lunedì 29 aprile 2013

I brevi cenni sull'universo di Enrico Letta


Varietà interessante quella nata nell’agosto 1966. Catena Fiorello, Marina Berlusconi, Enrico Letta e chissà quanti. Cognomi importanti. C’è che l’imbarazzo di venire scambiati per un altro è più che un incidente. È un guaio che si reitera. Enrico ci prova oggi, presentandosi alla Camera per ottenere la fiducia per il nuovo governo. Potrà anche presentarsi alle cene di Natale non da nipote di cotanto zio: cioè Gianni, sottosegretario di portata storica di Silvio Berlusconi.
Chi ha meno di cinquant’anni, in Italia, viene spacciato per giovane. Anche se è stato esponente democristiano, del Partito popolare, della Margherita, dell’Ulivo e del Partito democratico, che poi è sempre la stessa storia. Anche se è già stato ministro con D’Alema e di esperienza ne ha pieni i serbatoi. Forse troppa. Tra le seicentosessantasei regole non scritte della politica c’è quella di dichiarare mille per realizzare due. I punti programmatici presentati alla Camera da Letta il giovane ricordano i brevi cenni sull’universo del governo Moro visto da Andreotti. Governo di centrosinistra. L’ampio programma per un paese la cui crisi è a più incognite, serve a tranquillizzare chi va tranquillizzato. Cioè l’Europa, cioè i mercati, cioè chi ha contribuito a metter su questo governo. Napolitano, amici e alleati. Ma serve a poco per risolvere la crisi di credibilità della politica. Lo abbiamo capito dopo la sparatoria fuori da palazzo Chigi. Perché gli italiani che soffrono riprendano a sperare non bastano le promesse o la metafora di Davide e Golia, ma servono fatti. Serve operare a livello di politica alta e serve operare a livello periferico. Serve dimostrare che lo stato non è nemico, né soggetto ostile, serve dimostrare che gli uomini che questo stato incarnano sono alleati e non carnefici delle istanze del cittadino. Non siamo ottimisti perché la sobrietà a cui Letta ha fatto riferimento somiglia troppo a quella del governo Monti, a quel mostro giuridico che ha distrutto la credibilità dell’Italia presso gli italiani (inversamente proporzionale a quella delle banche e dei poteri forti), e che sembra aver freddato le speranze per ripresa economica e rilancio dei consumi. Sobrietà fa rima con austerità se non con povertà. E di sacrifici ne abbiamo fin sopra i capelli. Forse l’impasto Pd-Pdl-Scelta civica servirà a riordinare le idee. A ricominciare da tre.
La cancellazione dell’Imu, la riduzione delle tasse abbinata alla lotta all’evasione (ne sentiamo parlare da trent’anni!), vanno nella direzione giusta. La rivoluzione del finanziamento pubblico ai partiti e l’eliminazione del doppio stipendio per ministri e parlamentari servono a far comprendere che l’Italia legale ha capito che un paese a due velocità è un’offesa morale. Sacrifici per i cittadini, e yacht, case a basso prezzo e privilegi per chi gestisce danaro pubblico secondo le proprie convenienze. La fiducia degli elettori va riguadagnata, la qualità del rapporto società civile/elite politica è ai minimi storici; Letta lo sa e in primo luogo servirebbero segnali di distensione. Un minuto dopo, le riforme. Le benedette riforme, con in testa una nuova (o vecchia) legge elettorale che non ostacoli un solo passo avanti. In ogni direzione, con orizzonte civile e prospettiva innovatrice. E non costringa il paese a offrire di sé l’immagine peggiore: quella di un regno per professionisti che pur di non concedere nulla agli avversari, è disposto a farsi del male: fino a percorrere il sentiero del suicidio. E poi: un piano di crescita per un paese che non ha il pregio della modernità né dell’audacia. Più di un pensiero per gli under-quaranta, le riforme costituzionali, con la riduzione del numero dei parlamentari e la riforma del Senato. Per la cui progettazione si prevede una apposita Convenzione, si vocifera, con nomi di alto prestigio anche non parlamentari. 
Insomma: il giovane ex democristiano oggi piddino di lavoro ne ha. La maggioranza che dovrebbe sostenerlo c’è. Angelino Alfano è entusiasta all’idea che il governo metta mano alle tasse. Berlusconi s’immagina a capo della Convenzione per le riforme. Da tempo, il blocco sociale posto alla base della maggioranza di governo, la stragrande maggioranza tra borghesia e classe lavoratrice di tendenze moderate, o cautamente progressista, tifosa della modernità ma non dei salti nel buio, era in attesa di un governo di larghe intese. Che non fosse un Monti-bis nello spirito: in grado di rilanciare l’Italia a livello europeo (leggi: rassicurare per forza di cose), senza colpire i cittadini con provvedimenti punitivi o stravaganti. All’opposizione chi azzarda una strategia di lungo periodo, la sinistra più estrema, quella che odia il prossimo suo, e i Cinquestelle. I rappresentanti del popolo del web. Con loro il conto rimarrà aperto chissà per quanto tempo. C’è da crederci: convinti di rappresentare il futuro non terranno a freno lingua e mouse per replicare a ogni dichiarazione di un esponente del governo. Per loro la democrazia è sacra, anche se stentiamo a credere che conoscano una sola parola né di Aristotele né di Constant. 

