domenica 29 dicembre 2013

La Sicilia e il fascismo clandestino



Strane cose avvennero in Sicilia dal 25 luglio 1943 in poi. Dopo la caduta del fascismo. Strane cose delle quali ieri si parlava punto, perché non conveniva o forse poco interessava. Il fatto è questo: due settimane prima, e piegata dai bombardamenti, la Sicilia era stata invasa dagli alleati. Il destino dell’Italia cambiava a partire dalle coste della sua isola maggiore. E il destino degli Italiani pure, ma quello avrebbe percorso un sentiero a zig zag fatto di ripensamenti e passi indietro.
Al Sud la resistenza non si fece, o forse sì. Una resistenza diversa. Dove il bianco era il nero e il nero era il bianco. Dove lo straniero era l’invasore alleato, e il resistente il siciliano clandestino, orfano dello Stato fascista (l’unico fino a quel momento), a cui il mondo crollava addosso. Ma l’ideologia qui era assente, e l’interesse di parte ridotto al minimo. Domenico Lo Iacono professore siciliano lo spiega nel suo recentissimo “Il fascismo clandestino in Sicilia” edizioni Isspe, con prefazione di Giuseppe Parlato. Spiega che quel movimento di giovani clandestini, diviso in sigle e gruppi con scarso coordinamento, e con contatti non regolari con la Repubblica Sociale Italiana, agì spontaneamente, agì per difendere le certezze del vecchio Stato e lottò contro l’invasore. Lo fece come poteva, cioè male. Lo fece, in quel momento, con la tenue certezza di subire l’ennesimo torto. Decenni prima i sabaudi, adesso gli anglo-americani, e ciò che ne venne fuori non mutò affatto il corso della storia. Almeno di quella che conosciamo da sempre.
Eppure qualcosa accadde. A Trapani gli americani fecero il loro ingresso due giorni prima della seduta del Gran Consiglio. Qui si formerà il “Movimento fedelissimi del fascismo”, formato da otto uomini e una donna, che si specializzerà in atti di sabotaggio e propaganda. A fine ‘43 quindici aderenti verranno trascinati dinanzi una corte militare: sarà il primo processo contro i fascisti nell’Europa occupata. Le pene andranno dai dieci anni di carcere in giù, e a Salvatore Bramante – uno dei leader – verrà comminata una condanna a morte mai eseguita. Diversa sorte toccherà al gruppo palermitano stretto intorno al giornale in ciclostile “A noi!” (con tanto di punto esclamativo). Il gruppo, arrestato ma amnistiato, è in contatto col leader dei clandestini del Sud il principe Valerio Pignatelli. Nome di peso. A fine guerra si fonderà col Partito Nazionale Fusionista, poi col Movimento Sociale Italiano. Le maggiori anomalie si riscontreranno tuttavia in provincia di Ragusa. Quando le forze democratiche sono in crisi e lo stato della popolazione è pessimo, può accadere che forze nemiche, fasciste, comuniste anarchiche e separatiste si ritrovino affiancate nella lotta. Qui negli ultimi giorni del 1944 fino alle prime settimane del 1945, prenderà piede il fenomeno dei “Non si parte!”. Movimento di rivolta contrario all’obbligo di leva e contro il versamento anticipato di grano all’ammasso. Con assalti, saccheggi, distruzioni e con la proclamazione di effimere repubbliche. Oltre le consuete rivendicazioni (ma alla fine si conteranno cinquantatré morti e cento feriti), di nuovo c’è che i siciliani, oramai sfiniti, non intendono piegarsi al volere di chi comanda. Nessuna nostalgia, a prima vista. Solo un legittimo desiderio di normalità e il bisogno di lasciarsi la morte alle spalle.

giovedì 26 dicembre 2013

Coloratissimi, esagerati, caotici, atomici e spensierati Ottanta


Se peschiamo dal grande pentolone della storia del Novecento, anni così ne troveremo pochi. Giusto dieci o forse meno. Condensati in un decennio o in un lustro più qualcosa. Gli Ottanta sono lì, sono sempre stati lì, in attesa che qualcuno lì scoprisse – troppo comodo dire: riscoprisse – e dicesse chiaro chiaro: sì è vero, siamo stati felici.
Ma guai a non aver vissuto gli Ottanta da adolescenti. Coloratissimi, esagerati, caotici, atomici e spensierati Ottanta. È un trucco o forse una dannazione. Ottanta è sinonimo di giovinezza come Settanta lo è di violenza. Dunque niente roba seria e tanto divertimento. Al bar con gli amici, in discoteca, al mare, nelle case di campagna o del centro città. E fu subito invasione. Migliaia di oggetti, accessori tra l’elegante e il cafone (mai linea di confine fu più sottile), per accompagnare corpi sempre più snelli. Con una sola regola: forma e firma necessariamente riconoscibili. Dal compagno di banco o dal giovane collega, dai ragazzi della comitiva o dall’innamorata segreta. Un elenco sterminato, esterofilo non per caso: dagli orologi Swatch, due per volta, ai portachiavi a molla, dal più ingombrate Windsurf al rivoluzionario Skateboard. Tutti lì accanto a noi, al massimo in garage, per un’evidente conferma che il vecchio mondo resisteva a stento. E poi tanta musica. Quella che da una manciata di lustri riempie la vita di questa fetta d’Occidente. Su quanti comodini trovavi una radio sveglia, un apparecchio Indesit o Philips o un radioregistratore di marca orientale che poteva durare una vita intera? E i grandi romanzi di formazione invece? E David Copperfield di Dickens? Sacrificato in nome di un nuovo sound, di una schitarrata rock o di un affascinante pezzo fusion. Diciamoci la verità. Ascoltando il finalino di Don’t you (forget about me) dei Simple Minds, quello che fa semplicemente “La la la laaa”, riuscireste mai a visualizzare una pensionata Inps o un canuto impiegato con radiolina incollata all’orecchio? E quella disco music italiana o italo-disco? Quella degli americani de’ noantri? Riccardo Cioni, Gazebo e Den Harrow? Non ci ascolta nessuno:  proprio una gran figata!
Ragazzini di un paese furiosamente in crescita erano, a quel tempo, Danilo Masotti e Ivo Germano autori di un libro sugli anni Ottanta e la cultura pop (New Gold Dream e altre storie degli anni Ottanta; ed. Pendragon). Non uno studio con nomi, date e classifiche, ma racconti in serie come un puzzle dei nostri tempi con un’immagine di un mondo passato. Titolo che ricorda una hit dei Simple Minds, colonna sonora di un decennio puffissimo, libero e fantasioso. Un’immagine da cartone animato con una foto in più, scegliete voi tra Tony Hadley degli Spandau Ballet, Gene Simmons dei Kiss o una più rassicurante Loretta Goggi. Gli Ottanta non si possono raccontare in altro modo: il giorno trascorso ad ascoltare i Pink Floyd nella nuova versione in Compact disc, la sera in casa di amici a vedere il Festival di Sanremo (lo vinsero anche Tiziana Rivale nel 1983 e i Ricchi e Poveri nel 1985). Una sola parola d’ordine e categorica: contaminarsi.
 
Il decennio degli Ottanta «sconvolse tutto e tutti». Andavamo a letto rockettari e la mattina dopo ci alzavamo un po’ melodici. Carlo Massarini Dj futurista, era un alieno: su Rai1 conduceva Mister Fantasy, programma di musica da ascoltare e da vedere. E quanti ragazzi inciamparono nei primi video surreali… Ma l’idolo della fidanzata del migliore amico o del fratellino di pochi anni più piccolo era Sammy Barbot, quello di Aria di casa mia, canzoncina che sembrava ispirata da una quadreria per fanciulli. Felicità era una cassetta di Sting o di Michael Jackson ma anche un duetto di Al Bano e Romina. E quelle feste poi? Non per niente uno dei simboli degli Eighties è un filmettino (quasi) da nulla. Il tempo delle mele di Claude Pinoteau con Sophie Marceau ragazzina acqua e sapone. Titolo originale: La Boum, cioè la festa. Alle feste si andava per ballare o ballonzolare, per limonare, per mostrare una camicia nuova o per innamorare una ragazza o un ragazzo. Tutto qua? Tutto qua. Che strano, sorprendente, vivace decennio: s’iniziava a parlare d’amore con mamma e papà con un certo imbarazzo ancora, abbassando lo sguardo o arrossendo. Ma più loro che noi. Dopotutto, il tetto dell’armadio in ogni cameretta era la succursale proibita dell’edicola in centro. Sukia e Zora la vampira non si allontanavano mai. Pronte a farsi conquistare da un goffo, acneico adolescente in piedi su una sedia.

venerdì 13 dicembre 2013

Cavalcare la tigre


I formidabili Sessanta erano nati da poco. Il clima della ricostruzione era svanito e in Italia c’era aria di boom. Ottimismo e voglia di futuro circolavano per le vie di uno Stivale sgombro da paranoie. Nel 1961 Julius Evola, artista, giornalista e filosofo della tradizione dava alle stampe un volume che andava in tutt’altra direzione. Cavalcare la tigre, che certificava il ritorno del filosofo sulle posizioni degli anni Venti: quasi un individualismo superomistico che maritava Nietzsche con taluni significati “superiori”. Ma il senso di quelle pagine stampate da Vanni Scheiwiller andava anche oltre. C’era stata la sconfitta delle idee che Evola ipotizzava potessero salvare l’Europa dall’inferno del kali yuga. E c’era il fatto che Evola fosse uscito dalla seconda guerra mondiale menomato anche nel fisico, con una lesione al midollo spinale che gli bloccherà per sempre gli arti inferiori. Nel dopoguerra c’era stato perfino il carcere di Regina Coeli per gli attentati di “Legione Nera”. Giudicato come il padrino dei giovani rivoluzionari, Evola si salverà da una condanna in secondo grado solo grazie all’amnistia del 1953. Cavalcare la tigre è figlio di un clima ostile, inutile nasconderlo. È un libro pensato esclusivamente per un’elite meritevole, secondo il filosofo, di vera libertà, ma naturalmente è anche un saggio fortemente pessimista. Da ciò probabilmente le diverse interpretazioni alle quali è stato sottoposto. Da destra e da sinistra. Interpretazioni riassunte da Gianfranco de Turris nella prefazione al recente Cinquant’anni di Cavalcare la tigre (1961-2011) edito da Controcorrente, che contiene gli atti del convegno del novembre 2011 organizzato per il mezzo secolo del libro. Quattro i relatori dell’incontro tenutosi a Roma presso l’Accademia di Romania. Punti di vista diversi, qui non in contrasto tra loro. Per Marcello Veneziani, il libro è un «manuale di sopravvivenza metapolitica per chi dissente dal proprio tempo». Per Gennaro Malgieri, Evola al pari di Jünger ipotizza «quella figura di Anarca destinato a convivere con la morte di Dio senza sottomettersi ad essa». Per il filosofo Giandomenico Casalino la dottrina spirituale di cui tratta Evola è «la Filosofia medesima, nel suo autentico significato che è quello platonico-ermetico cioè iniziatico-sapienziale». Infine l’interevento di Andrea Scarabelli, direttore del periodico Antares, svela i contenuti del carteggio Evola-Scheiwiller custodito presso il fondo Apice dell’università di Milano.

