giovedì 29 novembre 2012

Mussolini e i gerarchi


Lui e loro. Già. Ma chi è lui e chi sono loro? Lui è Benito Mussolini, ieri duce del fascismo oggi sogno proibito di chi sa di non aver letto. Gli altri sono i reggicoda, i gerarchi, i cardinali che sperano che il papa tiri le cuoia: servitori fedeli in pubblico ma in privato chissà. A farli rincontrare, dopo qualche giornata andata così e così (leggi 25 luglio e successive), il libro di Marco Innocenti, Lui e loro appunto, edito da una casa editrice, Mursia (pp. 322, euro 17), specializzata in biografie e saggi storici sul Ventennio.
Cosa abbia fatto lui lo sappiamo bene. Qualcuno dice che la vera storia del figlio del fabbro – scritta da comunisti e liberali (cioè dai vincitori) – sia stata raccontata da pochi, fedelissimi e tali rimasti, né comunisti né liberali proprio per questo. Qualcun altro che Mussolini abbia condotto alla rovina un paese: non solo dal 1940, non solo dal delitto Matteotti ma fin dal 1922, fin dalla colpevole irresponsabilità delle coeve istituzioni. Altro che rivoluzione italiana. Tradito o traditore? Vittima o carnefice? Da quanti anni ci si pone una domanda – e giù articolesse – in verità sempre meno attuale, sempre meno stimolante?
Il libro possiede il pregio di evitare l’inevitabile. Di raccontarla con parole diverse. Innocenti non crede alle virtù della moraletta: come le milizie – bianche e nere – che si fronteggiano per trasformare un passato che non passa. Alla ricerca delle origini del “grande inganno”. Si deve far storia con la giusta passione: cioè rinunciandovi. In caso contrario è opportuno trasferirsi in uno stadio di calcio (o in un campo di battaglia). E allora? Mussolini fu il fascismo, ma il fascismo non fu solo Mussolini. Accanto a lui una squadra di fratelli minori, tutti più o meno consapevoli che il capo fosse insostituibile, ma che un giorno la commedia dovesse finire (come finì). E coi propri angeli custodi con bandiera al seguito. Una storia più o meno ordinaria dunque. «Ciascuno di loro rappresenta qualcosa, una fetta di fascismo: Ciano, l’azzardo in politica estera, la superficialità, il fascismo mondano; Balbo l’audacia impertinente, il vivere pericolosamente, la modernità, la dimensione internazionale; Grandi, la professionalità diplomatica, i legami con la monarchia e con l’Inghilterra; Bottai, la coscienza critica, la cultura, il sogno della libertà; Starace, il fascismo deteriore, teatrale e buffonesco, l’Italia in camicia nera, l’obbedienza cieca e assoluta; Farinacci, i legami con Berlino, il piccolo fascismo anarcoide e manicheo, edonista e profittatore; Pavolini, l’anima intellettuale del fascismo e l’anima più cupamente violenta, la coerenza fino alla “bella morte”». Il fascismo scomposto nei piccoli fascismi come un’espressione aritmetica, sdraiato sul divano del terapeuta. L’autobiografia di una nazione, senz’altro quella, che dallo psicanalista ci va, ma con scarso piacere.