sabato 27 aprile 2013

Ettore Majorana: un uomo in fuga? (Il Giornale, 21 aprile 2013)


Non è un personaggio storico né un’icona pop. Non è Napoleone né John Lennon. Ma di monografie a lui dedicate se ne contano a decine. Troppe per uno scienziato scomparso pochi mesi dopo la nomina a ordinario di Fisica teorica alla Regia Università di Napoli. Era il 1938 ed Ettore Majorana aveva appena trentadue anni.
Scomparso. Il nodo sta tutto in questo participio passato. «Non fate troppi pettegolezzi», scriverà nel 1950 Cesare Pavese prima di suicidarsi in una camera dell’albergo “Roma” di Torino. Proposizione gelida ma lungimirante che non vale per il giovane Ettore. Quante ipotesi sono state avanzate sul perché del suo gesto? E poi soprattutto: che vuol dire scomparso? Per Leonardo Sciascia, tra i primi ad occuparsene, Majorana non resse il peso delle responsabilità dettate dal proprio ruolo di scienziato in éra atomica e si chiuse in convento. Qualcuno, anche di recente, ha scritto che fosse andato in Argentina. Quale sarebbe stato, in questo caso, il peso delle simpatie di Majorana per il partito hitleriano? Simpatie da dimostrare, naturalmente. Domande senza risposte precise: solo congetture, sentieri senza via d’uscita e, come in un film giallo, una foto sbiadita a dar senso a semplici opinioni.
Adesso, a rispondere alla maggioranza dei quesiti sulla sorte di Majorana, ci prova un parente. Anche se alla lontana. Si chiama Stefano Roncoroni, sua nonna Elvira era sorella di Fabio padre di Ettore. Ed ha pubblicato per gli Editori Internazionali Riuniti, “Ettore Majorana, lo scomparso e la decisione irrevocabile”. La tesi di Roncoroni, uomo di cinema, è massimalista. Il libro è un atto d’accusa contro la famiglia Majorana. In special modo contro Giuseppe, capofamiglia e zio di Ettore, che gestì gli eventi fin dall’inizio. Una famiglia prestigiosa nell’Italia che fu, e che pur conoscendo la verità si chiuse in un misterioso e sconcertante silenzio: mentendo, anzi depistando. Come andarono i fatti? Quella di Ettore non fu una scomparsa, azzarda Roncoroni, ma una «fuga». Sofferente della sindrome di Asperger, lo scienziato scappò nel 1938; ospitato da pastori in Calabria venne ritrovato secondo le testimonianze di Salvatore (fratello di Ettore) e Fausto (padre dell’autore). L’atto conclusivo sarà la morte avvenuta un anno dopo la scomparsa. Una tesi rivoluzionaria basata su dichiarazioni e ricordi di protagonisti deceduti da anni e non su prove definitive.
Il 22 settembre 1939, chiude Roncoroni, il padre provinciale della curia gesuitica del Lombardo Veneto Ettore Caselli rispondendo a una lettera di Salvatore, e confermando di aver istituito una borsa di studio in onore di Ettore, avrebbe indirettamente dato conferma della sua morte. Ma è l’ennesima ipotesi annegata nel mare magnum di dichiarazioni e articoli sulla sorte di Ettore; un documento che dice meno di quanto promette. Il libro è una raccolta di indizi, intervallata da materiali appartenuti ai Majorana. Ma affermazioni decisive non ce ne sono. Troppo poco a settantacinque anni dalle ultime ore del ragazzo di via Panisperna.