giovedì 22 agosto 2013

L’importanza di chiamarsi Nesto


Tre personaggi. Il Brujo, lo stregone – ricordate le atmosfere dell’Amor brujo di Manuel de Falla? – barbone uruguayano di nascita ma di sangue europeo, orbo da un occhio vive tra animali improbabili in Ecuador, vendendo erbe medicinali ed esibendo una magia casareccia. Sauro italiano in Ecuador che campa traducendo sottotitoli per la tivù e che non ha i soldi per tornare in patria. Martina ricercatrice italiana trasferitasi in Spagna ma momentaneamente in Ecuador. Lei è determinata e sa quel che vuole, l’altro alterna sciocchezze e rare genialità. Il vecchio ha un passato da romanzo che va raccontato. Tre personaggi che si incontrano nel sud del Nuovo Mondo perché naturalmente è il destino a volere così. Lo stesso destino che ha guidato la mano di Stefano Marelli, giornalista ed ex benzinaio, a scrivere questo bel romanzo, Altre stelle uruguayane edito da Rubbettino e vincitore del premio “Parole nel vento” 2012.
Il Brujo in realtà si chiama Prudencio Picassent ma per tre quarti del libro ha un altro nome. Un nome che sarà la sua fortuna ma anche la sua dannazione: Nesto Bordesante. Perché, lo spiegherà in alcune serate d’inizio estate ai due giovani che nel frattempo hanno fatto all’amore e continueranno a vedersi anche dopo. Dopo che il vecchio avrà terminato di raccontare la storia, dopo che il romanzo di Marelli si sarà concluso con l’ennesimo colpo di scena.
Chi è Prudencio Picassent? Una vittima? Un furbacchione? Impossibile sintetizzare un’esistenza iniziata nel 1909 e proseguita a lungo in mille modi diversi (la data degli avvenimenti del romanzo è 1992). Allora cambiamo registro: Picassent è un ex calciatore, poi allenatore, davvero bravo. Anche Bordesante, di origini italiane, è un calciatore ed è più bravo di lui. Nei primi decenni del secolo la celeste cioè la nazionale di calcio uruguayana è una delle squadre più forti al mondo, forse davvero la più forte. Una sirena che attira talenti e attenzioni. Tanto per rendere l’idea vince la Coppa America nel 1916, nel 1917, nel 1920, nel 1923, nel 1924, nel 1926 e nel 1935. le Olimpiadi nel 1924 e nel 1928 e il Campionato del mondo nel 1930. I due calciatori si sono conosciuti in orfanotrofio a Montevideo e sono diventati amici per la pelle. Già, ma per la pelle degli altri. Dal 1920 lavorano come tuttofare presso uno stabilimento di refrigerazione carne – insomma: spalano la merda dei maiali – ed è qui che accade il patatrac. Nesto uccide un uomo e Prudencio diventa complice aiutandolo a nascondere il cadavere. Divenute grandi promesse i due ragazzi attirano l’attenzione dei club argentini di Buenos Aires. Prudencio è destinato a una squadra di seconda categoria e Nesto al mitico Boca Juniors. Ma è a questo punto che Prudencio diventa Nesto, tira fuori la cambialetta che l’amico gli ha firmato ai tempi dell’omicidio e decide di presentarsi – da perfetto sconosciuto, naturalmente – ai dirigenti del Boca. È un furto d’identità e contemporaneamente la prima grande sfida lanciata a chi governa le cose dell’umana natura.
Che fine faranno i due campioni? Una pessima fine il vero Nesto, l’altro invece diventerà ricco e famoso prima in Argentina poi nell’Italia fascista in cerca di oriundi: come “centurione del duce” nella squadra della Capitale. Una squadretta farsa messa in piedi dai gerarchi per contrastare lo strapotere delle formazioni del nord. Una squadretta che andrà avanti grazie ai favori e alla protezioni dall’alto. A questo punto Prudencio-Nesto si giocherà tutto, barattando il proprio talento con una vita comoda fatta di cinema, casinò, prostitute e tantissimi soldi. Finirà la carriera nel 1940 alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia. Basta? Per niente. La sorte ha voltato le spalle a lui e a qualche milione di italiani. Dopo il 25 luglio e l’8 settembre si comincerà di nuovo. Anzi: è forza che si scontino i peccati. Tra i maggiori quelli di aver conosciuto Mussolini ed esser stati pupilli del regime. Più che l’importanza di chiamarsi Nesto, diremmo la sfortuna di continuare ad esserlo. Dunque? Altro giro altra corsa, stavolta al nord a Brumaspessa. Ma qui Prudencio-Nesto dimostrerà il proprio valore, come allenatore. Ah se non fosse per quel presidente, astuto e un po’ troppo geloso della figlia sedicenne. Finale: Prudencio ritornerà, anzi scapperà, in Uruguay: braccato. È il 1949. Una vita sopra le righe non può non continuare da nomade, senza vero nome né indirizzo preciso. Manca soltanto una cosa: il saluto del pubblico. Meritatissimo. 
Il romanzo, potente come un piccolo maremoto, si conclude con una bellissima uscita di scena del Brujo. Quella che non aveva avuto né da calciatore né da allenatore, l’avrà a ottant’anni e passa. Da star del fùtbol. Perché la vita è piena di sorprese, figuriamoci la morte. Non ci credete? Parola di una ex ala destra: «Il Brujo se ne stava in mezzo al campo. E la folla aveva occhi solo per lui. L’elicottero si alzò. Com’è che aveva detto, quella volta? Como un torero que salga por la puerta grande. Beh, più o meno». Mai dubitare di uno stregone, insomma.

lunedì 5 agosto 2013

Blue Jasmine


Ci avviciniamo all’autunno e all’uscita del nuovo film di Woody Allen. Si intitolerà “Blue Jasmine” e i protagonisti saranno Cate Blanchett e Alec Baldwin. Una donna in grave crisi dopo i tradimenti e i disastri finanziari del marito. Lei sarà l’ennesima bionda alla corte del newyorkese, lui è stato uno dei protagonisti più convincenti di uno degli episodi di “To Rome with love” cioè del penultimo film.
“Blue Jasmine” è una storia che si sviluppa tra New York e San Francisco, cioè tra le due coste degli Stati Uniti. Proprio come ai tempi di “Io e Annie” – tra New York e Los Angeles – che resta una prova insuperabile di Allen ed è tra l’altro vincitore di quattro premi Oscar. “Io e Annie”, è assolutamente noto agli alleniani, è una pellicola che trasformò il cinema dell’ex battutista e comico del “Blue Angel”; fino a quel momento interessato esclusivamente a far ridere il pubblico e da lì in poi legato alla narrazione delle vicende umane, sofferenze comprese. Il film ebbe il grande Gordon Willis come direttore della fotografia (“Interiors”, “Manhattan”, “La Rosa purpurea del Cairo”), già dietro la macchina da presa per i primi due episodi del “Padrino” di Coppola e successivamente anche per il terzo.
Il nuovo film di Woody è già uscito in America e pare stia andando benissimo. Addirittura meglio di “Midnight in Paris” una delle perle dell’ultima produzione. Il film che narra degli incontri misteriosi di un giovane scrittore americano, a Parigi con la famiglia della fidanzata (Owen Wilson e Rachel McAdams), che si imbatte così per pura magia nei protagonisti della cultura degli anni Venti, Hemingway, Scott Fitzgerald, Cole Porter, Picasso e i surrealisti, e poi in quella della Belle Époque. Incontri che naturalmente gli cambieranno la vita. Il film aveva incassato solo negli Usa sessanta milioni di dollari, sorprendendo un po’ tutti dato che i rapporti tra Woody e l’America erano sempre stati altalenanti, e tutt’altro che buoni nell’ultimo periodo. Alla fine degli anni Novanta in molti lo davano addirittura per finito. Anche “To Rome with love” non è andato malissimo in America, mentre da noi è piaciuto poco, soprattutto ai critici improvvisati e non. Sicuramente ci si aspettava qualcosa di più e di diverso dall’episodio con Roberto Benigni, comunque è certo che quel film è un autentico atto d’amore per gli italiani e l’italianità sempre in bilico tra genialità artistica e cialtronaggine. 
Vedremo dunque tra qualche mese questo ennesimo episodio della vita d’artista di Woody Allen. Lentamente ci avviciniamo ai cinquanta film come regista e sceneggiatore. Incominciò con “Che fai rubi?” del 1966, ma soprattutto con “Prendi i soldi e scappa” del 1969. Le tappe essenziali della sua carriera sono tante, e si potrebbe andare per gusti. Personalmente consiglierei oltre “Io e Annie” (1977), almeno “Manhattan” (1979), “Hannah e le sue sorelle” (1986), “Un’altra donna” (1988), “Crimini e misfatti” (1989), Harry a pezzi (1997) e “Hollywood Ending” (2002). Quest’ultimo – ambientato nell’una e nell’altra delle coste americane – solo perché, sul finire, contiene una delle più belle battute di Woody. Cito a memoria: «Qui sono un idiota [riferendosi agli Stati Uniti], ma lì sono un genio [riferendosi alla Francia]». Ecco, “Blue Jasmine” potrebbe essere anche questo: la rivincita definitiva del grande regista newyorkese sui testoni e sui nemici di lungo corso.

