giovedì 24 gennaio 2013

Lance Armstrong: quando un mito muore


Armstrong. Il cognome è di quelli tosti. Mezza storia d’America – e anche della nostra – si compendia in quelle nove lettere. Louis e Neil Armstrong raccontano a modo loro il Novecento. L’uno quello in musica – il jazz – che è l’arte principe del nostri tempi. L’altro quello delle scienze, e un po’ anche dell’immaginazione da romanzo ottocentesco. Si parte da Jules Verne e si arriva a quel 20 luglio 1969, quando scienza e fantascienza si stringono la mano come vecchi amici. Salvo poi percorrere, per proprio conto, strade diverse. Ma quel cognome appartiene anche allo sport. Che è somma di due componenti l’una modernissima, fatta di sudore, fatica, quattrini e notorietà; l’altra antica quanto il mondo, barbara come poteva esserlo il mondo tanti secoli fa. Quando gli uomini combattevano fra loro con lance e spade e gli dei parteggiavano per l’uno o per l’altro dei campioni in gara.
Ecco, almeno dal 1993 Lance Armstrong, americano del Texas, apparteneva al mondo degli eroi. Quei particolari tipi di eroi che non sfidavano la sorte a piedi ma seduti su un attrezzo. Singolare a prima vista. La bicicletta, che donava velocità e serviva ad arrivare – prima e meglio degli altri – là dove piede umano sarebbe giunto con ore e ore di ritardo. Nel 1993 l’allora sconosciuto atleta a stelle-e-strisce, vinceva il suo campionato del mondo in quel di Oslo. Una sorpresa – lo ricordo come fosse ieri –, dietro di lui, a pochi secondi, Miguel Indurain vincitore di cinque Tour de France. La corsa a tappe più celebre al mondo, ed evento sportivo di maggior prestigio internazionale dietro Olimpiadi e Mondiali di calcio. Era un segnale dal cielo? Chissà. La storia la conoscono tutti. Armstrong vincerà sette Tour consecutivi – dal 1999 al 2005: record prima della cancellazione –, in precedenza aveva sconfitto un cancro ai testicoli ed era a poco a poco diventato un punto di riferimento planetario per la lotta ai tumori. Durante una delle dirette sul Tour che fu, Gianni Mura consigliava di mostrare la foto di Armstrong ai malati dei reparti di oncologia, per rendere note non solo le possibilità di guarigione dalla malattia, ma anche le vicende del dopo tumore. Insomma: dopo, la vita sarebbe tutt’altro che finita. Come ogni eroe che si rispetti, Lance il texano aveva affrontato i nemici in battaglia, ma anche il proprio personale nemico, quello che si nascondeva dietro gli angoli di una biografia non proprio comune. E aveva vinto lui. 
Tutto falso? No, naturalmente. Il problema non riguardava la lotta al cancro, quanto le vicende personali di Armstrong, che era un atleta dopatissimo e che dopo un cammino non proprio breve – oramai con le spalle al muro – ha deciso di rivelare al mondo quel che già era noto a tutti. I sette Tour e altro ancora? Tutti vinti grazie al doping! Finisce così (ufficialmente) in maniera ingloriosa la storia dell’eroe predestinato fin dal cognome. Finisce la fiaba dello sportivo dal fisico indistruttibile. Bravo, bello ma anche buono. Ma muore qualcosa dentro gli sportivi. Come fu per il povero Marco Pantani – la cui vicenda è, a tutt’oggi, poco chiara –, la fine dei campionissimi distrutti in poche mosse, lascia una coda di considerazioni amare. Il ciclista: l’uomo che fonde corpo e telaio di un mezzo meccanico, antico e moderno ad un tempo; l’uomo tutto cuore e coraggio, l’eroe padrone delle nostre emozioni: è un bluffatore, di più: un imbroglione. Il guerriero ardimentoso, muscoli e volontà sveste l’armatura ritrovandosi in coda alla peggiore umanità. Quella dei bari. È possibile, adesso, perdonare chi calpesta i ricordi? Chi sbianchetta le emozioni? La memoria corre a un paragone singolare, ma generato da sé stesso. Ricordate Marilyn, la Marilyn degli Spostati per esempio? Quella che tutti gli uomini vorrebbero conoscere? Ecco, immaginate questo titolo fra qualche anno: «Marilyn Monroe non è mai esistita, la bionda attrice era un trucco cinematografico, realizzato da tecnici all’avanguardia». Ed ecco l’incipit di un articolo di commento: «Ma a noi quelle emozioni chi ce le ripagherà?». Già. Buio pesto.

