martedì 13 novembre 2012

Cinquant'anni coi Beatles


Pazzia per pazzia: ascoltiamo prima Richard Wagner poi i Beatles. John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr. Chi più di loro ha influenzato società e cultura? E il clima che vissero e respirarono i loro eredi? L’anno prossimo sarà un anno wagneriano  coi fiocchi, quest’anno accontentiamoci di un anno beatlesiano. Accontentiamoci per modo di dire perché a leggere il bel libro di Andrea Barghi e Maurizio Grasso, Plettri nelle mani di Dio (Solfanelli), pare che i quattro scarafaggi romanticoni anzichenò vadano ancora piuttosto forte.
Due mancini (Paul e Ringo) e due no, due geni (Paul e John – ma gli autori rivalutano eccome l’importanza di Ringo, da sempre considerato anello debole) e due talenti, due morti (John e George) e due vivi, anche se su McCartney girano storielle non molto allegre (sarebbe morto nel novembre del 1966 e sostituito velocemente da un sosia). Eccetera. I Beatles sono un universo a parte, fatto di musica, belle parole («And in the end, the love you take is equal to the love... you make» - Abbey Road), creatività ed estro. Gli autori sottolineano due caratteristiche che hanno reso unici i nostri eroi. I Fab Four non hanno un vero e proprio cavallo di battaglia – neppure Yesterday suonata e cantata per i cinque continenti lo è – dunque il loro successo è tutt’altro che occasionale o fortuito. Revolver, Sgt. Pepper’s…, Abbey Road, cosa può esserci di casuale in una serie di album capolavoro?
Legata a questa, l’idea che i Beatles dal 1962 al 1970 si siano evoluti – di anno in anno diversi da se stessi – insieme ai loro sostenitori. Mai si era visto un complesso cambiare pelle in così poco tempo (difficile che accada in futuro): passare da buon gruppo beat, uno dei tanti, a formazione raffinatissima dallo stile eclettico padrona di suoni, stili e addirittura umori e generi. «Perfezionismo e autoparodia, maturità e gioco: il genio dei Beatles non è mai disgiunto dall’ironia e soprattutto da un profondo bisogno di naturalezza».
A cinquant’anni dal primo 45 giri (ottobre 1962: Love me do, etichetta Parlophone, che era parte della Emi), nulla sembra cambiato. O forse no. Rivalutati perfino dalla chiesa, rivalutati da chi gli impedì di suonare, a quei tempi, i Beatles hanno dovuto pagare un piccolo prezzo: un breve intervallo forse di un decennio – a causa di certa commercializzazione – nel quale si pensò che tutto sommato la musica dei quattro (cinque con George Martin) fosse roba imitabile, superabile senza sforzo. Si sbagliava chi pensava che l’era postbeatlesiana fosse alle porte, cavalcata non si sa bene da quali artisti. Perfino la rimasterizzazione dei loro dischi (oggi in edicola) è stata salutata come un fenomeno epocale. Da fan e critici.
Le celebrazioni per i cinquant’anni di Love me do hanno naturalmente oscurato quelle per i cinquant’anni dei loro grandi rivali i Rolling Stones. «Diversi da tutti» Mick Jagger e compagni, ha scritto Emanuele Trevi sul Corriere del 19 ottobre. E ci può anche stare, perché a nessuno potrà mai venire in mente che George, Paul, Ringo e John possano essere inclusi in una formuletta un po’ grossolana.

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