venerdì 26 aprile 2013

Amici di Lawrence Kasdan


In parte ha ragione lui, Jeff Goldblum. Cioè Michael, il giornalista. Uno degli otto protagonisti de “Il grande freddo”, pellicola culto uscita giusto trent’anni fa. Tutto finisce col sesso, dice a un certo punto Michael, pratico fino al cinismo. Chiave di lettura originale, ma non molto dibattuta, di scuola freudiana e in linea con quanto si pensava nei bei dì passati. Cioè negli anni Sessanta, quando il sesso più o meno libero era una delle più alte forme di libertà. Di vera libertà. Questo film, bello non agli eccessi, è un labirinto. Sette ex giovani di cultura sessantottina si rincontrano dopo un po’ di tempo – giusto lo spazio di una generazione – per ritrovarsi uguali ma profondamente diversi. Alex protagonista occulto si è tagliato le vene, nessuno sa perché, neppure la sua amante Sarah (Glenn Close) lo sa, neppure la giovane compagna Chloe, vuota in apparenza, sa dare risposte precise. Cominciamo da qui: la morte di Alex è la sconfitta di quegli ideali nei quali credevano i giovani. Sconfitta senza ragioni apparenti, orfana di quei nemici sui quali addossare ogni responsabilità: “Il grande freddo” non è un film politico e come tutti i lavori che bypassano i temi politici alla fine lo diventa più degli altri.
Eppure quando gli ex compagni d’università si ritrovano, a nessuno viene voglia di metter su un processo: non c’è spazio né tempo né possibilità. Il privato si è preso le sue rivincite: anche le piccole ferite sanguinano, eccome. Harold (Kevin Kline) e Sarah formano una coppia quasi perfetta. Ma lei ha i sensi di colpa per averlo tradito e lo spinge tra le braccia di Karen, avvocato ma soprattutto donna insoddisfatta alla ricerca di un volontario che le faccia avere un figlio. La terza donna del gruppo è Meg con un matrimonio alla frutta, che ritroverà due spasimanti Sam (Tom Berenger) e Nick (William Hurt). Due tipi poco normali. Il primo è un attore di successo, una specie di 007 americano, che non sa quel che vuole e che alla fine cederà alle avances di Meg; il secondo è un depresso cocainomane, reduce dal Vietnam, che ha fatto lo psicologo radiofonico e che deciderà di restare con la compagna del defunto. La cornice è shakespeariana, la tela apparentemente crepuscolare. Insoddisfazioni, abitudini, lavoro, danaro, sentimenti repressi e sesso. Dialoghi serrati ma senza un filo conduttore. È il banale quotidiano di un pugno di ex sognatori, passati dalla parentesi ribelle a un trantran (un po’ orgoglioso) medio/borghese che non transita per il giardino dell’assurdo. Passaggio tipico, quasi obbligatorio (quasi), per gli irriducibili in disarmo.
Lawrence Kasdan regista e sceneggiatore (“Il ritorno dello Jedi” e “Guardia del corpo”), poco più che trentenne, coglie l’attimo nel quale sogni, amarezze, speranze e delusioni si combinano tra loro, lasciando spazio a qualsiasi soluzione. È questo il vero labirinto del film. Non le relazioni tra i personaggi – attori tutti bravi e lì lì per iniziare una carriera ricca di successi, compreso Kevin Costner che interpreta Alex anche se non si vede mai – ma la realtà che si muove alle loro spalle. Il cambiamento: quel grande freddo che si suppone sia il contesto nel quale gli otto si muovono con tatto e paura.   
Tre esempi, come minuscole chiavi di lettura. Harold, padrone di casa della villa che ospita i protagonisti. Harold, amico del poliziotto che insegue Nick. Harold, che considera le forze dell’ordine degli angeli custodi a difesa della proprietà privata. Michael, disincantato giornalista che rileggendo un vecchio articolo, da narciso e carrierista commenta a voce alta lo stile e l’incisività. Sam, attore certamente sopravvalutato che per imitare la scena di un vecchio telefilm si ferisce al braccio. Ecco: tre esempi di un mondo, quello degli Ottanta, popolato da antieroi. Da personaggi che quindici anni prima avrebbero visto il loro futuro popolato da eroi. Cioè da loro stessi. Il film però è originale, perché non indugia nella facile lamentela né nell’analisi della sconfitta e dei torti di una generazione. L’elemento che permette di equilibrare il sistema è uno e soltanto uno: l’amicizia. “Il grande freddo” è prima di tutto un film sull’amicizia. Sul peso e sul ruolo insostituibile dell’amicizia. Di quel legame impossibile da spezzare – che coinvolge i protagonisti, e che al di là degli episodi unisce il presente al futuro. L’amicizia è quel calore capace di bilanciare il grande freddo che viene dall’esterno. È l’amicizia a recare conforto ai deboli.
I protagonisti sono inconcludenti, insoddisfatti, disadattati, depressi, insicuri. Alcuni così diversi da essere incompatibili con gli altri. La generazione del grande rifiuto non ha dato quel che prometteva. La generazione Woodstock, quella che immaginava che visioni e stili di vita fossero materia di una stessa forma, quella che pensò di essere figlia di un’arte che ribaltava certezze secolari (e nel film di musica anni Sessanta ne abbiamo a sufficienza: da Marvin Gaye ai Procol Harum), quella che sognò a occhi aperti più di qualunque altra generazione, si ritrova adesso attorno a un tavolo, nel salotto di una villa americana con una sola certezza. Il valore degli affetti. Ma è una lezione senza tempo: l’amicizia è un potente farmaco contro le sconfitte, le frustrazioni e i fallimenti. Non vince la morte, ma educa ad accettarla. La morte di un amico, la morte di un sogno. La morte di un’avventura che si pensava eterna. Buon compleanno “Grande freddo”: trent’anni ma non dimostrarli affatto.

