mercoledì 27 febbraio 2013

Per una “destra” decomposta


Onore si chiamava uno dei più noti gruppi clandestini di fine guerra. Onore è la parola magica. Una pillola ricostituente che presa senz’acqua fa di una manciata d’uomini una manciata d’uomini di “destra”. Di “tradimento” si cominciò a parlare prima che finisse la guerra, prima dell’8 settembre, prima del 25 luglio. Quando il “si salvi chi può” cominciava a circolare fra gli alti papaveri con gradi e pistola. Tradimento è medaglia d’argento all’interno del vocabolario – striminzito – della destra. E qualifica i badogliani (oggi finiani), quelli che tennero per la Tebaldi e poi per Callas, per Coppi e poi per Bartali.
La destra è morta, abbasso la destra. È morta elettoralmente, è stramorta come uomini. A farci ricordare che esistette – un giorno qualunque dei Settanta – quindici lettere separate da una congiunzione e due pausette. Onore e tradimento. L’onore per noi, il tradimento per gli altri. Nacque navigando più sulle parole e meno sui fatti, più su una valanga di pubblicazioni e firme e meno sulla possibilità di fare. Adesso torna quello che è sempre stata. Uno stand per la sagra dello slogan, l’arena prediletta dai battutisti, il capito finale della storia del barone di Münchhausen.
Onorati e traditori ricorderanno che la “destra” che era un po’ anche “sinistra” cominciò a morire nel 1953 quando capì – o meglio: lo capirono i dirigente più acuti – che l’Italia preferiva la Democrazia Cristiana. Ricorderanno che appena tre anni dopo i primi pezzi cominciavano a staccarsi. Nasceva la nuova generazione dei “traditori” e i primi onoratissimi “fedeli” alla bandiera. La “destra” è memoria si dice. Memoria dei “martiri”. Dei quali giorno per giorno – o quasi – si ricordano vicende e affanni. Un cimitero sul quale i pochi che avrebbero qualcosa da dire – familiari e intimi – tacciono per pudore, intelligenza e qualità varie.  Poi ci sarebbero gli ismi. Comunismo, fascismo, comunitarismo e revisionismo (che barba, che noia!). Robaccia per ex sezione di frontiera, materia da nonnismo. E poi il cattolicesimo – quello per forza – ma un cattolicesimo che stenta a umanizzarsi, che rifiuta l’uomo e si concentra sullo spirito. Altra parola magica che i fascisti estraevano dal cilindro dopo ogni battito di ciglio. Epperò solo un’arma in più da puntare contro avversari (anzi nemici), veri o immaginari.
La destra non è mai esistita. È nata vecchia. Silvio Berlusconi a celebrarne un funerale da surrealisti. Bastò lui per far capire ad avversari e amici che un nuovo nemico s’avanzava. Un anticomunista senza comunismo. Un antifascista senza fascismo. Un facoltoso imprenditore dedito agli affari e poc’altro. E bastò lui perché con tutta se stessa la “destra” si trasformasse in ciò che nietzscheanamente era stata. Un pezzetto di borghesia primatista del tengo famiglia e lesta a fingersi sublime. Con quattro desideri: niente tasse, molti acquisti, solo calcio e belle donne. 
A un certo punto Gianfranco Fini s’innamorò della democrazia e scoprì l’antifascismo. Ben prima di lui, i “destrini” bianco rosso e verdi s’innamorano della nuova Italia, quella che – in pace e con qualche soldo in banca – avrebbero eletto a patria ideale. Salvo dolori di pancia mensili, tanto così: per il male di esistere. Solo Berlusconi poteva staccare la spina che li teneva in vita. Boia e padre-padrone. Lui continuerà per la sua strada fatta di promesse, bugie e lifting. Presto o tardi la “destra” riunirà i propri zombie a convegno: per parlare dei voli di D’Annunzio, dei versi di Marinetti, dell’ultima lettera di Tolkien e del poeta Pound. Il più grande sognatore dai tempi delle fiabe.