venerdì 19 luglio 2013

Le destre di Gabriele Turi


Volentieri classifico il libro di Gabriele Turi (La cultura delle destre. Alla ricerca dell'egemonia culturale in Italia, Bollati Boringhieri), l’ennesima pallosa ricognizione in un mondo che si conosce da lungi. La masticazione e la rimasticazione di letture e conferenze di venti anni fa. Vada per i nemici maggiori dei nostri tempi – di “destra” direbbe Turi, anche se eccettuato Berlusconi-il mostro è difficile capire cos’è –, cioè l’individualismo sfrenato e la dittatura del mercato, ma la mia idea di (presunta) supremazia della destra in Italia oggi è quanto di più lontano ci possa essere da quella del professore di Firenze.
Primo: la destra non ha una cultura se la intendiamo come elemento unificante finanche nel lessico. Dire che alla base della cultura della destra c’è una concezione spirituale della vita non ha alcun senso se non si chiariscono:
a) il fondamento della spiritualità e i propositi dell’asceta;    
b) il nesso tra spiritualità e relazioni quotidiane. Idem per le istanze antimoderne.
Secondo: la destra non è destra perché essa stessa – cioè i referenti culturali che più degli altri ne hanno giustificato l’esistenza – non ha mai capito cosa in realtà fosse. E conseguentemente come potesse essere egemone. Neanche Turi prova a spiegare cos’è, o meglio: non la spiega in base a elementi propri, culturali o spirituali, qualunque essi siano, ma in base a un’elementare, forse troppo, osservazione dei fatti. C’è una sinistra e c’è una destra, così come in qualsiasi partita c’è un bianco e c’è un nero. Ci siamo noi con le nostre ragioni e ci sono gli altri coi loro torti. Amen. Dopo anni di retroguardia, questa cultura ce la ritroviamo bella e pronta dalla metà dei Novanta con la nascita del berlusconismo. Negli Ottanta si è consumata la crisi della sinistra e con essa è morta la “passione politica”: oggi c’è chi ama ripetere ancora la formuletta della “passione” ma più per convincere se stesso che gli altri. Quella di destra è una cultura politica populista, dominata dal volere del capo, non democratica se non antidemocratica e antipartitica. Antistatalista (antistatalista la “destra” neofascista?). La sua fede è l’eclettismo in nome di una generica cultura nazionale che risale al periodo fascista, il suo nemico il comunismo anche se per Turi è fulmineamente passato a miglior vita subito dopo caduta del Muro di Berlino. Uno dei capi d’accusa utilizzati dal docente di storia contemporanea contro la “destra” è proprio quel tentativo di spoliticizzare la storia e di mandare a quasi settant’anni dalla fine della guerra tutti colpevoli o tutti assolti. Tutti appunto. Senza particolari distinzioni annegando nel genus “guerra civile” qualunque distinzione tra buoni e cattivi. Distinzione non morale ma politica, ovviamente. O forse no.
Diceva più o meno la stessa cosa – questa sì che è una cultura! – un professore della sinistra siciliana il cui nome ai più non direbbe nulla. Alla fine di una conferenza tenutasi qualche giorno fa sui settant’anni dallo sbarco degli alleati in Sicilia (10 luglio 1943). I buoni erano loro (loro chi? se in quella università buona parte dei docenti discende da gerarchi…), che alla fine della guerra perdonarono i cattivi. Magari però, i preti del “triangolo della morte” non sono mai stati qui a raccontarlo, né è stato qui Giovanni Gentile. Se avessero vinto i cattivi invece, la penisola sarebbe diventata un immenso campo di concentramento: tipo la Cina comunista, tanto per dire. Insomma ai tentativi della “destra” di spoliticizzare la storia, buttandola in cultura: Gentile e Bottai, non fascisti ma grandi italiani, Mussolini patriota costretto dagli eventi a decisioni estreme, segue una reazione uguale e contraria da parte della sinistra ex comunista o comunista, che prova e riprova a immergere il secchio nel pozzo del bene e del male. Da qui la questione non tanto dell’egemonia culturale della sinistra, non entro in discussioni che hanno dell’assurdo, quanto della sua superiorità morale, compresa quella dei comunisti (criminali o meno); per cui in fondo loro stavano dalla parte dei deboli, dalla parte del progresso, auspicavano la fine positiva della storia, eccetera. Discorsoni che a giorni alterni facevano a pugni con la prassi politica. Soprattutto se entrava in questione il sostantivo libertà. Sostantivo che agli ex comunisti – non meno che agli ex fascisti – ha sempre fatto un certo effetto.   
Ma ritorniamo a Turi. A lui sta a cuore la noiosissima questione del revisionismo. E qui lo storico fa un passo avanti. La questione suona più o meno così. C’è un uso come dire guareschiano della politica per cui la si acchiappa per i capelli alla bisogna. I destrini depoliticizzano il fascismo, cioè non dicono mai che si trattò di una dittatura spietata e illiberale che varò le leggi razziali, che mandò al confino fior di intellettuali che, soprattutto al sud, non permise ad ampie regioni di modernizzarsi e che bloccò l’avanzata del movimento operaio. Poi però accusano gli avversari di fare un uso politico della storia, di continuare a reiterare la condanna del passato; continuano a piangersi addosso (sport preferito da certa destra) dicendo che la sinistra egemone non ha mai legittimato la destra in ragione di quel che avvenne a partire dai Venti. Insomma la destra è patriottica se pensa al fascismo, ma sulla difensiva per tutto il resto. Conseguenze: essa stessa non riesce ad allontanare i fantasmi del fascismo, tirato in ballo ad ogni occasione come linea di confine, ma questa stessa linea di confine la destra vorrebbe abbattere in nome di una non ben identificata «pacificazione». Da un lato siamo fascisti, ma dall’altro non lo siamo, o forse lo siamo tutti. Se ci si pensa, è la linea del Movimento sociale degli anni Cinquanta. L’Italia prima era tutta fascista, poi per convenienze (di pochi), tradimenti vari e sconfitte sul campo non lo è più stata. La pacificazione serve a ricompattare gli italiani non nel campo dell’antifascismo, ma in quello del fascismo. Così la pensavano i missini quasi settant’anni fa. Ci sono dinosauri che la pensano così anche adesso? Spero sia solo frutto di una stupida coazione a ripetere. Ma Turi ne azzecca poche ugualmente. Quella che lui pensa sia “destra” o meglio “destre”, dal titolo, in realtà è un groviglio di fili di lana di infiniti colori. Cita ma non approfondisce. Per la maggior parte si tratta di gruppi che mollano sciocchezze a uso babbei, solo cretinate di chi vorrebbe sovrapporre alla storia del pensiero politico – da Machiavelli in poi, passando per il giusnaturalismo moderno, il liberalismo e i socialismi – “La Divina commedia” o “Il Signore degli anelli” di Tolkien più qualche romanzuccio o memoriale di questo o quell’artista, fascistizzatosi più per umore che per convinzione. Una specie di repubblica dei poeti o dei letterati che parte dal nulla e al nulla porterebbe (come in molti sanno, ma presi da un infantile anticonformismo stentano a rivelare a se stessi). Venti? Trenta? Saranno trent’anni che leggo frasi del tipo: il complotto giudaico, o giudaico massonico o plutocratico o vattelappesca ha per fine la creazione di un’umanità sfaldata, che non vive ma vegeta, priva di personalità. Di una massa di senza volto pronta a obbedire ai propri burattinai come una pecora al cane da pastore. Ecco: più che l’esito del “complotto” delle forze sovversive sembra il perfetto identikit del militante di destra. 
Un collega defunto di Turi, Santi Correnti sicilianista a più non posso: uno di quelli per cui la Sicilia era come l’Italia per Mino Reitano, nel 1977 scrisse un libello contro Leonardo Sciascia. Come molti sapranno Sciascia non le mandava a dire né alla Sicilia né ai siciliani. Ebbene: Correnti per confutare le “tesi” sciasciane (non entro né nella confutazione né nella presunte “tesi”) che la Sicilia non avesse una cultura, anzi peggio: che i siciliani fossero pazzi e cretini, riempì la pagina di un libro con un’elencazione di nomi di intellettuali e scrittori siciliani da Pirandello e Verga in poi. Naturalmente, non so se Turi ne converrà, un’elencazione a freddo di nomi non significa nulla (come se a sinistra fossero tutti geni perché hanno letto Marx e Gramsci). La Sicilia è un (non)luogo invivibile, è una regione povera, ferma alla cultura del rudere, priva di una moderna cultura (diritti compresi). Ebbene, non basta affermare che a “destra”, anche se in pochi sanno cos’è, si collocano Celine, Pound, Marinetti e tanti altri (vedi elenchi di Giovanni Raboni e Marcello Veneziani) e che sono i punti di riferimento di un gruppo numeroso di studiosi e curiosi che invadono il web e poche accademie; anche perché se il loro punto di riferimento si chiama Berlusconi e gli amministratori si chiamano Storace, Cuffaro, Polverini, Formigoni e qui mi fermo, non si capisce cosa c’entrino il Futurismo o il Vorticismo. Insomma: forse la sinistra o meglio il comunismo non sarà stato egemone in Italia, anche se ci ha provato, ma di certo non lo è stata la “destra”. O se lo è stata – in nome dell’assurdo – non ha votato Berlusconi grazie ai professori o alle riviste web, ma perché non voleva pagare le tasse, perché teme e temeva le forze illiberali e perché la parte avversa da almeno vent’anni non è riuscita a governare se stessa, figuriamoci un paese di sessanta milioni di anime e tutto sommato ricco. La questione del revisionismo in una repubblica libera e incorrotta sarebbe una non questione, al più materia per terza pagine di quotidiano. Ma conviene prendersela con gli storici poco onesti (cioè quelli di “destra” o giù di lì) e con i tentativi egemonici di due o tre gruppettini di precari, che con i vertici della propria parte politica del tutto incapace di guardare oltre il posto fisso e il seggio in Parlamento.
Giovanni Gentile, filosofo del fascismo, al contrario di quel che pensa Turi non è affatto il riferimento massimo di una destra egemonica, ma un intellettuale a cui si dedica qualche convegno e sul quale si scrivono una manciata di libri. Punto e basta. Simbolo di una resistenza che ha qualche scheletro nell’armadio (ma chi scambia la storia per guerra di religione non lo capirà mai!). Forse era qualcosa di più nei Settanta quando i fasci lo contrapponevano a Julius Evola personaggio grazie al quale è più facile scrivere romanzi alla Susanna Tamaro che metterci su un regno o una nuova “Comune”, stavolta romana. D’altra parte, ha scritto Paolo Simoncelli, anche la condanna di Gentile, il cui antirazzismo non convince Turi, servirebbe a coprire altri silenzi: in primo luogo sulla questione razziale. Anzi più che silenzi vere e proprie prese di posizione, come quelle – cito da un articolo su “Storia in rete” del maggio scorso – di Luigi Firpo, Giovanni Spadolini, Gabriele De Rosa, Guido Piovene e Giorgio Bocca. Ma proprio dagli scritti di “Storia in rete” per Turi sarebbe opportuno prendere le distanze. Si è sovente giustificata la netta presa di posizione (n-e-t-t-a) contro gli ebrei con la giovane età. Facendo torto a quanti anche a sedici o a diciassette anni sfidarono le ire di questo o quel gerarchetto ostentando una chiara fede antifascista. Chissenefrega se chi si schierò col duce o si disse favorevole alle leggi razziali aveva appena diciotto anni. Valga per chiunque naturalmente.     
La circostanza stessa poi che scorrendo l’indice dei nomi non figuri Tolkien, protagonista assoluto dell’immaginario della destra giovanile da almeno trent’anni, è davvero significativa. Turi non conosce a sufficienza quel mondo di cui scrive (non è ironia: forse è un bene) e impazzisce dalla voglia di buttarla lui in politica (ma come dargli torto). D'altra parte mettere assieme qualche conferenza con nomi prestigiosi – da Marcello Pera a Sergio Romano – una successione di nomi a capo di questa o quell’istituzione – Turi vorrebbe per caso inibirne l’attività, peraltro tutt’altro che determinante per le sorti della repubblica? – e una serie di pubblicazioni il cui rapporto lettore/autore è pressoché 1:1 (insomma non se le leggono manco le fidanzate o mogli degli autori), non serve a molto. Basterebbe visitare una decina di siti web o consultare quotidiani e periodici. Ne verrebbe fuori un elenco aperto a qualsiasi manipolazione. Chi non ne sarebbe capace? Altro problema legato al revisionismo: la questione dei libri di testo, della storia del Novecento unito al tentativo grossolano delle «destre» di metter bocca sul contenuto dei volumi, perché a loro dire privi della dovuta obiettività. Caso esemplare quello delle foibe. Il cavallo di battaglia delle «destre» da svariati anni a questa parte. Ma qui non posso dar torto a Turi. Quale rimedio proporre? Quello delle verità storiche di stato; un rimedio uguale e contrario alle finte o parziali verità che si vorrebbero sepolte dalle macerie del Muro di Berlino? Quello delle commissioni di controllo e di rettifica? Un governo liberale – se lo è – non obbliga a una sola verità, ma al contrario al pluralismo delle opinioni: l’una di fronte all’altra, l’una di fianco all’altra. La “verità” storica è frutto di una sintesi di esiti parziali non di una censura sulle analisi. Provino a studiare di più e meglio, provino a dare ai giovani mezzi per le ricerche, questi uomini di destra – rozzi e ignoranti, se non violenti – invece di spararla grossa e poi piangersi addosso perché mammina e papino hanno detto no. Pensino questi uomini a quello che ha rappresentato Gramsci per la cultura italiana e offrano spazio a chi lo cerca. Agli studiosi validi e responsabili. Esiste a destra un problema fondazioni o periodici? Turi lascerebbe intendere di sì. E sarebbero queste le armi principali della destra egemonica? Pensa te. Fondazioni che nascono e muoiono nel giro di due o tre stagioni, la cui dinamicità preoccupa solo l’autore; periodici liberal-conservatori snobbati dalle università, distribuiti in un quinto delle regioni italiane, acquistati in un decimo e letti in un ventesimo. Riviste di storia militare con tirature da barzelletta. Bla bla bla dilettanteschi di nazionalrivoluzionari di mezza età con moglie oziosa, posto fisso e seconda occupazione. Intellettuali cattolici che organizzano conferenze sul cattolicesimo (una novità assoluta, dunque). Qui il vero problema è la scarsa conoscenza del passato della “destra” da parte di Turi. A destra fin dalle origini è sempre esistita una vocazione giornalistico-culturale. Nel 1981 Umberto Di Meglio pubblicava su “Rivista di studi corporativi”, n. 5-6, lo studio “Il ruolo della stampa nella nascita del Msi”. Per l’autore alla base della nascita del Movimento Sociale c’era stato un grande dibattito giornalistico. E stia tranquillo il professore fiorentino che nessuno di quei fascisti avrebbe fatto proprio il motto “uno per tutti e tutti per uno”. Anche allora la “destra” era egemone? Non era obiettivamente presto?    
Ma il chiodo fisso di Turi sono i simboli della cristianità. Il professore si sofferma a lungo sulle questioni giuridiche relative alla presenza o meno del crocifisso nei luoghi pubblici. Sfiorando più volte l’annosa questione delle relazioni tra civiltà occidentale intesa come tradizione e cristianesimo. Naturalmente la sua vorrebbe essere una battaglia sulla laicità dello stato. Battaglia alla quale mi associo volentieri, lo dico da ateo e da posizione comtiana (lo chiamerò il superamento di una certa polemica). Ma Turi ha il difetto di prenderla troppo sul serio, seppure il cattolicesimo con ovvie velleità politiche sia un fenomeno preoccupante. E non da adesso. «Il dibattito sulla presenza del simbolo religioso nelle scuole resta comunque quello più rilevante, in quanto tocca il nervo particolarmente sensibile dell’educazione dei giovani, con evidenti conseguenze sull’assetto e sull’orientamento della società civile». Ora, sarebbe bene che Turi sapesse che nella scuole cattoliche – o meglio: scuole per ricchi, e beati loro! – l’insegnamento della religione o le pratiche religiose non sono armi potentissime al servizio della reazione. Alla reazione (di destra, di sinistra, del nord, del sud e chi più ne ha più ne metta) bastano e avanzano i conti in banca. D'altra parte chiunque sarebbe sconcertato nell’apprendere che gli studenti che trascorrono anni e anni all’interno di quegli istituti nulla sanno della Bibbia, dei Vangeli e dei temi religiosi più diffusi. Quel cristianesimo nulla ha di sacro o molto più banalmente di sincero. È elemento sovrastrutturale di una borghesia che ha affidato all’altissimo l’esercizio di una non ben precisata giustizia, sicura ieri come oggi di non essere delusa da un piano segreto anch’esso non ben precisato. Una cristianesimo mordi e fuggi ad uso e consumo del cosiddetto credente e del suo conto in banca. Turi non sbaglia dunque quando scrive di un cristianesimo senza Cristo, di un cristianesimo politico. Ma aggiungo che si tratta di un cristianesimo che fa volentieri a meno anche dell’altro da sé. Che stenta a umanizzarsi come da un altro versante il colto cattolicesimo – tutto paroloni e citazioni – dei molto onorevoli maestri di Dio. Di questi ultimi orgogliosamente fuori dalla realtà e delle loro prediche insopportabili, non mi preoccuperei affatto. 
Infine le case editrici. Turi ne cita alcune come si trattasse di Einaudi o del gruppo Rizzoli, e cita un numero non esiguo di autori – giornalisti o accademici, peraltro bravi e preparati come Giuseppe Parlato – quasi fossero E. L. James o J. K. Rowling. Felice di sapere che contrariamente a quanto si è sempre sostenuto – io stesso l’ho scritto più volte – gli uomini di “destra”, hanno gusti raffinati, sono esigenti e naturalmente leggono molto. Un gruppo editoriale come “Il Cerchio” di Adolfo Morganti (sanfedista e antirisorgimentale) e un professore molto polemico come Franco Cardini – ipercritico verso la cultura americana – che qualche anno fa si presentò alle elezioni comunali di Firenze raccogliendo il 4.5 % dei voti, peraltro lontanissimo da certi ambienti della “destra culturale” e molto apprezzato a sinistra, sarebbero pilastri di un’egemonia che solo Turi riesce a vedere. Un secondo gruppo editoriale come quello dell’amico Marco Solfanelli citato anch’esso, non di Roma ma di Chieti, che stampa ottimi volumi – dai Beatles a Luigi Tenco, dai fumetti ai temi sociologici e politici, fascisti o mussolinisti – non può certo essere accusato di egemonizzare il mercato e le menti. Lui stesso e i suoi autori ne riderebbero a crepapelle. «Il fatto che queste iniziative siano poco conosciute presso l’opinione pubblica non significa sottovalutarne l’importanza», chiosa Turi. D’accordo, da oggi in poi non sottovaluteremo nulla, ma non ho ben capito quali iniziative adottare per arginare la cosiddetta valanga nera. Scendere in piazza per la chiusura delle proposte editoriali? Una semplice, facile e comoda demonizzazione?