lunedì 15 aprile 2013

Totò, un grande a prescindere


Quarantasei anni fa moriva d’infarto uno dei più grandi attori comici della lunga storia dello spettacolo. Era il 15 aprile 1967 e due mesi prima Totò aveva compiuto sessantanove anni. Oramai quasi cieco, col cinema nella mente, il teatro nel cuore e la tivù come virtù necessaria. Era stato un grande solitario, e come la sua amica Anna Magnani temeva l’oceano di spettatori promessi volta a volta dai mezzi televisivi. A quei tempi il cinema si chiamava “cinematografo” gli attori provenivano dal teatro e non era scontato che due o tre proposte per la tivù dovessero entrare a far parte del curriculum di un artista. Seppur grande artista. Nel 1967 si poteva vivere ancora in un “mondo a parte” come azzardava Totò. Soprattutto se gavetta ed esperienza erano stelle polari cui affidarsi ad occhi chiusi. Possiamo dire che con Totò moriva non solo uno straordinario artista ma anche un personaggio – sembra paradossale per chi girava oltre dieci film l’anno – che soleva distinguere uno studio televisivo da un palcoscenico e un set cinematografico da un altro. Perché gli spettatori non erano tutti uguali e perché a quel tempo, com’era facile intendere, le vacche non erano tutte dello stesso colore.
Totò, ovvero Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno di Bisanzio De Curtis Gagliardi e tanto altro ancora: erede dell’impero d’Oriente, maschera della commedia dell’arte, umile, serio e riservatissimo uomo di fine Ottocento, poeta (‘A livella), paroliere, autore teatrale e attore drammatico con Pasolini e non solo. E poi soprattutto inventore di sentenze e modi di dire (Siamo uomini o caporali?), riassuntivi di un vissuto coraggioso, ma non fortunato come potrebbe sembrare. Una storia italiana (si dice), anzi napoletana.    
La sua infanzia povera, l’idea che non si diventa grandi per caso dovevano pur contare qualcosa. L’idea soprattutto che il suo talento fosse – con espressione efficace – al di là del bene e del male. E che la comicità fosse quanto di più naturale si potesse pretendere. Con un volto che faceva ridere senza possibilità di replica (e da giovane fu uno dei suoi crucci maggiori), con una mimica fenomenale e con la capacità di esprimere sentimenti e quant’altro – la riflessione malinconica e la presa in giro – da applauso continuo e a scena aperta. Cominciò in teatro dove a quel tempo ci si faceva le ossa e se si valeva si andava avanti (altrimenti a casa); fino a diventare impresario di se stesso. Nella rivista rischiò grosso sfidando la censura fascista. Fu costretto a scappare a Valmontone attendendo che Roma venisse liberata. Non sarà solo questione di fascismo (che non fu uno scherzo): sarà lotta con la censura fino alla fine. Che non amava sfide e sberleffi. In teatro reciterà fino al 1957, fin quando la vista glielo consentirà.
Non tardi Cesare Zavattini tenta di farlo debuttare nel cinema, ma c’è chi gli preferisce Ernesto Almirante. Zio di Giorgio. La sua prima pellicola è datata 1937, Fermo con le mani; due anni dopo Animali pazzi di Carlo Ludovico Bragaglia, noto ai futuristi, ma il grande successo arriva nel 1940 con San Giovanni decollato. In quasi mezzo secolo la sua popolarità non è mai declinata. Anzi. Nonostante la maggior parte delle pellicole non sia di primissima scelta ma di qualità e gusto grossolano. Il suo momento arriverà nel dopoguerra coi film di Mario Mattòli, Steno, Comencini, Monicelli, poi di Camillo Mastrocinque e Sergio Corbucci. È bravo come attore (che lo diciamo a fare?), immenso come improvvisatore. Fellini dirà che girare con Totò è quasi impossibile perché il vero personaggio è lui, non il tipo che interpreta. Accanto una lunghissima serie di coprotagonisti da Nino Taranto a Peppino De Filippo, da Macario al fido Mario Castellani.
Gira circa cento film con più di quaranta registi. I maggiori titoli li abbiamo visti almeno dieci volte. Seguono le mode, ma la qualità si scopre rincorrendo Machiavelli e Pirandello. Fifa e arena (1948), Totò le Mokò (1949), L’imperatore di Capri (1949), Napoli milionaria, di Eduardo de Filippo (1950), Guardie e ladri (1951), Totò a colori (1952), L’uomo, la bestia e la virtù (1953), Un turco napoletano (1953), Miseria e nobiltà (1954), L’oro di Napoli, di Vittorio De Sica (1954), La banda degli onesti (1956), Totò, Peppino e la… malafemmina (1956), I soliti ignoti (1958), I tartassati (1959), Risate di gioia (1960), I due marescialli (1961), Il monaco di Monza (1963), Gli onorevoli (1963), La mandragola (1965) e Uccellacci e uccellini (1966). Amato più come attore di teatro che di cinema, poco stimato dagli intellettuali alla ricerca di puro valore, cercherà di farsi perdonare girando coi grandi registi. Nella filmografia anche Rossellini, Bolognini, Zampa, Blasetti e Lattuada. E grazie a Pasolini – e a Uccellacci e uccellini – riceverà una Palma speciale al festival di Cannes. La critica, è bene dirlo, colpiva più il contenitore che il contenuto. Più l’opera che il protagonista. Totò era sempre Totò a prescindere dalla storia, dai personaggi e dalle ambientazioni. Anche se nessuno gli perdonava origini d’attore d’avanspettacolo. 
Erede di Petrolini, più popolare e meno ricercato, e maestro di pressoché tutti gli attori comici delle generazioni successive. Maestro anche senza volerlo. Perché lui era la comicità nelle manifestazioni fisiche e nelle possibilità artistiche: amara, buffonesca, sciocca, spassosa, surreale, sempliciona. A volte perfino irresponsabile. Come quella volta nel 1958, ospite televisivo del Musichiere di Mario Riva quando si lascia scappare un improvviso “Viva Lauro!” rivolto all’esponente monarchico e subisce una sospensione fino al 1965. Rientrerà in tivù con Mina e poi con una serie diretta inizialmente da Daniele D’Anza (Tutto Totò), ma mai conclusa.
Muore a Roma, ma i funerali si svolgono a Napoli. Migliaia di persone a dare l’addio al principe della risata. L’orazione funebre è di Nino Taranto (la si può ascoltare su Youtube). In tivù da quel giorno una serie incessante di film e sketch. Almeno un libro su ogni scaffale. Sul regno di Totò il sole non è mai tramontato.