venerdì 23 novembre 2012

L'uomo che cavalcava la tigre


A scanso di equivoci e chiedendo scusa a Filippo Tommaso Marinetti. Realtà e finzione, condotta della vita – così la chiamavano i filosofi pragmatici – e tostissima simbologia. O in un modo o nell’altro. Per capire chi fosse e cosa volesse dalla vita (per sé, per gli altri ma non per tutti) Julius Evola, barone immaginario e siciliano mancato, si può scegliere un pensiero anziché un altro. Purché si avanzi senza tema d’altrui ferocia.
Ce ne sarebbero altre, di strade, di cui si dirà domani. Battute da dipendenti pubblici e studenti. Ben pagati i primi, immersi nel conformismo incapacitante de “la democrazia è forma di governo da kali yuga” i secondi (e smaniosi di un’occupazione di prestigio). Per il momento rammentiamo la lettera che Stefano Arcella tirò fuori, tempo fa, di un Evola ossequioso verso l’odiato Giovanni Gentile (Fondazione Julius Evola, 2000), che diceva così. Ma proprio così: «Ill. mo Professore, mi perdoni se vengo a Lei per una piccola raccomandazione: vorrei pregarLa di non essere troppo severo nei riguardi di un mio articolo». Eccetera. Anno 1927 e roba da italiano-tipo. Poi, c’è l’Evola da Cappella Sistina mago-barone, supereroe e superfascista (il fascismo fu già quel che fu, figuriamoci una versione super), armigero con penna e pennello. Il “fratellastro” che bombarda la modernità – dal parlamento ai jeans – e ispira poeti e romanzieri. Year after year, bisestili compresi.
Nella pentolaccia degli evolisti: artisti e novellieri possiedono il cuore di Biancaneve, ma altri quelli della strega. Gli evolisti sono come i comunisti, su cento uno è in buona fede. Fra i buoni Gianfranco de Turris, galantuomo, nato nella destra anni Settanta: con una quantità di sostenitori che tallona il debito pubblico. Con lui Alberto Henriet: cinquantenne di Aosta distinto prosatore fantasy. Il primo è prefatore, il secondo autore de L’uomo che cavalcava la tigre. Il viaggio esoterico del barone Julius per i tipi della Tabula Fati. Saggio? non proprio. Romanzo? no di certo. Allora? Allora: viaggio esoterico all’interno dei quadri di Julius Evola, che includono la vita stessa di Julius Evola, che a sua volta completa quella di compagni e conoscenti. È un gioco (naturalmente): cavalieri, alchimisti, visioni e sdoppiamenti. Fino all’intervista impossibile, la circonferenza perfetta: Evola mostrerà se stesso prima di fissare la morte.

La conoscenza suprema


Giandomenico Casalino ci ha abituati ai ragionamenti filosofici. Studioso dal punto di vista della Tradizione di un mondo catturato nel suo darsi intimo e/o segreto. La sua realtà è immediata e complicatissima allo stesso tempo. Fatta di miti, metafore, manifestazioni dell’essere e di cerche: in primo luogo delle Origini – con la maiuscola come la Tradizione – poi, di fianco, della spiritualità indoeuropea. I suoi colleghi di lavoro sono Platone, Plotino, Hegel, Evola e gli ermetici, coi quali dialoga con trasporto.
Non da oggi i suoi studi affascinano chi vuol comprendere il perché dei perché della fenomenologia dei tempi ultimi. Chi si nutre di termini impegnativi come “Uno” e “Assoluto”, pur non abusando dei contenuti. Chi, infine, ama polemizzare sugli antichi genitori di uomini e idee con stile e prosperità di argomenti. Sì perché (qui non stiamo a nasconderlo) il mondo di chi si occupa di studi ed esperienze specifiche che riguardano la tradizione o le tradizioni, e poi: origini, ontologie e deontologie, è attraversato da, e attraversa a sua volta pensieri, pensatoi e pensatori diversi. Anzi opposti, di più: nemici. Ma Casalino ha idee chiare come pochi (va tenuto distinto da chicchessia) e le affida a saggi e interventi sapientemente dosati. «Tutte le Tradizioni sapienziali quindi metafisiche e non religioso-devozionali», dice a Eugenio Barraco che lo intervista per il sito “Ereticamente”, «non sono altro che dei percorsi per “ricordare” (anamnesi platonica) di essere (e di essere sempre stato) solo ed esclusivamente il Se; sono combattimenti per la “costruzione” (Grande Opera) del Se che è lo Spirito ed è l’Idea divina del Mondo; solo se è cancellata la pretesa centralità (cristiana) dell’uomo, solo quando l’uomo non è più tale ma Essere aperto al Mondo, attraversato dalle potenze Divine del Mondo, solo allora Egli sarà l’Intero e cioè Pensiero cosmico in quanto Uomo cosmico, Soggetto universale, dove la singola candela non c’è più (anzi non c’è mai stata) poiché ciò che esiste da sempre è solo il candelabro, composto da innumerevoli candele che sono esso stesso e la sua unica luce».
Il suo ultimo libro edito da Arya (Genova) percorso da tensioni platoniche, è impegnativo fin dal titolo. In linea con una scelta di campo che non conquista il difetto della banalità: La conoscenza suprema, essere la concretezza luminosa dell’idea. Si tratta di un saggio – o raccolta di saggi – edito con lo scopo dichiarato dallo stesso Casalino nel corso dell’intervista su “Ereticamente” di procurare nel lettore un «mutamento di stato» per uccidere tutte le illusioni dell’io. Il punto di partenza – e anche quello d’arrivo e di mezzo – è individuare nella conoscenza non un percorso di semplice esposizione (come si trattasse di un compitino da svolgere a casa o un passatempo per il dopolavoro), ma uno stato: una «modalità ontologica della “propria” natura». Conoscere non è sapere nel suo significato più debole, ammette Casalino, ma essere nel suo contenuto concreto. Non è forse questo il segreto dell’interezza dell’uomo, che si manifesta senza alcun intermediario? Senza imprecisioni o astrattamente?

