domenica 24 marzo 2013

La destra è quel playboy che conquistata la top model la porta in albergo per rivelarsi impotente


Catania è sommatoria spuria di parrocchie. Parrocchie di fedi diverse. Non parliamo di idee per carità. Quelle, in un sud sempre uguale a se stesso cioè alla propria ombra, non esistono da decenni. Se di idee si può parlare per un meridionalismo – autonomismo o indipendentismo a seconda degli umori – da questuanti: senza anima, senza energia, senza popolo. Il 23 scorso una delle sottoparrocchie della cosiddetta destra – qui il discorso è somigliante alle idee – ha organizzato la presentazione del volume di Marcello Veneziani Dio, patria e famiglia dopo il declino (Mondadori), in una libreria a due passi dalle migliori pasticcerie della città. Diremo subito che Marcello Veneziani è ed è stato un grande intellettuale. Cioè un vero intellettuale. Nei Novanta protagonista assoluto delle grandi speranze di una destra di governo e di valori, che presto naufragò per il semplice azionarsi di uno sciacquone da bagno. Non dovevano essere di eccessiva qualità le avanguardie del cosiddetto popolo di destra. Gli intellettuali – Veneziani, de Turris, Accame e pochi altri – fecero quel che era possibile fare, scrivere e tenere conferenze.
Anni e anni a scrivere lettere di commento circa l’abbigliamento di Luke Skywalker o le avventure di Frodo, in attesa dell’ora x, della Mobilmachung, in attesa di indossare un costume da Goldrake o da Thor il dio del tuono. La preparazione al governo della polis del viandante di destra è pressoché tutta qui. Il resto è istinto di sopravvivenza e malizia meridionale. Nessuna colpa intendiamoci per chi a quel progetto ci credeva. E dava quanto era possibile dare. Veneziani raccontò l’Italia degli intellettuali rivoluzionari e conservatori (insieme), polemizzò con Bobbio prima di affondare nella solitudine dell’ala destra. Ma con una dignità del tutto sconosciuta ai caporali di giornata. Agli scambisti della chiacchiera politica, ai professionisti della fiducia da baretto. Fu tra i pochi a parlare di cultura di destra, influenzato da un impasto ideologico nato nei Settanta. È stato inutile. Le idee di Veneziani – firma di punta del Giornale che fu di Montanelli – procedono ancora su binario unico. Una destra che è bene faccia ritorno ad Itaca, ritrovi la strada perduta, magari come Pollicino seguendo i sassolini (o i ruderi) che si è lasciato alle spalle. E un mondo che non è più quello della tradizione, ma lui forse preferirebbe: Tradizione, oggi più che mai. Non tesi, antitesi e sintesi, ma lui preferirebbe: unica tesi per unica risultante: Dio, Patria e famiglia. Che – qui c’è una fiducia perenne nell’imponderabile scevra da messe in scena da farsa siciliana – niccianamente torna a occupare sempre la stessa cattedra.
Ha detto chi ha introdotto Veneziani che contro una società smarrita c’è bisogno di ritornare al pensiero conservatore, c’è bisogno del focolare domestico. La questione non è quella di processare qualcuno o forse perfino qualcosa – in un paese libero e pacifico uomini e idee si processano se c’è un codice a prevederlo, non perché hai sognato il profeta – anche perché sarebbe difficile in una Animal house distinguere giudici e imputati, inquisitori e difensori. Nessuno processerà nessuno, né è sperabile che i responsabili facciano un passo indietro. Di politica si campa, potere significa freudianamente sesso, fama e ricchezza: nessuno rinuncerebbe a una carica solo perché cento casalinghi o mille disoccupati lo hanno contestato in piazza. O a causa di uno scaldaletto di provincia. Il ritorno alle origini non presuppone alcun olocausto, né morti né feriti, tanto meno prigionieri. Ma la presa di coscienza del fallimento di un progetto, morto quando sembrava aver trionfato. La destra è quel playboy che conquistata la top model la porta in albergo per rivelarsi impotente. Non ce la fa. Non ce l’ha fatta. A giudizio di chi scrive impreparata all’arte di governo, strapiena di stupidate, superomistica e frivola allo stesso tempo, impresentabile (sì, ma non nel senso dell’Annunziata: impresentabile perché priva di progettualità seria). Legata al guinzaglio a un fascismo reinventato a giorni alterni e sostenuto da dati ideali e non reali. Una destra che non è mai esistita: una destra-sinistra, cattolica, anticristiana, liberale e libertaria, nazi (naturalmente c’è anche quella), occidentalista o orientalista. Accademica e beat, di piazza e di sottogoverno. Berlusconiana o socialisteggiante. In mezzo a questo mare – con percentuali di buona fede da prefisso telefonico – il ritorno ai blocchi di Dio, patria e famiglia dopo la falsa partenza, è più del minimo sindacale, è l’ultima delle possibilità offerte a un interno ambiente. Chi scrive – da posizione vicine a quelle di un positivismo maturo – non crede che questa possa essere la soluzione. La destra italiana dovrebbe non rinascere ma curare il proprio fallimento: dichiarare ormai conclusa un’esperienza da nostalgici del sogno (quale sogno poi sarebbe tutto da vedere), per costruire un edificio – non rifondare se stessa – con una formula che ponga in primo piano le libertà dell’individuo. Con uno stato che le tuteli al massimo. Il fascino della comunità appartiene – come direbbe Veneziani – all’idea che il passato, la tradizione, l’autorità dell’eterno ieri come diceva Weber, siano portatori di valore in sé. È un po’ il trucco dei conservatori (conservatori nell’inconscio o per mala educazione) per rendere impossibile il cambiamento. Per eternare uno stato di cose che privilegia le classi dirigenti. I ceti che godono di potere e prestigio. Il resto è sovrastruttura bella e buona. Fiaba. Storiella ad uso babbei.
Veneziani, al quale ripeto va tutta la mia stima per la serietà, la costanza e la preparazione con la quale affronta gli argomenti – non sarebbe affatto d’accordo. Lui parte da un contesto internazionale e forse non gli si può dar torto. Il mondo è grande, la globalizzazione l’ha reso più piccolo e minaccioso. Perché ha tradotto una miriade di valori e linguaggi in un codice quasi esclusivo: l’unico modo per parlare e parlarci. Il senso del libro è un tentativo di proporre tematiche diverse da quelle economiche. Non esiste più un orizzonte pubblico, dice, che non sia economico. La dittatura dello spread è il vero imbarbarimento. Dio, patria e famiglia sono le particelle essenziali che costituiscono la società. Non le leggi dunque, né la carta costituzionale (come se l’Italia dal 1948 in poi non fosse mai esistita), ma la cosiddetta metapolitica, la storia e l’onnipresente tradizione. Ovvio che il tris d’assi esibito dai conservatori non sia per forza di cose la ricetta per guarire i mali del mondo, né che l’uomo che tutto è tranne che superuomo (è più facile trovare un “superuomo” tra i dipendenti pubblici a reddito fisso che non tra i sapienti o filosofi), ami Dio, patria e famiglia con amore supremo e incondizionato. Ma è anche vero, continua Veneziani, che nessuno ha mai trovato dei validi sostituti. Perché Dio, patria e famiglia alla fin fine sono i nostri sentimenti, la realtà, il presente che deriva dal passato (e dunque il futuro: il destino) e il luogo delle origini: in una parola sola la collettività.
Un po’ Prezzolini, un po’ Mazzini, un po’… Veneziani, al quale riconosco una coerenza di fondo. Ma al quale è giusto rivolgere una domanda un po’ imbarazzante. È sui fondamenti etici del Dio, patria e famiglia, ma anche su quelli banalmente funzionali. In luoghi nei quali i sentimenti conservatori sono maggiormente diffusi (un luogo a caso: il sud), la qualità della vita ha raggiunto vette da grattacielo in stile Emirati Arabi? O forse è vero il contrario: si può star meglio dove si sta peggio? E una volta tornati alla nostra Itaca? La tradizione è questa: all’interno di una collettività ci sono i preti, le pie donne e un ducetto che ti dice quel che devi fare, come farlo e quando farlo. Perché lui all’imbrunire parla sempre con Dio. Quello stesso Dio che preghi da tempo immemorabile. O magari un altro: chissà.

