domenica 25 marzo 2012

Zidane e Materazzi: molto rumore per nulla


«C’è un grande prato verde / Dove nascono speranze / Che si chiamano ragazzi / Quello è il grande prato dell’amore…», cantava Gianni Morandi nel 1967. Qualunque sia il significato della canzone (si parla del gioco del calcio?), difficile trovare un punto d’incontro con quanto accade oggi nei prati verdi più celebri del mondo, in ogni latitudine. Difficile trovare un legame con quanto avvenuto nel lontano (ma non lontanissimo) 9 luglio del 2006. Amore o violenza? La seconda di sicuro.
Adesso a ricordarcelo – per i non sportivi parliamo della finale dei mondiali di Germania, fra Italia e Francia e della celebre testata di Zinedine Zidane a Marco Materazzi al minuto 111: cioè durante i tempi supplementari – c’è una statua dello scultore algerino Adel Abdessemed (algerino proprio come papà e mamma Zidane), raffigurante la testata più celebre degli ultimi decenni, esposta alla galleria David Zwirner di New York. Abdessemed è un artista concettuale, nato a Costantine in Algeria nel 1971, passato a Parigi e poi nella Grande Mela. Le tematiche dei suoi lavori sono fra le più comuni: violenze e soprusi consumati verso i più deboli (e verso gli animali). Le risultanze sono decisamente contemporanee: immagini sacre e profane le une vicine alle altre, e poi naturalmente combinazioni e contaminazioni: rifiuti, animali, oggetti d’uso piuttosto comune e crocefissi. La statua del famoso fallo di Zidane, dai contorni piuttosto tradizionali (e tradizionale è pure il titolo: coup de tête) è parte di una mostra dal titolo decisamente impegnativo: Who’s afraid of the big bad wolf? (Chi ha paura del lupo cattivo?) ma dal significato fin troppo chiaro: la sovranità del dietro le quinte nello sport e nello spettacolo, e dunque nel mondo d’oggi. Quei dietro le quinte, quelle verità nascoste tutt’altro che amorevoli e a volte inutili, che reggono il timone dei nostri pensieri.
Tuttavia, in quella statua c’è molto di più. Visto che a sei anni dalla vittoria della Nazionale ai mondiali tedeschi (sì, perché quei mondiali l’Italia li ha vinti), i ricordi di quelle “notti magiche” sono roba da preistoria o da romanzetto fantasy. Così come le previsioni ottimistiche circa il vantaggio economico e d’immagine che il nostro Paese poteva ottenere con la vittoria del suo quarto mondiale. Troppo vicina, per paradosso: ancora più vicina oggi, la memoria del mondiale di Spagna del 1982, che segnò una svolta in positivo, e nel breve periodo, per l’Italia. L’ennesima, forse ultima puntata, della lunga storia del made in Italy. Perché no? Il nostro Paese poteva salutare la vittoria come un’opportunità calata dal cielo? Proprio come ai tempi di Enzo Bearzot? Chi lo pensava non aveva fatto i conti con la possibilità di una crisi mondiale, né con l’incapacità cronica del nostro Paese di uscire da un’emergenza istituzionale e da una crisi politica.
Così quell’improvvisa caduta di Materazzi, quel movimento plastico, oltre che simbolo della fine di un certo modo di concepire lo sport (da isola felice a specchio dei tempi e pane per i dietrologi) è anche simbolo del crollo di un’epoca. Della fine del sogno. Ben presto la crisi del 2008 avrebbe riportato tutti – italiani e non – coi piedi sulla nuda terra. Non solo lo sport è pane quotidiano, ma impossibile immaginare che un successo ottenuto in un grande prato verde possa trasformarsi in un successo nella vita. Adesso è tutto maledettamente complicato no? Quello che ha come protagonisti la coppia Zidane-Materazzi è un episodio in grado di riassumere tutti questi significati. E molti altri, a giudicare da ciò che fu scritto all’epoca. Innanzitutto si poneva la questione della provenienza dei due calciatori. Della loro infanzia, insomma delle loro origini. Materazzi, è uomo nato al sud e rimasto presto orfano di madre. È un giocatore che predilige il gioco duro e le partite (come s’usa dire) maschie. Zidane non è da meno: dodici espulsioni nella sua carriera, ha iniziato nelle banlieue marsigliesi. Due tipi tosti almeno in campo (Zidane più introverso), idoli delle rispettive tifoserie e comunità. L’uno soprannominato Zizou l’altro Matrix.
Naturalmente qualcuno scomodò anche la questione religiosa (Zidane è musulmano), razziale, ci fu chi disse che quella testata segnava il fallimento di una certa politica dell’integrazione, chi invece chiamava in causa questioni legate al terrorismo (un’insignificante accusa!). Nulla di tutto questo naturalmente. Il semplice insulto di Materazzi a Zidane (al tempo stesso banale e odioso), non era per nulla inquietante; non aveva nulla di complicato, nulla di destabilizzante, era solo un (maleducato) “a soreta”, un “tua sorella è una putt.” o via discorrendo.
Il casus belli, come si ricorderà, una maglia tirata da Materazzi, difensore, a Zidane, attaccante. Poi la replica di Zidane, ironica; la controreplica di Materazzi con l’insulto e la testata di Zidane (espulso per l’ultima volta in carriera, anche perché quella era l’ultima partita ufficiale). Tutto qua. D’altra parte, la verità era emersa a poco a poco e in maniera spezzettata, fino all’estate del 2007, fino a quando Materazzi non si confessava a “Tv sorrisi e canzoni”. Inizialmente si sospettò di insulti alla mamma di Zidane (subito smentiti), nel frattempo vennero pubblicati libretti colmi di facezie e “canzoni” (virgolette necessarie) entrate nella top ten francese. Almeno per i primi mesi, poi, divenne impossibile contare le interviste, le smentite e i pronunciamenti di personalità più o meno autorevoli. E neppure si contarono le scuse o le nuove accuse (naturalmente non tutte vere) dei protagonisti.
Ad oggi su internet esistono interi siti dedicati all’episodio (www.dilloazidane). Con le soluzioni più stravaganti, rese nei dialetti più impensabili. Con le voci più incredibili (c’è perfino quella di Diego Abatantuono). Alcuni siti invece hanno optato per il comune passatempo: il visitatore può trasformarsi in Zidane e colpire tutti i Materazzi che vuole. La pace ufficiale fra Zizou e Matrix, infine, arriverà alla fine del 2010 in un albergo di Milano. Con un abbraccio fra i due definito caloroso dal quotidiano spagnolo “Marca”. Niente guerra, niente crociata. Quando si dice: molto rumore per nulla.

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