martedì 13 novembre 2012

La libertà per Luigi Einaudi


Quando decisero di farlo presidente della repubblica, racconta Montanelli, pensò prima di ogni cosa alla salute: «sono claudicante e in piedi ho bisogno di appoggiarmi al bastone con la mano destra. La sinistra sarà occupata a tenere il cappello. Come farò a salutare bandiere e a stringere la mano a generali e ammiragli?». L’Italia avrebbe fatto bella figura con un presidente così? (naturalmente sì). Oggi chiunque  penserebbe ai privilegi e a “entrare nella storia” come una rock star armata di microfono.
Già sessant’anni fa per Luigi Einaudi (1874-1961), molte cose furono diverse dal consueto. Per qualcuno era un “semplice” predestinato a una gran carriera. Lo spiega bene anche Francesco Tomatis che dedica il suo nuovo libro – Verso la città divina, ed. Città Nuova – al più illustre cittadino di Carrù, laureatosi a soli ventun anni e professore a meno di trenta. Prima di tutto: il lavoro. Ministro, governatore della banca d’Italia, giornalista (il libro pesca dal serbatoio dell’Einaudi pubblicista), rettore e imprenditore agricolo all’avanguardia. Antifascista e uomo di penna aduso al culto della praticità: quella che fece grandi i padri della prima repubblica che sognarono a occhi aperti solo fra un summit e l’altro. Liberale, ma per dirla con Giano Accame autore di provvedimenti non «ortodossamente liberali». Fra predicatori d’ogni tipo – comunisti e criptocomunisti – Einaudi tenne comunque la barra dritta verso la meta della libertà. Senza pericolose (ipocrite?) declinazioni.
«La libertà per Einaudi è innanzitutto libertà personale, del singolo uomo, morale, interiore, propria alla singola coscienza individuale della persona». Ma è anche libertà collettiva, di chi vive in comunità lontano dagli schematismi professorali. Infine è anche libertà dello spirito, confronto, pluralità delle opinioni con relativa tutela (e limite) all’interno della legge. Sembra facile vero? Nel dopoguerra si pronunciò anche a favore di un’idea federalista per le sorti dell’Europa. Europa che doveva somigliare a un affresco raffaellesco: «occorre andare al di là di meri rapporti di interesse fra le nazioni, ispirandosi piuttosto a principi spirituali e liberali. “L’avvento di una stabile federazione mondiale è dunque legato al trionfo di ben altri e più alti principii di quelli proprii della mera società economica: al trionfo dei principii della libertà di religione e di pensiero, della libertà di associazione e di stampa, del riconoscimento del diritto di ogni uomo a scegliere la propria vita, a mutare residenza, professione, opinioni politiche e religiose”».
La stretta attualità (l’Europa non è un’opera rinascimentale, ma un quadro espressionista) impone un pensiero e oltre: o queste e altre idee sul destino dell’occidente erano avventate, carta straccia, o le difficoltà attuali restano figlie di numi insolitamente capricciosi. Occorreva ricostruire, ed Einaudi non ebbe tempo per lagnarsi. Fra le righe e non solo la risposta di Tomatis. Anche lui dalla parte del dialogo spirituale e della libertà naturalmente: qui come nei libri precedenti.

