venerdì 4 gennaio 2013

Armatevi e patite


«Una volta c’era un re», canta Cenerentola nel capolavoro rossiniano. Alla fine dell’opera si ritroverà con un bel principe, e se tutto andrà bene verrà sommersa dagli applausi. Fine della fiaba. Rossini, genio riconosciuto da chi sa di genialità, sapeva raccontare col garbo delle dismisure. Stupiva senza stancare, divertiva senza chiedere troppo: non un atto di fede nel potere della musica. Anche in Sicilia una volta c’era un re. Anzi c’erano re e nobili. Oggi c’è chi ne canta le gesta (e sai quanti!), come se quel mondo di sovrani e, prim’ancora, di dei ed eroi, fosse tutto quello che si deve raccontare. Con dieci, cento, mille pietose bugie. Esclusivamente alla Francesco Maria Piave.
Ne diedi conto in altro contesto. In quel di Santa Venerina (provincia di Catania), dove persino Filippo Tommaso Marinetti andò a spendere un po’ del suo tempo, inviatovi dalle gerarchie a cui s’era ammanettato, mesi addietro si parlò dei primati siciliani: dei siciliani detentori di chissà quali record. Dei siciliani malati (questo lo dico io) di vanagloria. Cenerentola nacque «all’affanno e al pianto» e il suo cuore «soffrì tacendo». Ma in Sicilia non si tace. Si urla un’indignata sofferenza, e ci si esibisce, come in teatro. Il 27 dicembre 2012 Pietrangelo Buttafuoco ha presentato il suo libro uscito per Vallecchi, Fuochi, presso una delle più note librerie di Catania. Partendo da Sciascia, la meno esibizionista fra le nostre intelligenze e finendo con le diane della Sicilia bedda e miraculusa. Come se non le sentissimo da decenni queste noiosissime cose. Affiancato da due sprinter da volata perfetta, Buttafuoco-Cipollini s’è lanciato a cento metri dal traguardo: tra gli applausi. Avete presente la Catania-Palermo? Una delle più brutte autostrade d’Italia, n.d.c. Ecco lì, dice il Nostro a un pubblico fatto per lo più di amici e post-post-fascisti, ecco lì è ancora possibile vedere, e fors’anche toccare con mano, ciò che la Sicilia è stata, per i poeti bravi e meno bravi: un contenitore di romantiche paganità.
Ecco. Una volta c’erano i pagani e tutto andava bene, poi vennero  i… non pagani e infine i moderni e le cose cominciarono ad andare così e così, poi con la democrazia (che schifo la democrazia, vero ragazzi del duemila?) si scivolò nel caos perché (che orrore!) ci fu chi pensò che gli uomini tutti – belli e brutti avrebbe detto Lucio Dalla, che in Sicilia ci abitata – avessero medesimi diritti. E in un luogo che da sempre conserva le sue «specificità», non era possibile. No, davvero. «Una volta c’era un re» «ma per soave incanto … la sorte mia cangiò». Rossini e Jacopo Ferretti – che lavorò col catanese Pacini – eccedevano in ottimismo. Ma qui non cambia nulla. E non cambierà nulla, anche se il prodotto interno lordo sprofonda nelle cantine della contemporaneità. La Sicilia è e resterà (per loro) la vittima designata nel teatro delle emozioni forti. Altro che Rossini. Il compare Turiddu nelle serate in pensierosa mestizia, il muro del pianto nelle prediche infrasettimanali (armatevi e patite). Utopie astratte, si dice in filosofese. Un luogo che attende il suo principe. Oh povera verginella! Vien da fidanzarsi o con Clorinda o con Tisbe, le zitellone carissime. Questo sì, diverrebbe revisionismo verace. Non quel sicilianismo senza siciliani – Totò, Raffaele e tutti gli altri – simile a uno spartito senza orchestra. Muto d’accento e col pensiero andato a male. Oggi e dopodomani, se continuerà così.

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