venerdì 22 febbraio 2013

C’era un assessore che come me amava i Beatles e i Rolling Stones


C’era un assessore che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. O forse no. Come individuare i gusti di Franco da Riposto, cantassessore al turismo della regione siciliana? Già crollante di suo come una palafitta battuta dalle onde? Non sarà il più bravo al mondo, come assessore e come cantante – si rammenti lo strazio del brano dedicato alla Callas –, certamente è il più ermetico. Da perfetto siciliano che gode per la schiacciata d’occhio. Per “l’importante è che capisca mio compare”, io e lui i prossimi consoli dell’Isola. “E tu muto, rozzo siculo della razza sbagliata”.
Non amiamo Battiato. Così a scanso di equivoci. Né la sua faccia da perito tecnico che un giorno scopre Buddha. Viva i periti tecnici ovviamente. Non ci piacciono gli uomini dal talento legibus solutus, non ci piacciono i siciliani tutto fumo e… l’arrosto arriverà domani. Non ci piacciono gli isolani convinti che il mondo sia un fazzolettino, specialmente se da quel mondo sono passati Fenici-Cartaginesi, Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Sabaudi, Austriaci e Borboni, e poi quelli giusti. «Non abbiamo un grande avvenire dietro le spalle, eppure si insiste nell’inseguire un aureo, ma inesistente passato», dice Alfio Caruso penna elegante e onesta. Troppe anime, troppa confusione. Troppi scheletri in un armadio cadente, che si ama troppo e a sproposito.
Nel cuore di Catania, città-zombie da terapia intensiva. Vive e lavora un maniscalco bravo come Leo Messi. Lui non diventerà assessore. Cosa c’entrano i cavalli coi governi? Battiato, che a scanso di equivoci non amiamo, è un bravo musicista, ha zero carisma ma mestiere, i suoi cocktail vanno dai cinquanta in giù. È uno colto, si dice. Ma in Sicilia i colti sono quelli che si danno arie da pirandellomani. Da maestri jedi-sufi, da celebratori di moschee, da professori di Hogswarts. Se è vero o no, l’arrosto verrà domani. Lui l’assessore lo fa perché ha messo in musica versi che lacerano l’intimo come quelli di Verlaine: «E il mio maestro m’insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire». Tutti d’un fiato come una medicina stregonesca. Ma che significano nulla. Come quel “Centro di gravità permanente” che vale un “Almeno tu nell’universo” di Bruno Lauzi, e tante figate e puccinate da teatro. Battiato recita? Se sì, male. Il suo programma è l’onestà (pretendereste il contrario?) e la promozione della Sicilia fuori dalla Sicilia. Un Superman hollywoodiano che combatteva – ricordate? – per la democrazia, la pace e la libertà. Il programma in musica è una sorta di antiamericanismo a prescindere. Molto siciliano. Da reuccio isolano. 
Non amiamo Battiato, a scanso di equivoci. Se ce ne fossero ancora. Amiamo un regista che con la Sicilia non c’entra nulla. Funzionare nell’arte e nella vita non si può, in una stessa vita. Neanche in un film. Woody Allen? Sì, lui non cerca l’applauso del volgo profano e puzzoso, se lo ha per tale: ma dai personaggi che inventa. Faccia il favore Franco, vada al cinema o legga un buon libro. E dedichi una canzone all’umile maniscalco di Catania. Che non esiste e che non sarà mai assessore. Malgrado il talento.

martedì 19 febbraio 2013

Il deserto di Fini e la destra fuoco, fiamma e stivale infangato che non s’è mai vista


