domenica 6 maggio 2012

Capote, l'eretico che seduceva i conformisti (Secolo d'Italia, 6 maggio 2012)


Truman Capote. Se ne riparla ogni tanto. L’anno scorso ci si ricordò di lui per i cinquant’anni di Colazione da Tiffany, pellicola di Blake Edwards (quello della Pantera Rosa), con una Audrey Hepburn da leggenda. Capote era l’autore del romanzo omonimo dal quale il film era stato tratto: la storia di Holly Golightly, una giovane donna sintesi di ogni immaginabile scorrettezza, compresa la bisessualità.

Quando il cinema decise di occuparsi delle paturnie della bella Holly (era il ’61 appena tre anni dopo l’uscita del romanzo), la “vecchia Hollywood” approvò solo in parte i temi del libro, compreso il finale non proprio da fiaba: Holly era pur sempre una prostituta e intratteneva rapporti con la mafia. La Holly di Capote era più un personaggio da gioventù bruciata, da anni Cinquanta, che da commedia d’amore; una donna cinica, non propriamente una Cenerentola, indomabile fino alla fine. Capote gran conoscitore della filosofia del buon finale, sapeva di cosa si ragionasse negli ambienti decisamente “upper”. Quelli che frequentò fino a un certo punto. Ambienti perbenisti (e sovente artificiali) a cui non erano affatto sgraditi messaggi forti, né le verità inconfessabili di questo o quel personaggio. Uomini e donne protagonisti di una società conformista, quella degli anni Sessanta, in ogni modo sedotta dal New Journalism che mescolava “novità” a “novità”, fra verità e finzione, cronaca e letteratura. Unica regola: ogni conformista poteva essere catturato dalla giusta dose di anticonformismo.

Truman Capote era comunque un predestinato. Pochi dubbi. Come lo sarà un altro campione dell’America anni Sessanta, Andy Warhol. L’infanzia è di quelle difficili. Genitori per modo di dire, pochi affetti, fra questi quello di Harper Lee premio Pulitzer con Il buio oltre la siepe. In deroga all’imperante buonismo, disprezza i genitori, è omosessuale, è colto, pettegolo, salottiero, snob e nonostante un fisico così e così perfino affascinante. Che sia un tipo scorretto – che non guarda in faccia nessuno – se ne accorgono tutti a metà degli anni Sessanta. Siamo già oltre Colazione da Tiffany, e le delusioni dovute alla sceneggiatura di George Axelrod, che cambia la trama, e alla protagonista principale (Capote avrebbe voluto Marilyn Monroe), sembrano lontane.

In un paese del Kansas, due fuorilegge fanno strage di una famiglia. Capote si butta a capofitto sulla storia e nel 1966 ne trae un libro senza precedenti nella storia della letteratura stelle-e-strisce. A sangue freddo, romanzo-inchiesta ideato “sul campo” (grazie ai colloqui intimi con gli assassini, in galera) combinazione perfetta tra il distacco dell’autore e un coinvolgimento emotivo che va ben al di là di un semplice lavoro. Ne sono stati tratti due film, l’uno dietro l’altro (2005 e 2006): Truman Capote: A sangue freddo di Bennett Miller e Infamous. Una pessima reputazione di Douglas McGrath. Dopo mezzo secolo, pronti a rendere giustizia allo scrittore di New Orleans. A un piccolo maledetto. Come la sua Holly o come Marilyn. Tanto fa lo stesso.

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