lunedì 17 dicembre 2012

C'era una volta una generazione


C’era una volta una generazione nata nel cuore dei Sessanta ed entrata nella maggiore età negli Ottanta. Una generazione che per un ventennio – distribuito nei quattro lustri Settanta-Ottanta – riuscì a sognare ascoltando la radio, accendendo la TV, andando al cinema e divorando fumetti d’ogni genere e provenienza: da Braccio di Ferro al Comandante Mark, da Cucciolo a Guerra d’eroi. Una generazione americana – non al debutto – che apprese valori e modelli direttamente dal Nuovo Mondo. Ma che bevve dai pozzi delle filosofie cinogiapponesi e lesse e rilesse i long sellers sparsi per le vie d’Europa. Allenandosi per la prima volta alla globalizzazione dei gusti.
Questo volume raccoglie venticinque interventi per non dimenticare vita e avventure di questo e quel personaggio: tipi e tipe realmente esistiti o frutto della fantasia di un uomo di penna. Una combinazione magica di cultura e divertimento come non sarebbe più apparsa. Il pianeta dei giovani profetizzato da Charles Monroe Schulz, per lungo tempo e a portata di mano.

sabato 15 dicembre 2012

Tu ca nun chiagne?


Una volta c’avrebbero fatto uno sceneggiato di quelli da bollino rosso. Con maghi, pupe, spioni e personaggi in alta uniforme. Una roba sospesa tra cielo e terra. Tanto per dire che le origini del Msi erano divine per gli uni, demoniache per gli altri. Un Segno del comando pepe e sale: coi ragazzi di Salò in attesa di nuove primavere, i poliziotti buoni col santino Dc, l’istinto del perdono e una maggiorata per amante, e gli intellettuali comunisti, beati loro, a leggere Gramsci.
Ma il tempo – più che la storia – è un gran setaccio di verità. Oggi si può discorrere dei primi anni del Movimento Sociale Italiano, quelli di Trevisonno, Almirante e De Marsanich, dopo aver bussato alla porta di una vicina biblioteca, avendo evitato – per fortuna – l’Histoire de la magie di Eliphas Lévi. Per divorare un giornale d’epoca fine Quaranta inizio Cinquanta, e via così. Ed è ciò che ha fatto Elisabetta Cassina Wolff professoressa ad Oslo che, plausibilmente, deve un solo grazie alla propria intelligente volontà, avendo scritto sui neofascisti al debutto, fuori dalla patria loro. L’inchiostro dei vinti. Stampa e ideologia neofascista, 1945-1953 (Mursia,  pp. 398, euro 18) inizia così, dobbiamo dirlo: «Anni fa, sfogliando vecchi giornali e riviste del dopoguerra che in molti casi era evidente nessuno aveva mai consultati dal tempo della pubblicazione, rimasi colpita da una vignetta sul primo numero de “la Rivolta Ideale” (1946-1953), dell’11 aprile 1946».
Il tema della vignetta lo scoveranno i lettori, ché lo sguardo si posa altrove. Quel mondo a suo modo urlante (evoliano e non solo), con la realtà non c’aveva nulla a che vedere. Troppi lutti da elaborare, a cominciare dal 1789 passando per il fallimento della Santa Alleanza, fino ad arrivare ai giorni dell’Inno a Roma e di Salò. Troppi pesi sulle spalle. A furia di meditare sul passato, s’erano scordati del futuro, a furia di parlare di spirito, s’erano scordati della pancia. A furia di inventare o reinventare stori(acc)e, tutti a cavalcare la propria sana “ignoranza”: erano antilluministi, antimoderni, antiliberali, antitutto. A furia di piangere dimenticarono perfino il perché.
Acqua passata? No naturalmente. Ma questo è altro argomento. La Wolff parla di idee, e non ne mancarono. Credeteci. Fra i disponibili: quelli destinati a non durare e i carrieristi. In mezzo, alcuni si limitarono alla polemica, alla contestazione sterile; altri – ore e ore di addestramento – praticarono il massaggio cardiaco alle vittime recenti; altri ancora si chiusero nella contemplazione di astri e mondi, lontani lontani. Non pochi cominciarono a far politica. Tappa che conta, la prima: 1953. Da quel momento, dice Enzo Erra, seguace di Massimo Scaligero e leader dei giovani del tempo che fu, i neofascisti compresero che il fascismo storico era morto e (quasi) sepolto. «La vittoria era ormai una chimera». Altro lutto?