lunedì 8 luglio 2013

Un romanzo riscopre la tragica morte di un piccolo prete (il Giornale, 22 giugno 2013)

Emilio Bonicelli, giornalista e scrittore, è autore di un romanzo sul martirio di Rolando Rivi. Ucciso dai partigiani comunisti nelle campagne di Reggio Emilia il 13 aprile del 1945, per il solo fatto di essere un pretino. Il romanzo si intitola Il sangue e l’amore e da poco è uscito per Jaca Book in seconda edizione aggiornata. Ispirandosi a fatti realmente accaduti e a vicende personali, Bonicelli ha inserito due storie in uno stesso libro. Il quattordicenne servo di Dio, che non volle abbandonare l’abito talare pur nel cuore di una caccia alle streghe (la guerra dei comunisti contro i sacerdoti), e Marta bimba di quattro anni malata di leucemia, curata da una madre disperata. La risultante è un lavoro che si legge con piacere, anche se il narrato è molto triste; un confronto che ha il sapore dell’eterno: brutalità e crudeltà contro religiosità e speranza. Ma l’autore che è uomo di fede non ha dubbi sugli esiti. La salvezza ha radici nell’essenza della cristianità. Una sentimento che si riconosce esclusivamente nella preghiera. Nella richiesta di un rapporto immediato tra Gesù Cristo e chi ha fede.
Il libro ha origini invero singolari. Più di dieci anni or sono Bonicelli apprese di un bambino inglese guarito dalla leucemia, grazie a una reliquia di Rolando. Si trattava di una semplice notizia Ansa. Inizia un «paziente lavoro di ricerca» e scopre un episodio semisconosciuto come tanti, capitati nel “triangolo della morte” prima e dopo il 25 aprile ‘45. Rolando è figlio di contadini, frequenta il seminario ed è legato a don Olinto parroco della chiesa di San Valentino. Il loro rapporto è così stretto che i partigiani lo credono custode dei segreti del tesoro della pieve. Un tesoro da impiegare nella causa della rivoluzione. I giovinastri con fazzoletto rosso hanno un’idea curiosa della libertà; l’obiettivo è pressoché unico: la rivoluzione in nome di Lenin e dei Soviet. Rapiscono Rolando e lo fanno fuori senza pietà. Anche se non sa nulla del tesoro, solo perché è «nemico del popolo» e punto di riferimento per i giovani. “Difetti” che d’ora in avanti i comunisti non dovranno più sopportare. Tempo dopo, quando tutto sembra dimenticato una reliquia del pretino di campagna verrà accostata a un corpicino malato di leucemia. Ma alla morte, in quel caso, non spetterà l’ultima mossa. È la parola fine del romanzo. Nel corso degli anni le vicende di Rolando Rivi hanno trovato anche giusta legittimazione. Nel 1951 i carnefici della Brigata Garibaldi sono stati condannati da un tribunale di Lucca. Nel 2006 si è aperto il processo di beatificazione e Papa Francesco, è storia dei giorni nostri, ne ha già riconosciuto il martirio.