venerdì 4 gennaio 2013

Armatevi e patite


«Una volta c’era un re», canta Cenerentola nel capolavoro rossiniano. Alla fine dell’opera si ritroverà con un bel principe, e se tutto andrà bene verrà sommersa dagli applausi. Fine della fiaba. Rossini, genio riconosciuto da chi sa di genialità, sapeva raccontare col garbo delle dismisure. Stupiva senza stancare, divertiva senza chiedere troppo: non un atto di fede nel potere della musica. Anche in Sicilia una volta c’era un re. Anzi c’erano re e nobili. Oggi c’è chi ne canta le gesta (e sai quanti!), come se quel mondo di sovrani e, prim’ancora, di dei ed eroi, fosse tutto quello che si deve raccontare. Con dieci, cento, mille pietose bugie. Esclusivamente alla Francesco Maria Piave.
Ne diedi conto in altro contesto. In quel di Santa Venerina (provincia di Catania), dove persino Filippo Tommaso Marinetti andò a spendere un po’ del suo tempo, inviatovi dalle gerarchie a cui s’era ammanettato, mesi addietro si parlò dei primati siciliani: dei siciliani detentori di chissà quali record. Dei siciliani malati (questo lo dico io) di vanagloria. Cenerentola nacque «all’affanno e al pianto» e il suo cuore «soffrì tacendo». Ma in Sicilia non si tace. Si urla un’indignata sofferenza, e ci si esibisce, come in teatro. Il 27 dicembre 2012 Pietrangelo Buttafuoco ha presentato il suo libro uscito per Vallecchi, Fuochi, presso una delle più note librerie di Catania. Partendo da Sciascia, la meno esibizionista fra le nostre intelligenze e finendo con le diane della Sicilia bedda e miraculusa. Come se non le sentissimo da decenni queste noiosissime cose. Affiancato da due sprinter da volata perfetta, Buttafuoco-Cipollini s’è lanciato a cento metri dal traguardo: tra gli applausi. Avete presente la Catania-Palermo? Una delle più brutte autostrade d’Italia, n.d.c. Ecco lì, dice il Nostro a un pubblico fatto per lo più di amici e post-post-fascisti, ecco lì è ancora possibile vedere, e fors’anche toccare con mano, ciò che la Sicilia è stata, per i poeti bravi e meno bravi: un contenitore di romantiche paganità.
Ecco. Una volta c’erano i pagani e tutto andava bene, poi vennero  i… non pagani e infine i moderni e le cose cominciarono ad andare così e così, poi con la democrazia (che schifo la democrazia, vero ragazzi del duemila?) si scivolò nel caos perché (che orrore!) ci fu chi pensò che gli uomini tutti – belli e brutti avrebbe detto Lucio Dalla, che in Sicilia ci abitata – avessero medesimi diritti. E in un luogo che da sempre conserva le sue «specificità», non era possibile. No, davvero. «Una volta c’era un re» «ma per soave incanto … la sorte mia cangiò». Rossini e Jacopo Ferretti – che lavorò col catanese Pacini – eccedevano in ottimismo. Ma qui non cambia nulla. E non cambierà nulla, anche se il prodotto interno lordo sprofonda nelle cantine della contemporaneità. La Sicilia è e resterà (per loro) la vittima designata nel teatro delle emozioni forti. Altro che Rossini. Il compare Turiddu nelle serate in pensierosa mestizia, il muro del pianto nelle prediche infrasettimanali (armatevi e patite). Utopie astratte, si dice in filosofese. Un luogo che attende il suo principe. Oh povera verginella! Vien da fidanzarsi o con Clorinda o con Tisbe, le zitellone carissime. Questo sì, diverrebbe revisionismo verace. Non quel sicilianismo senza siciliani – Totò, Raffaele e tutti gli altri – simile a uno spartito senza orchestra. Muto d’accento e col pensiero andato a male. Oggi e dopodomani, se continuerà così.