domenica 2 dicembre 2012

Fantasicilia


La Sicilia è medioevo. Strabocca di fantasia. I siciliani spiritosi: si canzonano a vicenda e non leggono De Roberto. In risposta a un lettore del Corriere, Sergio Romano parlava di Mezzogiorno immaginario: beddu, riccu e malandrinu. E storici e giornalisti sono finalmente d’accordo: lì qualcosa non funziona, non è andata per la via giusta. Lasciamo perdere le chiacchiere, santo cielo, imbottite di trappole. Oggi a governare l’isola c’è Rosario Crocetta. Lui quando venne a far comizio sfiorando il volto cioccolato del teatro Bellini – cent’anni fa vi s’infilò Marinetti poi la Callas – si rivolse alla gioventù in camicia rossa, in vena di neorealismo. Lì la lacrimuccia fantasy dà punti (e il braccio andava su e giù come quello del dirigent). Ma lui le elezioni le ha vinte perché in tanti sono stati a casa o hanno pensato a Grillo: il nuovo che nuota. Anche piuttosto bene.
Al centro della scena Franco da Riposto, Franco Battiato o Franco l’assessore ci sta bene. Danaro non ne vuole; vuole circondarsi di gloria, vuole che la Sicilia respiri l’aria del continente (Europa, Africa o America? questa la detesta: troppo nuova). Lui è un musicista di talento, per il resto è bene lasciar perdere. Anche Che Guevara fece il ministro ma in pochi se lo ricordano. La Sicilia è esibizione: tutti la guardano, tutti la cercano. Al teatro ci vanno in pochi – coscione annoiate e borghesi in vetrina – ma alla teatralità ci tengono, i siciliani. Non toccategli la Cavalleria rusticana anche se Vincenzo Bellini vale mille Mascagni e uno Chopin, e non toccategli le poesiole da recitare. Battiato? No. Quelle che maledicono Garibaldi e quelle che stramaledicono i piemontesi. Già, i conquistatori. La lingua batte dove il dente duole. Se non fosse stato per l’arroganza dei nemici della Sicilia – e delle amicizie particolari – a quest’ora… Già, a quest’ora che? A chi affermava che il Regno delle due Sicilie fosse un posto all’avanguardia, Romano rispose che fosse necessario mettere a tacere la fantasia. E concentrarsi sull’oggi.C’è chi la pensa diversamente. 
C’è chi pensa sia necessario affondare il colpo: più autonomia, anzi indipendenza. Che strana parola indipendenza, sa di guerra con morti e feriti, o di guerra di parole. Sa di “odia il prossimo tuo”, sa di comizio di piazza. Sa di campagna elettorale o di serata fra amici. Tutti a parlare di politica se non di donne e motori. O di storia. E di libri non ne mancano. Ultimo in ordine di tempo quello di Salvatore Musumeci leader del Mis – Movimento per l’indipendenza della Sicilia – storica formazione fondata da Andrea Finocchiaro Aprile. Ottima camminata sulla storia siciliana. Già il titolo è un’introduzione: Voglia d’indipendenza. Storia contemporanea della Sicilia tra separatismo e autonomia. L’editore è Armenio di Brolo (Messina). Poi? 334 pagine tra Nino Bixio e Silvio Milazzo passando per Turiddu Giuliano. Pagine per imparare ad amare la Sicilia (o amarla diversamente). O per rafforzare le ragioni per non amarla. Interamente.