giovedì 27 giugno 2013

Massimo Fini, Gigi Rizzi e il '68

Forse la bellezza non salverà il mondo come diceva Dostoevskij, magari però riuscirà a farci capire meglio e di più. Ho appena letto, ripubblicata su il Giornale del 27 giugno 2013, l’introduzione di Massimo Fini a “Io, BB e l’altro ‘68” (Carte Scoperte) di Gigi Rizzi, morto quattro giorni fa a Saint Tropez dopo aver festeggiato il suo sessantanovesimo compleanno. Non male, mi permetto di dire da appassionato-curioso della storia di quegli anni. Delle centinaia di interpretazioni legate al Sessantotto, Fini ne sposa un precisa ma non originale. Il Sessantotto, inteso come anno, è la fine di un periodo di spensieratezza legato al boom economico: la fine degli anni Sessanta appunto. La breve storia d’amore tra Rizzi, romantico playboy nostrano dai facili successi, e Brigitte Bardot donna bellissima e icona dei tempi moderni, segna il limite di un’avventura nella quale si tuffò una parte di mondo che si lasciava alle spalle non tanto le penurie, quanto le rigidezze del dopoguerra.
E non ha torto Fini, pensate all’immensa provincia italiana, ancora dimessa, legata a valori e uomini ottocenteschi, uscita ideologicamente e materialmente dal fascismo ma legata a costumi vecchi, superati. Quando in pieno boom esce “La dolce vita” di Federico Fellini o gli studenti cominciano a parlare del grande successo di “On the road” di Kerouac l’Italia si è appena rimessa in piedi. È lì che nasce (giustamente!) una certa idea di elite intellettuale, che si affianca e sostituisce a quella dell’immediato dopoguerra, ancora in emergenza. Sarà la cultura francese che seleziona il meglio di quella mondiale, è sempre stato così, a rilasciare i veri attestati di idoneità. Li c’è il nuovo cinema, c’è Sartre,  ci sarà il “vero” Sessantotto, ci sono scrittori e artisti décadents, c’è il jazz e c’era stata la Beat generation. Lì nei primi decenni del secolo – lo ha ricordato qualche anno fa Woody Allen – si ritrovò il meglio dell’intelligenza del pianeta; lì tanti anni dopo morirà Maria Callas, la più grande cantante del Novecento (lo ha ricordato anni fa un altro grande regista, sovente messo da parte: Franco Zeffirelli). Lì la tua vita può cambiare davvero.
Difficile dire, con sincerità, se nella mente di Rizzi e degli altri giovani che frequentavano la Costa Azzurra albergasse questo tipo d’amore. Di sicuro c’erano le donne. E per le donne c’erano gli uomini come ha testimoniato Elsa Martinelli amica della Bardot. “Questo qui me lo farei”, confessò più o meno così la Bardot alla Martinelli dopo aver conosciuto Rizzi. Detto e fatto. L’italiano medio, tifoso e provinciale, giudicherà la storia tra i due come un affare di stato. Come una conquista nazionale. E che conquista! Sarà il momentaneo ritorno della Gioconda al di qua delle mura di casa. La restituzione delle terre di confine a nord-ovest, la definitiva italianizzazione di Napoleone. Sarà l’editoriale che non ti aspetti da un quotidiano francese su Modigliani e Marinetti. La Francia è la Francia (cioè: Parigi è Parigi), ma l’Italia sono gli Italiani ha spiegato Allen nei suoi ultimi film a un pubblico internazionale. Pittoreschi, emotivi, romanticoni e con in testa il vizio dell’assurdo Così, quando loro ce la mettono tutta, crollano perfino le barriere nazionali.
  «I Sessanta si sono creduti molto peccaminosi e trasgressivi», aggiunge Fini, «Furono invece anni molto solari e sostanzialmente innocenti». È un’affermazione interessante, coerente con un’impostazione storica colpevolizzante verso i Settanta. È certo tuttavia che i Sessanta furono tante cose. Furono quella cerniera che legò un mondo abitato da uomini che cercavano la felicità nella concretezza e nella certezza di un focolare domestico e di un lavoro onesto, a un mondo dove divertimento, trasgressione (qualunque cosa potesse significare) e anticonformismo (idem) porranno le fondamenta per la costruzione di universi paralleli. Dove la “vera” vita sarà sempre e solo un’altra. Ed è certamente vero che il tempo trasformerà i modi istintivi di protesta contro un pianeta abitato nello stesso momento da uomini e “dinosauri” (poetico, quasi commovente, il dialogo tra Luigi Lo Cascio, giovane studente, e il docente universitario nel periodo della contestazione ne “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana), in tentativi sempre più maliziosi e violenti di lotta, di reazione alla lotta e di manovre per sovvertire l’ordine costituito. A cominciare da Piazza Fontana che è del 1969, per non dimenticare i morti di Avola e la successiva contestazione orchestrata da Mario Capanna per la prima della Scala, il 7 dicembre 1968. Per la cronaca andava in scena il Don Carlos di Verdi diretto da Claudio Abbado, il grande direttore milanese che proprio ieri ha compiuto ottant’anni.
E non dimentichiamo, poi, quelli che oggi sono fenomeni diffusissimi. Le cosiddette spiritualità alternative (o semplicemente l’amore per le culture non occidentali) e purtroppo l’uso diffuso delle droghe. Entrambi fenomeni nati negli anni Sessanta. E con essi l’idea del sesso libero con annessi e connessi: in primo luogo ciò che Julius Evola per primo chiamò la banalizzazione del sesso. Ci scrisse pure il migliore dei suoi libri, Metafisica del sesso, valorizzato dall’accademico controcorrente Franco Volpi; in secondo luogo l’idea che il sesso fosse quasi esclusivamente consumo – consumo di libertà – e dunque legato a regole che ne tradissero per così dire l’essenza. 
Basterebbe anche andarsi a rileggere certe cronache reazionarie della stampa di destra, se si vogliono prendere per buone, per comprendere quale fosse la posta in gioco. Intendiamoci: c’erano delle esagerazioni e c’era il rifiuto da parte di certa stampa di comprendere quel mondo dei giovani che per la prima volta si manifestava con forza e passione. Rifiuto che era soprattutto della politica e di ambienti eccessivamente rigidi. Quando nel giugno 1965 i Beatles vennero in Italia, la stampa prese di mira oltre il gruppo – ne venne sottolineato lo scarso talento! – anche l’intelligenza dei fan. Poca, secondo certi ambienti reazionari. Le mode beat e ye ye erano roba per folle di arrabbiati senza un vero perché, e gli artisti meteore prive di reale amore per l’arte. Evidentemente si ignorava un “nuovo mondo” che era parecchio avanti, ma si ignoravano anche gli obiettivi legami tra quel mondo dei e per i giovani e le manifestazioni avanguardistiche di molti decenni prima. Cabaret, serate improvvisate, mostre a effetto sorpresa e manifestazioni estemporanee con proteste, tafferugli e autentiche piccole battaglie. C’era la speranza di un mondo diverso, migliore, nei Sessanta così come nei Dieci. Mata Hari danzò nuda sotto il naso di Marinetti (che scrisse anche di un fallo lungo undici metri: numero magico!), nella Factory del re dei Sessanta Andy Warhol (che ritrasse la nostra BB), ne accaddero di cotte e di crude. Differenze senza pregiudizi? Due guerre mondiali e tanta cura per l’immagine. Saremo tutti spettatori di qualcosa: ogni esibizione assumerà dimensioni sempre più grandi. Molto più esagerate saranno infine le reazioni di fan e detrattori.

mercoledì 5 giugno 2013

Tra Pirandello e Dario Fo

I più informati dicono che non fosse un esempio di modestia. Ma si sa, gli uomini di teatro sono parte di una realtà più estesa del normale, occupano più superficie di quanto la loro ombra sia solita limitare. Nel caso di Eduardo De Filippo, poi, la diceria è doppiamente autentica, perché lui ha incarnato il teatro napoletano per decenni fino alla scomparsa avvenuta il 30 ottobre 1984 a Roma. Mezz’Italia ha pianto e riso per colpa o merito suo, perché Eduardo è stato un capitolo di storia dello spettacolo del Novecento, ed è giusto riconoscerlo. A parte le intermittenti iniziative commerciali (i dvd) legate a questo o quel quotidiano o periodico, dell’artista napoletano si parla pochissimo, e con lui delle sue commedie e di quel mondo che ha saputo portare in scena con talento, insieme a un altro mostro sacro della nostra letteratura, il siciliano e premio Nobel nel 1934 Luigi Pirandello.
Dal grande agrigentino autore pienamente novecentesco per profili tematici, Eduardo seppe apprendere l’arte di guardare al nuovo, l’arte di rinnovare le forme di espressione, il contenuto e la forma, e a lui Pirandello affiderà le regie di Liolà e del Berretto a sonagli. Eduardo fu sostanzialmente un moderno che apprezzava la modernità con le sue cause e i suoi effetti. La Tv per esempio, al quale consegnò buona parte dei suoi lavori praticamente da subito, dopo essere stato protagonista sul grande schermo come attore, regista e sceneggiatore.        
Figlio illegittimo di Eduardo Scarpetta, De Filippo nasce all’inizio del secolo scorso, nel 1900 in una Napoli in emergenza – sembrava quella di adesso – ma viva; dal teatro all’arte, dalla critica alle realtà rappresentate sui palcoscenici, proprio lì ci si attendeva ancora qualcosa. Come forse oggi – o magari appena ieri – da un semplice concerto rock o da una trasmissione televisiva di ultimo genere. Quel teatro che pur fece ridere, dev’essere stata attività seria davvero, se Eduardo si rese conto appena a quattordici anni che la sua strada non poteva coincidere in tutto e per tutto con quella dei fratelli Peppino e Titina (coi quali formerà un delizioso trio fino alla metà degli anni Quaranta), e comincerà a guardare al suo popolo partenopeo quale fonte di reale e nuova ispirazione. Ha grande successo nella rivista, si fa le ossa da solo e con l’altro grande autore Raffaele Viviani, già sogna un teatro che vada oltre la pur gloriosa tradizione partenopea degli Scarpetta e dei Di Giacomo.
Autore prolifico e dal geniale e generoso colpo d’ala, il primo vero grande successo eduardiano risale alla fine degli anni Venti, con Sik Sik, l’artefice magico che da il la a una carriera di lì a poco pronta a includere il capolavoro del 1931 Natale in casa Cupiello e altre produzioni strettamente realistiche, con la messa in scena della crisi novecentesca dei valori. Ha scritto Gennaro Magliulo in un volume che è tra i primi dedicati al secondo dei fratelli De Filippo (Eduardo De Filippo, Cappelli 1959): «Il punto di partenza immediato dei De Filippo autori-attori è l’osservazione e la ricostruzione della realtà che li circonda. Si è scritto come, a quell’epoca, Eduardo e Peppino restassero ore ed ore fermi in Piazza San Ferdinando seduti a un tavolo del famosissimo caffè “Gambrinus”, meta quotidiana dei vitelloni cittadini. Di costoro i due attori osservano il comportamento, le piccole manie, il modo di esprimersi, il vanitoso e quasi clownesco atteggiarsi. E, tornando a casa o in teatro, ripetono quei gesti, quegli atteggiamenti, come una lezione da mandare a memoria». L’atteggiamento eduardiano è profondamente critico nei confronti di una borghesia che, a suo modo di vedere non merita solidarietà alcuna, legata a se stessa, alla vana felicità, alle proprie piccole speranze (speranze da borghesi, appunto).
Il teatro napoletano non è più solo farsa, ma verità sociale en travesti, burla apprezzata da un pubblico che sorride e si diverte mandando giù una medicina dal sapore usualmente dolce. Una filosofia della quotidianità che Eduardo non abbandonerà neppure in tempo di guerra, quando ridere e divertirsi è quasi un obbligo, anche se è soprattutto in questo momento (con La parte di Amleto e Non ti pago) che prende forma l’impulso malinconico della sua singolare recitazione, calma, da saggio più che da attore, una personalità – ecco sì una personalità – sorniona e riflessiva. Celebre rimane la parlata – assolutamente inimitabile – che per la sua genuinità seppe rendere un grandissimo servigio al dialetto comunemente parlato. Eduardo si definiva un uomo del popolo e per il popolo. Lo sottolineò anche quando arrivò la nomina a senatore a vita (nel 1981), da parte dell’allora capo dello stato Sandro Pertini. Con sensibilità e con coraggio si batté per le condizioni dei suoi ragazzi rinchiusi nelle carceri.    
Eduardo pessimista o ottimista? Più il secondo (inconsapevolmente?) che il primo diremmo. Del 1945 è la commedia Napoli milionaria (diventata celebre anche per la frase speranzosa ripetuta dal protagonista: «Addà passà ‘a nuttata») che è storia di guerra sul commercio clandestino dalla coscienza tipicamente neorealista; dell’anno dopo la surreale ma umanissima, a metà tra ingenuità e furbizia, Questi fantasmi! (anch’essa nota per le chiacchierate del protagonista sul balcone col «professore»), e soprattutto l’iper-realistica Filumena Marturano (1946), scritta per la sorella Titina e dal quale vent’anni dopo Vittorio De Sica trarrà il film Matrimonio all’Italiana con la coppia principe del nostro cinema Loren/Mastroianni. Bene mio, core mio (1955), Sabato, domenica e lunedì (1959), Gli esami non finiscono mai (1973), sono gli altri titoli eccellenti per concludere un breve ricordo. Ma c’è di più, senz’altro: Eduardo ha influenzato attori di straordinario talento, uno su tutti Massimo Troisi, ed oggi il meglio del teatro napoletano difficilmente può prescindere da lui come autore e soprattutto come interprete. È stato apprezzato da un altro premio Nobel (del futuro questa volta), quel Dario Fo che il giorno dopo la sua morte disse: «era il più grande uomo di teatro in Italia», ed era infine stimatissimo da Giorgio Strelher, così distante ma in fondo così vicino al talento del maestro napoletano. Dirà lo stesso giorno: «Il teatro del mondo è più povero. Noi tutti che di teatro viviamo, siamo più soli ed io, che ero legato a Lui umanamente forse più di altri da lunghissimo tempo, sento una profonda ferita che mi impedisce di esprimere, in questo momento, altro che il mio dolore». 
Eduardo aveva debuttato ancora ragazzino, a quattro anni, nel ruolo di un piccolo orientale («L’infanzia di Eduardo … non dura a lungo se, a pochissimi anni, lo battezzano col fuoco sacro del palcoscenico. La sua prima apparizione alle luci della ribalta la fa nel ruolo di un piccolissimo cinese nella parodia scarpettiana della “Geisha”»). La stima da parte della cultura e dello spettacolo internazionale non gli mancheranno mai. Verrà acclamato a Londra, negli Stati Uniti e nell’ex Unione sovietica … e morirà lavorando addirittura su Shakespeare. «Con Goldoni e Pirandello, Eduardo De Filippo è oggi il drammaturgo italiano che ottiene all’estero maggiori consensi di pubblico». Riusciamo a dirlo con serenità, allora: uno dei più grandi pregi di Eduardo è di aver reso Napoli una città del mondo; grazie a lui le sofferenze di Napoli non sono soltanto le sofferenze di una grande città, una come tante. In molti pare lo abbiano dimenticato, ma i migliori non scorderanno i suoi messaggi di speranza. Anche perché Eduardo amava Napoli senza alcuna retorica. Egli stesso decise di andar via, di andare a Roma (dov’è stato sepolto), e a chi gli chiedeva della sua città rispondeva col realismo che lo aveva da sempre contraddistinto: andate via, anzi: fujtevenne. Napoli è anche la brillante contraddizione dei suoi artisti, dopotutto. 