3 commenti:

  1. Caro Marco,
    Lo sopravvaluti. Dio, patria e famiglia? Veneziani vende fumo a lettori improvvisati. Predica bene (si fa per dire), ma razzola malissimo
    Dio: mai visto, qui in Prati, a messa o in parrocchia.
    Famiglia: si è separato.
    Patria: in effetti, qui il problema è generazionale. Nessuna guerra lo ha - e ci - ha messo alla prova.
    Perciò Veneziani va bocciato in Dio e famiglia e rimandato in patria, anche perché, a dire il vero, c'è sempre tempo... Ma è credibile un Veneziani-Marinetti sul fronte coreano? Mah...
    Una risata lo seppellirà.
    Abbraccio.
    Carlo Gambescia

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    1. ciao Carlo, eppure qualcosa mi suggerisce che ci ha provato. Saranno i ricordi.
      Marco

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  2. La "destra" e la "sinistra" sono la stessa cosa: servi del Sistema, nati appunto per questo.

    Il Fascismo è ben altra cosa, è la unificazione totale della Nazione in uno Stato organico, e proprio per questo, anti-moderno. Si legga Evola in proposito.

    Inoltre è radicale opposizione al mondialismo ed al multirazzialismo genocida imposto dal Nuovo Ordine Mondiale, al fine di creare un tipo subumano meticcio, apolide, consumatore perfetto schiavo del Sistema.

    Ogni persona sana di mente dovrebbe opporsi allo scempio dell'invasione in atto in Europa, volta a GENOCIDARE i Nativi Europei.

    SI GUARDI QUESTO VIDEO IN PROPOSITO, E CI SI SVEGLI:

    http://www.youtube.com/watch?v=WzbnARyPMMk


    Inoltre si leggano i libri di quel grande Uomo che è Franco G. Freda soprattutto i " LUPI AZZURRI " :

    http://www.edizionidiar.it/


    .

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