17 febbraio 2013. Le immagini del cinema Astor di Agrigento si commentano da sole. È quasi vuoto. Ma c'è chi dice che mancasse ancora un bel po’ all'intervento di Gianfranco Fini, dell’ex segretario del Msi, ex leader di Alleanza nazionale e presidente uscente della Camera dei deputati. «Una cinquantina» di simpatizzanti in tutto per l’ex idolo dei ribelli dai trenta in giù – per alcuni lo è rimasto – che nulla avevano da dire alla sinistra di questo paese, ai quali la sinistra coi suoi impicci egemonici non era mai riuscita a parlare.
Una «cinquantina» che starebbe all’interno di una libreria in una qualsiasi periferia delle cento province. C’era un tempo – non dimentichiamolo, e se questa è nostalgia chi se ne frega – nel quale il delfino di Almirante parlava agli eletti, quelli contro l’arco costituzionale, contro il Caf e tutte le sigle che puzzavano d’imbroglio, di potere rancido di doppiopetti e scarpe da trecentomila l’una. Quello che andava in tivù a litigare con Luciano Lama, irriverente, tagliente come il maestro di Salsomaggiore. Che non era Adriano Romualdi né Andrea Emo ma chissà perché ti faceva pensare a loro. E all’Italia come poteva essere col tricolore sui balconi e “Giovinezza” fischiettata per le strade. Fini era un parlamentare, il Msi solo prima di Craxi una casa del demonio, i ribelli – quelli tostissimi – guardavano altrove, ma chissà perché quel tipo col viso scarno e il capello ordinato, il sorriso beffardo di chi vuol far sapere di saperla lunga, e (dai sì) tutto sommato elegantino prometteva bene. Bene in che senso? Semplicemente bene. Al primo posto il peso internazionale dell’Italia, poi la fantomatica meritocrazia e con essa il ritorno dei valori.
C’era una volta una “destra” – le virgolette sono d’obbligo, perché Giovanni Raboni quello del Novecento tutto a destra è morto da tempo, e certi articoli o commenti non sono replicabili – col suo leader-bravo-ragazzo (uno “stronzetto” dicevano i nemici, cioè i democratici: ce lo raccontiamo fra noi), quasi un poeta da Paradise Lost, che si divertiva a elencare i difetti di un’Italia figlia del Sessantotto e nipote della Resistenza. Quell’Italia che aveva ammazzato la (bella) politica prima e la società civile  poi. E la “destra”? Quella che indossava i panni di Arlecchino? Ah già, quella sapeva fingere bene, come il suo leader: un corpo e tante anime.
Per Nanni Moretti, D’Alema non sapeva dire nulla «di sinistra»: troppe responsabilità forse. A destra invece tutti sapevano dire «qualcosa di destra». Come Accio Benassi, all’inizio della sua avventura in un’ossuta sezione del Msi. Contro gli ebrei, contro gli americani, i russi, i cinesi, i liberali, gli inglesi, i francesi, gli industriali e altre noiosissime cose come diceva il giovane Holden. Poi venne il Cav, che disse ahinoi che a Roma avrebbe votato Fini. A nessuno quel giorno del 1993 venne il magone: nessuno pensò che il Cav era un moderno uomo d’affari, spendaccione e di successo che se ne fregava della tradizione (con la t minuscola, figuriamoci con la T maiuscola), della spiritualità e delle filosofie orientali, delle SS e della morte dell’Europa. Non era Giovanni Agnelli – odiatissimo dalla maschia gioventù – ma qualcosa di più e di diverso. Lo sdoganamento dei fascisti anzi ri-sdoganamento – dopo la condanna dei Sessanta – nasce e muore lì. E gli imbarazzi si centuplicano. Il leader-bravo-ragazzo s’accorge che la democrazia non è poi tanto male. I suoi accompagnatori pure. Alcuni fingono benissimo, altri fingono di fingere ma ne sono più convinti di lui. Unica traccia di un passato glorioso (ma sempre arlecchinesco), il sentirsi custodi di un merito, pronto a infrangersi nella durissima legge del tengo famiglia. E sappilo: numerosa.
La “destra” è stata il potere e il potere lo ha gestito come tutti. Con le donnine e i frigoriferi pieni. Ma non lascerà traccia alcuna. La destra fuoco, fiamma e stivale infangato non s’è mai vista: è rimasta ai margini di una società liquida che miscela qualunque beveraggio. Anche quello puzzolente. Quella culturale, non dico di Raboni ma semplicemente di Veneziani e di tutti i suoi destrini da Spengler a Guareschi, passando per Longanesi e Montanelli, è diventata come i pensatori liberali delle nostre università. Un museo di madonne. Ci si è riempito entrambi gli occhi, ma poi si è fatto tutto e il contrario di tutto: fra pretismi, comunismi e massonerie varie. Una “destra” è rimasta, quella di Pasolini. Non quella divina ma quella orribile: la “destra” di Salò.  
Vogliamo pensare che le colpe – tutte le colpe – per il fallimento della “destra” siano dell’uomo chiamato Gianfranco? Vogliamo pensare che l’immagine della “destra” oggi, un’Armata Brancaleone di rozzi arraffatori, puttanieri e minchioni derivi solo dagli errori o dalle scelte di Fini? Accomodiamoci. Anzi accomodatevi prego, e continuate a farvi del male.