martedì 4 giugno 2013

Candido, ovvero il pessimismo

Diciannove anni fa, il 4 giugno 1994, moriva per un attacco di cuore Massimo Troisi. Alfiere napoletano della generazione dei nuovi comici dei Settanta, quelli che dovevano tanto, tantissimo alla vituperatissima televisione. Era a Ostia, dalla sorella. Da appena un giorno aveva finito il suo ultimo film, Il postino, era affaticato e poco tempo prima si era recato negli Stati Uniti per una visita. Niente da fare, il cuore di Troisi non funzionava. A vent’anni il comico era già stato in America per la sostituzione di una valvola; il Nuovo Mondo aveva regalato al napoletanino di San Giorgio a Cremano una nuova vita e la possibilità di riprendere l’attività teatrale.
Chi non ricorda La smorfia? Il trio cabarettistico formato da Troisi, Enzo Decaro e Lello Arena? Nato come I Saraceni, il gruppettino prima di debuttare in Tv nella storica Non Stop di Enzo Trapani (1977) era andato in giro per l’Italia raccogliendo successi nei piccoli teatri e nei cabaret. Le tappe principali del gruppo, inizialmente diverso per composizione, erano state: teatrino parrocchiale, garage, teatro, radio e Tv. Una gavetta lunga quasi un decennio, in un periodo nel quale far ridere era quasi un obbligo. Non c’è bisogno di dire cosa furono i Settanta. Ricordiamo che a un certo punto la tivù decise di stare al passo coi tempi e ricordiamo anche cosa scrisse Lietta Tornabuoni, omaggiando Troisi: quando non c’era più niente da ridere, ridere era l’unica possibilità rimasta.
Di Troisi si diceva fosse il nuovo Eduardo, vero o falso che fosse, fu un uomo molto amato, amato dalla gente, dagli spettatori e dai colleghi. C’era un non so che di misterioso nel suo modo di fare. La sua tecnica era esclusivamente istinto e interpretazione, le parole più musica che linguaggio, le espressioni tipiche di chi cede a una precarietà esistenziale ma col gusto del sorriso. Si potrebbe dire di Troisi che fosse in tutto e per tutto un uomo del Sud, ma di un Sud ironico, delicato, mai ipocrita. A volte incredibilmente riservato. Un Sud che ridendo dei suoi sketch apriva le porte – e non era la prima volta – a un umorismo leggero, ingenuo e accidentalmente autolesionista. Non di rado, Napoli era protagonista delle storielle della Smorfia (sempre là si andava a finire). Ne Il basso per esempio, con Troisi nei panni del signor Salvatore, un uomo che chiedeva aiuto non diversamente da tanti altri del Sud. Oppure in Napoli, con un monologo dedicato a una città con mille problemi: sporca, senz’acqua, con disoccupazione e mortalità infantile alle stelle. Umorismo tipico di certe espressioni artistiche, da commedia pura, che si accaniva sui difetti di uomini e cose, strappando più di un sorriso con un’elencazione di guai, due o tre commenti e pochissima filosofia.
Troisi era bravo, era bello (non c’è chiosa che non lo evidenzi), era modesto, non aveva amicizie ai piani alti e aveva le giuste ambizioni. A un certo punto pensò di scrivere un testo più lungo del previsto e ne venne fuori la futura sceneggiatura di Ricomincio da tre. Primo film come attore, sceneggiatore e regista (1981). Protagonista un giovane napoletano trasferitosi a Firenze, così insicuro da non poter chiedere molto alla vita, a se stesso e agli altri: sarà costretto ad accontentarsi di qualche briciola. Troisi temeva l’insuccesso, credeva di non essere all’altezza come artista cinematografico ma partorirà un vero gioiellino: fulcro di una carriera che durerà un altro decennio. Tra alti e bassi. Nel 1983 esce il quasi gemello Scusate il ritardo, un anno prima è andato in onda un singolare lavoro su Rai3 Morto Troisi, viva Troisi!, ospite un gruppo di attori (Verdone, Arena, Nichetti, Benigni, Arbore) che finge di commemorare la morte del protagonista. I suoi ultimi lavori come regista Le vie del signore sono finite (ambientato nel periodo fascista) e Pensavo fosse amore… invece era un calesse, sono abbastanza prolissi (c’è chi li ama, ovviamente), azzardo che Troisi verrà ricordato a vent’anni dalla morte per ben altre opere. Nel 1985, il grande successo di pubblico – non tanto di critica – di Non ci resta che piangere, film magico realizzato a quattro mani con Benigni (e sceneggiato anche da Giuseppe Bertolucci). Benigni, che non gli somiglia per niente, rimarrà fino alla fine uno dei suoi più grandi amici, insieme a Marco Messeri, Arbore, Verdone e al cantante Pino Daniele. 
A metà strada, da ricordare i tre film per la regia di Ettore Scola. Non tra i migliori del regista nato in Campania. Splendor e Che ora è? con Marcello Mastroianni, e Il viaggio di Capitan Fracassa con Ciccio Ingrassia. Tutti temi diversi, naturalmente: la nostalgia, i rapporti padre-figlio e le avventure di una compagnia teatrale itinerante. L’ultima pellicola di Troisi, per la regia di Michael Redford (Orwell 1984, Il mercante di Venezia) è Il postino con Philippe Noiret nei panni di Pablo Neruda. Il film ottenne cinque nomination all’Oscar – tra le quali due a Troisi, ormai morto, come attore protagonista e come sceneggiatore – ma vinse una sola statuetta per la migliore colonna sonora di Luis Bacalov. Non giudico Il postino un film noioso: forse un po’ sopravvalutato. Ma commovente. Rimane l’ultima testimonianza di un grande personaggio del nostro passato. La genuinità di Troisi entrò anche nel cuore degli Ottanta: nessun giovane a quei tempi riuscì a sottrarsi al suo giudizio e alla sua candida irriverenza.

