un’accusa: ma un fatto come un altro.
Ma, nei Settanta? A quel tempo (non è soffice nostalgismo ma un fatto, ancora) qualcuno alzò un dito per dire che era bene pensarci un po’. Pensare alle scene di sesso quasi-esplicito e al sesso senza amore rapido, brutale, a volte persino senza scopo. Forse però a guardare Marlon Brando, quarantenne consumato dalla vita e dal suicidio della moglie, misero gestore di un alberghetto a ore; uno yankee misterioso e a tratti malandrino ma tutt’altro che “eroico”, verrebbe in mente un’ideuzza: che i modelli del tempo non fossero né belli, né sani né forti. Qualcuno zoomando sulle immagini che fanno da cornice al dialogo fra Marlon Brando e Massimo Girotti, “rivale” del protagonista e amante della moglie, scoprirebbe le immagini di Albert Camus e Boris Vian. I soli personaggi nobili di una storia piccola piccola, raccontata tuttavia con gran classe. La storia di un uomo brutale ma debole, indecifrabile ma patetico. Patetico come apparirebbe oggi, secondo Amato (che ha ragione da vendere), lo scandalo nato negli anni Settanta per l’uscita del film.

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