martedì 13 novembre 2012

La libertà per Luigi Einaudi


Quando decisero di farlo presidente della repubblica, racconta Montanelli, pensò prima di ogni cosa alla salute: «sono claudicante e in piedi ho bisogno di appoggiarmi al bastone con la mano destra. La sinistra sarà occupata a tenere il cappello. Come farò a salutare bandiere e a stringere la mano a generali e ammiragli?». L’Italia avrebbe fatto bella figura con un presidente così? (naturalmente sì). Oggi chiunque  penserebbe ai privilegi e a “entrare nella storia” come una rock star armata di microfono.
Già sessant’anni fa per Luigi Einaudi (1874-1961), molte cose furono diverse dal consueto. Per qualcuno era un “semplice” predestinato a una gran carriera. Lo spiega bene anche Francesco Tomatis che dedica il suo nuovo libro – Verso la città divina, ed. Città Nuova – al più illustre cittadino di Carrù, laureatosi a soli ventun anni e professore a meno di trenta. Prima di tutto: il lavoro. Ministro, governatore della banca d’Italia, giornalista (il libro pesca dal serbatoio dell’Einaudi pubblicista), rettore e imprenditore agricolo all’avanguardia. Antifascista e uomo di penna aduso al culto della praticità: quella che fece grandi i padri della prima repubblica che sognarono a occhi aperti solo fra un summit e l’altro. Liberale, ma per dirla con Giano Accame autore di provvedimenti non «ortodossamente liberali». Fra predicatori d’ogni tipo – comunisti e criptocomunisti – Einaudi tenne comunque la barra dritta verso la meta della libertà. Senza pericolose (ipocrite?) declinazioni.
«La libertà per Einaudi è innanzitutto libertà personale, del singolo uomo, morale, interiore, propria alla singola coscienza individuale della persona». Ma è anche libertà collettiva, di chi vive in comunità lontano dagli schematismi professorali. Infine è anche libertà dello spirito, confronto, pluralità delle opinioni con relativa tutela (e limite) all’interno della legge. Sembra facile vero? Nel dopoguerra si pronunciò anche a favore di un’idea federalista per le sorti dell’Europa. Europa che doveva somigliare a un affresco raffaellesco: «occorre andare al di là di meri rapporti di interesse fra le nazioni, ispirandosi piuttosto a principi spirituali e liberali. “L’avvento di una stabile federazione mondiale è dunque legato al trionfo di ben altri e più alti principii di quelli proprii della mera società economica: al trionfo dei principii della libertà di religione e di pensiero, della libertà di associazione e di stampa, del riconoscimento del diritto di ogni uomo a scegliere la propria vita, a mutare residenza, professione, opinioni politiche e religiose”».
La stretta attualità (l’Europa non è un’opera rinascimentale, ma un quadro espressionista) impone un pensiero e oltre: o queste e altre idee sul destino dell’occidente erano avventate, carta straccia, o le difficoltà attuali restano figlie di numi insolitamente capricciosi. Occorreva ricostruire, ed Einaudi non ebbe tempo per lagnarsi. Fra le righe e non solo la risposta di Tomatis. Anche lui dalla parte del dialogo spirituale e della libertà naturalmente: qui come nei libri precedenti.

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