domenica 26 maggio 2013

Torna il Guerin Meschino

C’è reazione e reazione. Ci sono intellettuali che inseguono lo scoop e intellettuali che se ne disinteressano. Un giorno, c’è chi crede di scrivere il libro della vita (l’altrui vita), il successivo c’è chi sceglie la via della sottile propaganda. Di libri sul “si stava meglio quando si stava peggio” con variazioni a mai finire ne abbiamo letti troppi. I testi profetici costruiti sul medesimo principio non passano di moda e c’è chi ne scrive uno dietro l’altro giocandosi titolo e lunghezza: dicendo suppergiù la stessa cosa. Ci viene in mente Massimo Fini con la Ragione aveva torto, ora con punto interrogativo ora senza. Papà di una serie di volumi figli di una convinzione diviso tre: si stava meglio nell’ancien régime cioè prima della rivoluzione industriale, la tecnica ci porterà alla distruzione e infine: i cattivi sono i buoni e i buoni sono i cattivi.
Ma c’è reazione e reazione dicevamo. Ce n’è una che non lo è affatto o se lo è è figlia di una seria disposizione di studi, idee, riflessioni: fiumi carsici che compaiono e ricompaiono nel corso di una vita. Luca Negri, quarant’anni e una profondità non comune, si occupa di medioevo non da tifoso né da saggista malinconico. Non ha tesi precostituite da spacciare per studi infiniti né pensa che dietro l’angolo ci sia l’inferno per miliardi di peccatori. I catastrofisti à la page vorrebbero farci pentire di essere nati, i passatisti alla moda – e un po’ violenti – vorrebbero convincerci che nascere ai tempi dei vespri siciliani sarebbe stata una gran fortuna. I saggisti seri si affidano all’intelligenza del lettore. È una scommessa che vale più di una carriera. Nel suo ultimo lavoro Il ritorno del Guerin Meschino (Lindau 2013), Negri mette tutto in chiaro: «Non auspichiamo né riteniamo possibile riportare l’orologio della storia e dell’evoluzione umana indietro di un millennio. Non siamo antimoderni incalliti, votati al lamento per il tempo che fu e non è più». Non è fiato sprecato. La soldataglia antimoderna, che si autoesilia in un sud immaginario sapido d’Ottocento, caccia grossi calibri per una guerra fatta di grassetti e parolone, e all’occorrenza arruola poetume per compagnie di flagellatori. Irridendo il buon senso, talvolta anche la pace. Negri parla di futuro con saggezza: mission impossible per Fini e compagnia stonante, arruolati tra i partigiani del pessimismo con certificazione, dicono loro, anticonformista.
Anticonformismo è sostantivo di cui si abusa. Indica avversione a un modo di pensare. Diffuso. Alla legge del numero, alla democrazia. Assicura che l’erba del nostro giardino (anzi del mio: l’anticonformista vive nel mito dell’eroe solitario) è più verde del prato dei vicini. Vuol dire disprezzo, insofferenza. L’anticonformista con mimetica e cartucciera più che uomo di pensiero è indovino. Sa contro cosa e contro chi lottare, quasi mai per chi. Vuol distruggere, non sanare o risanare. Si tiene fuori dalla mischia ma graffia, fuma, sentenzia. Deprezza le idee altrui – che dà per presupposte – alle quali contrappone un copia-incolla mnemonico, ricavato da libercoli e pubblicazioncelle a cui associa la nobiltà di una firma. Nulla di serio andrebbe ricavato dalla prosa di un insoddisfatto cronico e avvinazzato di molestie. Parafrasando Alain de Benoist che ce l’ha con chi si colloca a destra: l’anticonformista non ha idee ma convinzioni.
Libri come quello di Negri sono antidoti alla superbia della colta ignoranza o come diceva Julius Evola della stupidità intelligente. L’illuminismo che uno sport per alunni zoppicanti vorrebbe causa di inconvenienti interplanetari viene definito da Negri un tesoro da coltivare e tramandare. «Negare questa verità significa isolarsi dalla corrente storica, mummificarsi nella retorica utopistica (di un’utopia alla rovescia, reazionaria), nella testimonianza narcisistica, nella paralisi del pensiero». La storia o Storia non si sceglie come fosse merce. L’antilluminismo, continua Negri, è strada senza sbocco. Non porta a nulla, non ha diritto di cittadinanza. Allo stesso modo, la storia non è tifo da stadio – ma i curvaroli si spacciano per storici dilettanti – ed è operazione grossolana contrapporre periodi a periodi. Con la convinzione – torna de Benoist – che uno prevalga sull’altro. I laudatori del medioevo o dell’ancien régime sono avanzi di una commedia all’italiana fuori tempo (non dimentichiamo Mario Monicelli), ma i tifosi illuministi rischiano una magra figura fasciando i luoghi non razionali dell’esistenza e gli ostacoli alla formazione del pensiero. Il che sarebbe vero solo in casi estremi.
Il medioevo cristiano, questo è certo, è stato vittima di pregiudizi. Mai discussi fino in fondo. Intollerante, anarchico, superstizioso, violento e maschilista? Certamente, ma come ogni epoca, forse meno di una scomposta modernità o di una classicità apparentemente rose e fiori. Sul fattore violenza, soprattutto, passeremmo il testimone agli abitanti di Hiroshima o alle vittime di Auschwitz. Dunque? Abbiamo bisogno di «un po’» di medioevo conclude Negri o di chi possa riassumerne lo spirito. Come il Guerin Meschino, eroe albanese di mille avventure alla ricerca delle proprie origini e radici. La cui vita cantata da Andrea da Barberino nel XV secolo, fu collettore di relazioni, esperienze e azioni di valore simbolico. Sintesi dei tempi che furono e cavaliere del futuro. Fratello maggiore di Aragorn prim’attore nel Signore degli anelli di J. R. R. Tolkien. Abbiamo bisogno del Graal, simbolo di un qualcosa che è andato perduto – che confina con un’antica sapienza – e che ha cambiato la storia del mondo. E «abbiamo bisogno di sorprese, di mistero, di qualche luce spenta. Di accettare il fatto che non tutta la realtà è limitata al nostro uso dei cinque sensi, che non tutto è spiegabile razionalmente».
Qui rientra in campo certo pensiero tradizionale, cioè torna in scena lo spirito. Rinasce il medioevo. In realtà mai messo da parte dalle eccellenze della letteratura europea (da Ludovico Ariosto a Walter Scott). In una nuova era, età di mezzo ed età dei lumi potrebbero fondere le esperienze. Mettiamola così: meno dogmi e maggior libertà, o forse maggior impegno e una volontà più pura. Tanta memoria ma anche tanta paura. Lo spirito senza il collare della ragione taglieggia l’io. La ragione senza lo spirito è imperfezione ben mascherata, ma anche promessa di altro sangue versato. Fate voi. E in fondo perché limitarsi a desiderarlo? A ben vedere siamo immersi fino al collo nel pentolone di un singolare, invadente medioevo. Forse dall’Ottocento di Fëdor Dostoevskij – uomo contro il proprio tempo –, passando per chi predicò l’esistenza o il ritorno a un al di là dal «corpo fisico» nel mezzo di una rivoluzione non desiderata; come il chimico, filosofo e teologo Pavel Florenskij, fucilato dai comunisti nel 1937 e tardivamente riabilitato. O per Nikolaj Berdjaev di cui ci dà notizia Alexandr Solzenicyn, catastrofista anche lui (a ragione), che giudica positivamente il medioevo storico – «senza Dio si diventa schiavi di elementi inferiori» – ma non è nostalgico né piagnone. Auspicherebbe, quello sì, un nuovo medioevo con un «passaggio dal razionalismo dei tempi moderni a un irrazionalismo o a un super-razionalismo», con tanto di apprezzamento per l’elemento femminile in senso goetheano. A un organicismo che sa d’antico si rifaranno Gilbert Keith Chesterton il papà di padre Brown – molto amato da Jorge Luis Borges –, e il più noto Pierre Drieu La Rochelle purtroppo abbagliato da Hitler ma anche da un medioevo colorato, energico e giovanilistico. Fisico e spirituale insieme. Non un’età perduta, triste, la sua; ma al contrario colma di «rivolgimenti sociali». Rudolf Steiner scriverà di una società liberamente tripartita tra economia, politica e cultura. 
E ci troviamo in un nuovo medioevo anche per ragioni, diciamo così, più evidenti. Dalle guerre mondiali al terrore atomico. Dal disgregarsi di interi paesi alla minaccia di una fine del mondo o di un impero: quello comunista prima, quello americano adesso. Dalla miseria alla crisi del ceto medio, quello che bene o male ha interpretato la fine dell’era moderna. Dalla crisi nella credibilità della scienza al fai da te in più settori e occasioni. Chiamasi catastrofe prossima ventura o almeno per il momento relativismo della peggior tipologia. Chi siamo? cosa vogliamo? dove stiamo andando? qual è «il senso della vita»? Fino a un secolo fa la risposta sarebbe stata semplice. Adesso è più facile far rispondere gli altri. O riscoprire il sacro: «vivo è il cristianesimo nel mondo» dice Negri, e vivo è il bisogno di religiosità, che è un’altra cosa, ma che appartiene a una stessa famiglia allargata. Ateismo e post-ateismo sembrano passare di moda in favore di una spiritualità dai contorni evanescenti, un oceano con fiumi e affluenti mai in secca. Una religione dietro l’altra alla maniera del cantante Franco Battiato (a proposito di catastrofisti). Allora? Siamo persone, non entità collettive, coltiviamo la libertà e custodiamo la trascendenza. Coccoliamo un dio che chiamiamo con nome diverso, in attesa che qualcosa si muova. Chissà.


giovedì 16 maggio 2013

Emil Cioran: viva la dittatura! (Il Giornale, 8 maggio 2013)


Alla fine di ottobre 1933, Emil Cioran si sposta in Germania. Ha appena finito di scrivere il suo primo libro, Al culmine della disperazione, e ha vinto una borsa di studio presso la prestigiosa Fondazione Humboldt. Si stabilirà prima a Berlino, dove seguirà le lezioni di Nicolai Hartmann e di Ludwig Klages, iscrivendosi anche a un corso di psichiatria. Quindi a Monaco, fino all’anno successivo. Il 4 settembre 1933 anticipa il suo viaggio all’amico Arşavir Acterian in una lettera adesso tradotta in italiano, con altre ventidue scritte da Cioran in anni giovanili. Si intitola Lettere al culmine della disperazione (1930-1934), ed esce oggi, il volume edito da Mimesis curato da Giovanni Rotiroti, con traduzioni di Marisa Salzillo e con una postfazione di Antonio Di Gennaro, che raccoglie queste lettere spedite dal filosofo di Rãşinari a Bucur Ţincu, Arşavir Acterian, Petre Comarnescu, Mircea Eliade e Nicolae Tatu. 
A Berlino, Cioran deciderà di seguire il buddhismo e tanta buona musica. Un rimedio contro il nazionalsocialismo, dirà. Ma una medicina invero poco efficace, come si evince da altre missive. Berlino è luogo tutt’altro che insignificante. E in Germania come in Romania sarebbe auspicabile qualcosa di nuovo. Come una dittatura. Scriverà a Eliade, è «difficile trovare uomini illustri: tutti hanno un’ampia cultura, ma pochi oltrepassano la storia che è il virus della cultura tedesca. Comunque sto bene a Berlino e mi entusiasma il suo ordine politico»; e poi a Tatu: «Berlino è una città che ha troppo stile, troppa storia, troppe tradizioni; la sua architettura rigida e triste mi fa sentire veramente a disagio».

