sabato 15 dicembre 2012

Tu ca nun chiagne?


Una volta c’avrebbero fatto uno sceneggiato di quelli da bollino rosso. Con maghi, pupe, spioni e personaggi in alta uniforme. Una roba sospesa tra cielo e terra. Tanto per dire che le origini del Msi erano divine per gli uni, demoniache per gli altri. Un Segno del comando pepe e sale: coi ragazzi di Salò in attesa di nuove primavere, i poliziotti buoni col santino Dc, l’istinto del perdono e una maggiorata per amante, e gli intellettuali comunisti, beati loro, a leggere Gramsci.
Ma il tempo – più che la storia – è un gran setaccio di verità. Oggi si può discorrere dei primi anni del Movimento Sociale Italiano, quelli di Trevisonno, Almirante e De Marsanich, dopo aver bussato alla porta di una vicina biblioteca, avendo evitato – per fortuna – l’Histoire de la magie di Eliphas Lévi. Per divorare un giornale d’epoca fine Quaranta inizio Cinquanta, e via così. Ed è ciò che ha fatto Elisabetta Cassina Wolff professoressa ad Oslo che, plausibilmente, deve un solo grazie alla propria intelligente volontà, avendo scritto sui neofascisti al debutto, fuori dalla patria loro. L’inchiostro dei vinti. Stampa e ideologia neofascista, 1945-1953 (Mursia,  pp. 398, euro 18) inizia così, dobbiamo dirlo: «Anni fa, sfogliando vecchi giornali e riviste del dopoguerra che in molti casi era evidente nessuno aveva mai consultati dal tempo della pubblicazione, rimasi colpita da una vignetta sul primo numero de “la Rivolta Ideale” (1946-1953), dell’11 aprile 1946».
Il tema della vignetta lo scoveranno i lettori, ché lo sguardo si posa altrove. Quel mondo a suo modo urlante (evoliano e non solo), con la realtà non c’aveva nulla a che vedere. Troppi lutti da elaborare, a cominciare dal 1789 passando per il fallimento della Santa Alleanza, fino ad arrivare ai giorni dell’Inno a Roma e di Salò. Troppi pesi sulle spalle. A furia di meditare sul passato, s’erano scordati del futuro, a furia di parlare di spirito, s’erano scordati della pancia. A furia di inventare o reinventare stori(acc)e, tutti a cavalcare la propria sana “ignoranza”: erano antilluministi, antimoderni, antiliberali, antitutto. A furia di piangere dimenticarono perfino il perché.
Acqua passata? No naturalmente. Ma questo è altro argomento. La Wolff parla di idee, e non ne mancarono. Credeteci. Fra i disponibili: quelli destinati a non durare e i carrieristi. In mezzo, alcuni si limitarono alla polemica, alla contestazione sterile; altri – ore e ore di addestramento – praticarono il massaggio cardiaco alle vittime recenti; altri ancora si chiusero nella contemplazione di astri e mondi, lontani lontani. Non pochi cominciarono a far politica. Tappa che conta, la prima: 1953. Da quel momento, dice Enzo Erra, seguace di Massimo Scaligero e leader dei giovani del tempo che fu, i neofascisti compresero che il fascismo storico era morto e (quasi) sepolto. «La vittoria era ormai una chimera». Altro lutto?

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