Cinquant'anni coi Beatles


Pazzia per pazzia: ascoltiamo prima Richard Wagner poi i Beatles. John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr. Chi più di loro ha influenzato società e cultura? E il clima che vissero e respirarono i loro eredi? L’anno prossimo sarà un anno wagneriano  coi fiocchi, quest’anno accontentiamoci di un anno beatlesiano. Accontentiamoci per modo di dire perché a leggere il bel libro di Andrea Barghi e Maurizio Grasso, Plettri nelle mani di Dio (Solfanelli), pare che i quattro scarafaggi romanticoni anzichenò vadano ancora piuttosto forte.
Due mancini (Paul e Ringo) e due no, due geni (Paul e John – ma gli autori rivalutano eccome l’importanza di Ringo, da sempre considerato anello debole) e due talenti, due morti (John e George) e due vivi, anche se su McCartney girano storielle non molto allegre (sarebbe morto nel novembre del 1966 e sostituito velocemente da un sosia). Eccetera. I Beatles sono un universo a parte, fatto di musica, belle parole («And in the end, the love you take is equal to the love... you make» - Abbey Road), creatività ed estro. Gli autori sottolineano due caratteristiche che hanno reso unici i nostri eroi. I Fab Four non hanno un vero e proprio cavallo di battaglia – neppure Yesterday suonata e cantata per i cinque continenti lo è – dunque il loro successo è tutt’altro che occasionale o fortuito. Revolver, Sgt. Pepper’s…, Abbey Road, cosa può esserci di casuale in una serie di album capolavoro?
Legata a questa, l’idea che i Beatles dal 1962 al 1970 si siano evoluti – di anno in anno diversi da se stessi – insieme ai loro sostenitori. Mai si era visto un complesso cambiare pelle in così poco tempo (difficile che accada in futuro): passare da buon gruppo beat, uno dei tanti, a formazione raffinatissima dallo stile eclettico padrona di suoni, stili e addirittura umori e generi. «Perfezionismo e autoparodia, maturità e gioco: il genio dei Beatles non è mai disgiunto dall’ironia e soprattutto da un profondo bisogno di naturalezza».
A cinquant’anni dal primo 45 giri (ottobre 1962: Love me do, etichetta Parlophone, che era parte della Emi), nulla sembra cambiato. O forse no. Rivalutati perfino dalla chiesa, rivalutati da chi gli impedì di suonare, a quei tempi, i Beatles hanno dovuto pagare un piccolo prezzo: un breve intervallo forse di un decennio – a causa di certa commercializzazione – nel quale si pensò che tutto sommato la musica dei quattro (cinque con George Martin) fosse roba imitabile, superabile senza sforzo. Si sbagliava chi pensava che l’era postbeatlesiana fosse alle porte, cavalcata non si sa bene da quali artisti. Perfino la rimasterizzazione dei loro dischi (oggi in edicola) è stata salutata come un fenomeno epocale. Da fan e critici.
Le celebrazioni per i cinquant’anni di Love me do hanno naturalmente oscurato quelle per i cinquant’anni dei loro grandi rivali i Rolling Stones. «Diversi da tutti» Mick Jagger e compagni, ha scritto Emanuele Trevi sul Corriere del 19 ottobre. E ci può anche stare, perché a nessuno potrà mai venire in mente che George, Paul, Ringo e John possano essere inclusi in una formuletta un po’ grossolana.