giovedì 2 maggio 2013

Tomorrow belongs to me


Sesso e danaro come struttura. Arte e cultura come sovrastruttura. Quattro semi per un mazzo di carte mescolato a dovere. La musica (e che musica!) sarà il croupier. Che darà e riceverà a seconda di spazi e luoghi. La cornice è questa. Il nome dell’opera d’arte è Cabaret. Film musicale del 1972 di Bob Fosse, regista e coreografo di Chicago ma di origine europea. Adattamento di un musical di Broadway del 1966 firmato John Kander e Fred Ebb. Tratto a sua volta dalla pièce di John van Druden, I am a Camera e ispirato al romanzo di Christopher Isherwood Addio a Berlino. Uscito da poco in edizione blu-ray. Ne consigliamo in ogni caso la visione.
Com’era Berlino all’inizio dei Trenta? Chi immaginasse una città piegata da violenze e attività sovversive rimarrebbe deluso. D’accordo c’erano anche quelle – Bob Fosse e Jay Allen sceneggiatrice per Hitchcock, Cukor e Lumet, lo sanno bene – ma su tutte vinceva una folle creatività. Che un’altra generazione avrebbe riscoperto lungo l’asse Londra-Parigi-Amburgo, appena trent’anni dopo. La vecchia Europa è la vecchia Europa e Berlino è culla di sogni, raccoglitore di speranze, patria d’elezione per artisti in cerca di palcoscenici. Malgrado loro: i nazisti; malgrado lei: l’inflazione. Malgrado una brutalità quotidiana. Le avanguardie dettano tempi e modi. Difficile non accorgersi d’una certa ruvida ambiguità, non sentirsi appena schiacciati dal peso di una disarmonia quasi cosmica. Folle pensare che una nuova primavera sia alle porte. Ma Brian il professorino inglese (Michael York) che amoreggia con Sally ballerina e cantante di talento (Liza Minnelli) è il solo a comprendere che il peggio deve arrivare. Il solo a intuire la portata negativa del nazionalsocialismo. Chi riesce a convincerlo che i nazisti verranno messi fuori gioco, una volta eliminati i bolscevichi? Lui non crede alla propaganda del Völkischer Beobachter che accusa gli ebrei di essere i protagonisti d’un complotto internazionale. Come comunisti o come banchieri.
Fiato sprecato. I giovani vengono catturati dal nuovo partito e in tanti scrollano le spalle. Le preoccupazioni sono in tonalità minore, sembra dirci Fosse, tali da poter essere rappresentate nel buio di un peccaminoso cabaret. Il Kit-Kat club, che è un locale alla moda dove la realtà è assai confusa, ora sfocata ora sbiadita: si riproduce a suon di musica e non proprio fedelmente. Tra ballerine suonatrici e bionde trans. Il maestro di cerimonie (un grandissimo Joel Grey) è un tipo buffo e ambiguo, che sorride quando non dovrebbe. In fondo quel che conta è che la gente si diverta, con ogni qualità di materiale: perfino con uno scimmione spacciato per ebrea, nel pieno di una caccia ai giudei.
Visto da questa postazione, Cabaret è un film che racconta più di quel che vorrebbe. È un film sull’inconsapevolezza del male, a universi quasi paralleli. Epperò anche una storia unica. Che inizia e finisce con un treno e una stazione. L’arrivo e la partenza di Brian: grazie a lui sapremo cosa accade in Germania all’inizio dei Trenta. Conosceremo ogni episodio. Grammo per grammo.
Il film ha vinto otto meritatissimi Oscar. Miglior attore non protagonista, migliore attrice, miglior scenografia, miglior fotografia, miglior regia, miglior montaggio, miglior sonoro e miglior colonna sonora. Tutti i brani di Kander ed Ebb sono immortali. Incastrati all’interno del film in modo originale. Come piccole esibizioni accostate volta per volta allo spettacolo principale. Cioè al film. Da Cabaret a Money money, da Maybe this time alla celebre Tomorrow belongs to me. Diventata in italiano Il domani appartiene a noi durante il primo campo Hobbit di Montesarchio, nel 1977. E contemporaneamente uno dei nuovi inni dei giovani anticonformisti (chiamiamoli così) per gli anni a venire.
Sally Bowles è un’americana capricciosa, bugiarda ed egocentrica. Figlia di un ambasciatore che si tiene a debita distanza. Il suo sogno è diventare la nuova Lya de Putti, femme fatale dei Venti e morta in quel 1931. Brian è un professorino timido e ingessato che proviene da Cambridge e vuole dare lezioni private di inglese. I due sono inquilini di una pensione insieme a una massaggiatrice e a una prostituta. Gli opposti si attraggono – dice Fosse – e presto inizieranno una relazione pressoché indistinta. Sally continuerà ad andare a letto con chiunque le prometta una carriera; Brian invece è impotente (e bisex) anche se l’americana sembra avere un effetto miracoloso. Come se non bastasse, nella loro vita piomberà Maximilian un barone annoiato in cerca di emozioni e avventure. Affascinante, ricco e prodigo di promesse, il rampollo dell’aristocrazia berlinese avrà una relazione con Sally in cerca di Pigmalioni, ma anche con Brian sempre più introverso e spaesato. Frattanto, una seconda coppia cuoce nel pentolone berlinese. Il gigolo Fritz che si spaccia per protestante e Natalia ricchissima ereditiera ebrea. Lui ama lei, ma lei ha troppe riserve. 
Finale drammatico. Fritz che è senza un quattrino, decide di rischiare il tutto per tutto, e ammette di aver mentito e di essere ebreo. Solo così sposerà Natalie. Sally invece aspetta un bambino forse da Brian forse no. Il professorino poco adatto a un’esistenza spericolata le chiede di tenerlo, le propone un matrimonio e un futuro a Cambridge. Sally fingerà di accettare, ma ci ripenserà e abortirà. Riprenderà a esibirsi al Kit-Kat e a sognare un futuro da stella del cinema. Il film va così ma la Storia ha già preso la sua rincorsa. C’è bisogno di dirlo? La Germania affogherà nel mare nero del nazionalsocialismo.

lunedì 29 aprile 2013

I brevi cenni sull'universo di Enrico Letta


Varietà interessante quella nata nell’agosto 1966. Catena Fiorello, Marina Berlusconi, Enrico Letta e chissà quanti. Cognomi importanti. C’è che l’imbarazzo di venire scambiati per un altro è più che un incidente. È un guaio che si reitera. Enrico ci prova oggi, presentandosi alla Camera per ottenere la fiducia per il nuovo governo. Potrà anche presentarsi alle cene di Natale non da nipote di cotanto zio: cioè Gianni, sottosegretario di portata storica di Silvio Berlusconi.
Chi ha meno di cinquant’anni, in Italia, viene spacciato per giovane. Anche se è stato esponente democristiano, del Partito popolare, della Margherita, dell’Ulivo e del Partito democratico, che poi è sempre la stessa storia. Anche se è già stato ministro con D’Alema e di esperienza ne ha pieni i serbatoi. Forse troppa. Tra le seicentosessantasei regole non scritte della politica c’è quella di dichiarare mille per realizzare due. I punti programmatici presentati alla Camera da Letta il giovane ricordano i brevi cenni sull’universo del governo Moro visto da Andreotti. Governo di centrosinistra. L’ampio programma per un paese la cui crisi è a più incognite, serve a tranquillizzare chi va tranquillizzato. Cioè l’Europa, cioè i mercati, cioè chi ha contribuito a metter su questo governo. Napolitano, amici e alleati. Ma serve a poco per risolvere la crisi di credibilità della politica. Lo abbiamo capito dopo la sparatoria fuori da palazzo Chigi. Perché gli italiani che soffrono riprendano a sperare non bastano le promesse o la metafora di Davide e Golia, ma servono fatti. Serve operare a livello di politica alta e serve operare a livello periferico. Serve dimostrare che lo stato non è nemico, né soggetto ostile, serve dimostrare che gli uomini che questo stato incarnano sono alleati e non carnefici delle istanze del cittadino. Non siamo ottimisti perché la sobrietà a cui Letta ha fatto riferimento somiglia troppo a quella del governo Monti, a quel mostro giuridico che ha distrutto la credibilità dell’Italia presso gli italiani (inversamente proporzionale a quella delle banche e dei poteri forti), e che sembra aver freddato le speranze per ripresa economica e rilancio dei consumi. Sobrietà fa rima con austerità se non con povertà. E di sacrifici ne abbiamo fin sopra i capelli. Forse l’impasto Pd-Pdl-Scelta civica servirà a riordinare le idee. A ricominciare da tre.
La cancellazione dell’Imu, la riduzione delle tasse abbinata alla lotta all’evasione (ne sentiamo parlare da trent’anni!), vanno nella direzione giusta. La rivoluzione del finanziamento pubblico ai partiti e l’eliminazione del doppio stipendio per ministri e parlamentari servono a far comprendere che l’Italia legale ha capito che un paese a due velocità è un’offesa morale. Sacrifici per i cittadini, e yacht, case a basso prezzo e privilegi per chi gestisce danaro pubblico secondo le proprie convenienze. La fiducia degli elettori va riguadagnata, la qualità del rapporto società civile/elite politica è ai minimi storici; Letta lo sa e in primo luogo servirebbero segnali di distensione. Un minuto dopo, le riforme. Le benedette riforme, con in testa una nuova (o vecchia) legge elettorale che non ostacoli un solo passo avanti. In ogni direzione, con orizzonte civile e prospettiva innovatrice. E non costringa il paese a offrire di sé l’immagine peggiore: quella di un regno per professionisti che pur di non concedere nulla agli avversari, è disposto a farsi del male: fino a percorrere il sentiero del suicidio. E poi: un piano di crescita per un paese che non ha il pregio della modernità né dell’audacia. Più di un pensiero per gli under-quaranta, le riforme costituzionali, con la riduzione del numero dei parlamentari e la riforma del Senato. Per la cui progettazione si prevede una apposita Convenzione, si vocifera, con nomi di alto prestigio anche non parlamentari. 
Insomma: il giovane ex democristiano oggi piddino di lavoro ne ha. La maggioranza che dovrebbe sostenerlo c’è. Angelino Alfano è entusiasta all’idea che il governo metta mano alle tasse. Berlusconi s’immagina a capo della Convenzione per le riforme. Da tempo, il blocco sociale posto alla base della maggioranza di governo, la stragrande maggioranza tra borghesia e classe lavoratrice di tendenze moderate, o cautamente progressista, tifosa della modernità ma non dei salti nel buio, era in attesa di un governo di larghe intese. Che non fosse un Monti-bis nello spirito: in grado di rilanciare l’Italia a livello europeo (leggi: rassicurare per forza di cose), senza colpire i cittadini con provvedimenti punitivi o stravaganti. All’opposizione chi azzarda una strategia di lungo periodo, la sinistra più estrema, quella che odia il prossimo suo, e i Cinquestelle. I rappresentanti del popolo del web. Con loro il conto rimarrà aperto chissà per quanto tempo. C’è da crederci: convinti di rappresentare il futuro non terranno a freno lingua e mouse per replicare a ogni dichiarazione di un esponente del governo. Per loro la democrazia è sacra, anche se stentiamo a credere che conoscano una sola parola né di Aristotele né di Constant.