domenica 1 aprile 2012

Mi chiamo Marchesi, Marcello Marchesi

Cosa lega il film del 1957 Susanna tutta panna per la regia di Steno, la canzoncina del 1972 cantata da Loretta Goggi, Taratapunzié, Asterix e uno qualsiasi degli slogan che hanno fatto la fortuna di Carosello? Un nome e un cognome: quelli di Marcello Marchesi. Scrittore (godibilissimo), sceneggiatore, regista, umorista, traduttore di fumetti, canzonettista e all’occorrenza anche cantante. Un uomo capace di mettere d’accordo Marisa Allasio, attrice torinese “povera ma bella”, Pippo Baudo, i produttori di un famoso Brandy e Beethoven, con la sua romanza per violino e orchestra op. 50. Come a dire: un uomo nato per lo spettacolo. Per il pubblico. Per divertirlo, e trasformare all’occorrenza i fedelissimi in consumatori. Un uomo del e per il Novecento: senza fisime, soprattutto.
Marchesi nasce a Milano cento anni fa, il 4 aprile del 1912, nel periodo finale della Belle Époque. In anni nei quali si comincia a pensare al benessere. La sua generazione è destinata a fare grandi cose, nella vita come nell’arte e nello spettacolo. Si laurea in giurisprudenza ma non fa l’avvocato perché nei Trenta (se si è bravi) è possibile scegliere fra professioni diverse. Quella del giornalista, per esempio. Il periodo è buono. Nascono le riviste che pesano (e che pensano): il Marc’Aurelio (1931-1943) con Gabriele Galantara, Steno e Federico Fellini, e soprattutto il Bertoldo (1936-43), edito da Rizzoli, periodico mai “fuori tempo” diretto da Giovanni Mosca e Vittorio Metz con Guareschi caporedattore e Paul Steinberg – fra i padri della grafica contemporanea – collaboratore. Marchesi si fa le ossa con i Rizzoli, poi collabora all’Eiar (AZ Radioenciclopedia), comincia a scrivere per la rivista (Alta tensione e Controcorrente) e per il cinema. È uno che sa fare tutto: o lo si ama o lo si odia. Ammirarlo – è veloce, diretto, zigzagante – vuol dire comprendere a pieno le sue capacità: altrimenti è giusto passare ad altro.
Chi più moderno di lui, d’altra parte? Re dell’aforisma, del battutone e della battutina. Il quotidiano è il suo “pane quotidiano”. Per lui l’attualità - miseralla o allegrotta - non ha segreti. Dai Trenta fino ai Settanta è tutto un fluire di scenette, per sé e per gli altri, col retrogusto del divertimento. Se lo spettacolo – cinema, teatro o televisione – è attività dell’osservare (e non pugnalata alla schiena), Marchesi dice la sua come e più di tutti. È autore che ama il gioco né duro né sporco, privo di segni di riconoscimento. Per questo i suoi slogan e i suoi sketch hanno durata pressoché illimitata. Per questo l’elite dello spettacolo italiano lo vuole (pretende) al proprio fianco. Dagli attori/artisti: Gino Bramieri, Cochi e Renato, Carlo Dapporto, Wanda Osiris e Alberto Sordi; agli autori: Dino Verde, Enrico Vaime e Maurizio Costanzo.
Il cinema, dunque. Per lui e per chi lo affianca fabbrica dei sogni, ma anche del divertimento, dell’umorismo e della comicità leggera ma veloce. Nel 1939 – quando non c’è molto da ridere – collabora con Mario Mattoli alla sceneggiatura di Imputato alzatevi! con Macario. Il regista vuole creare un ibrido dal matrimonio a tre fra pellicola tradizionale, presa in giro (farsa) e attualità. Chi meglio di Marchesi (e non solo lui: si pensi a Metz, Zavattini, Guareschi e lo stesso Fellini) è capace di soddisfare in pieno questa tendenza? S’inizia e si va avanti con Macario – oggi un po’ dimenticato – e si finisce con Totò. Nei Quaranta e nei Cinquanta Marchesi fa coppia fissa col principe della risata ed è sceneggiatore delle pellicole scacciapensieri più note della cinematografia italiana. Qualche titolo: Fifa e Arena, Totò al giro d’Italia, Tototarzan e Totò sceicco (tutte per la regia di Mattoli); e poi anche di: Totò le Mokò, L’imperatore di Capri e Totò lascia o raddoppia? Tanto per non farsi mancare niente: c’è la sua sigla anche dietro il successo di Walter Chari.
Col Walterone nazionale, d’altra parte, sembra avere un tratto in comune: l’Italianità. Il primo mette d’accordo nord e sud, Marchesi invece è contemporaneamente milanese “de Roma” e romano “de Milano”. É uno dei primi (e più noti) umoristi a trascurare la tradizionale comicità legata alle espressioni e ai modi di dire locali e dialettali.
Dal cinema alla tivù il passo è breve (oggi scriveremmo: dalla tivù al cinema). Marcello Marchesi sembra fatto per la televisione. La bella televisione naturalmente, quella degli anni Cinquanta. La sua comicità è leggera quanto basta, le sue prese in giro sono carezzevoli. Non è volgare, non annoia. Piace a tutti, insomma. I varietà televisivi – anche questi sovente firmati con Metz – sono parte della nostra storia (ah, poterli rivedere!). Ai più giovani i titoli non diranno granché, ma il divertimento, tanto per dire, è affatto garantito. Solo qualcuno: Ti conosco mascherina! del 1955 con Antonella Steni, Lui e lei del 1956 con Domenico Modugno, Il signore di mezza età (1963) con Sandra Mondaini, Lina Volonghi e Marchesi come conduttore, e Quelli della Domenica (1968) con Paolo Villaggio e i suoi personaggi: gli opposti professor Kranz e Giandomenico Fracchia – altro fiore all’occhiello del Nostro – al loro debutto. Gli ingredienti per tenere a battesimo i tempi moderni? Ironia ed eleganza. Ma tivù vuol dire anche pubblicità. E la pubblicità bisogna saperla fare, perché il boom economico trasforma ogni italiano in un potenziale cliente. Con Carosello – mitico contenitore di clip pubblicitarie – Marchesi ha sempre giocato in casa. Autore di ben quattromila slogan brevi, efficaci e curiosi fra i quali: «Basta la parola» e «Il brandy che crea un’atmosfera».
Fra i grandi del secolo che è appena trascorso: critici e addetti ai lavori lo giudicano così. Quasi immortale che la sua scomparsa nell’estate del 1978 sembra quasi uno scherzo. Si trova al mare, a San Giovanni di Sinis, nel golfo di Oristano, cerca di divertire il figlio avuto dalla seconda moglie, ma sbatte la testa e muore improvvisamente. Ha solo sessantasei anni, e ha trascorso l’intera vita a scrivere di noi. «Non ho niente da dire. Ma lo devo dire»: è lo slogan col quale può essere ricordato a un secolo dalla nascita. In tanti, che non sono Marcello Marchesi, lo hanno preso troppo sul serio. Purtroppo.

2 commenti:

  1. Voglio ringraziarti Marco per questo bel ritratto di Marcello Marchesi, uno dei più cari ricordi televisivi della mia infanzia (lo guardavo spesso piacevolmente in compagnia del mio amatissimo padre). Poliedrico, versatile, ironico...non serve continuare. Hai già scritto tutto tu, come meglio non si poteva.

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    1. grazie, caro Giovanni. Un abbraccio.

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