mercoledì 3 aprile 2013

Per Enzo Jannacci


Lo scorso 29 marzo è morto Enzo Jannacci. Aveva 77 anni ed era malato di cancro. Cantante, attore, cabarettista, uomo di televisione. Amico e collaboratore del nobel Dario Fo, di Giorgio Gaber, di Paolo Conte con cui scrisse Bartali, del duo Cochi e Renato e in gioventù di Adriano Celentano. La sua cifra stilistica era inconfondibile. Come la dizione. Ironizzava e satireggiava come pochi. Ma era anche romantico e malinconico. Sapeva darsi al pubblico col giusto equilibrio. Senza dimenticare quel che era in fondo: il cantore di un’Italia matta e disperata, partita (geograficamente) da Milano e (storicamente) dalla resistenza, che sarebbe andata a finire chissà dove. C’era tanto da ridere insomma ma c’era da immalinconirsi.
Lui era parte di un gruppo di comici e autori – mettiamoci pure Sandro Viola, Luciano Bianciardi e Paolo Rossi – che più per istinto che per mestiere l’Italia l’avrebbe rivoltata come un calzino sporco. Anzi no: non l’Italia, ma gli Italiani. Eppure dava sovente l’impressione dell’uomo solo, di quello che, chitarra a tracolla, avrebbe prestato volentieri il proprio talento agli umili, ai perdenti e agli esclusi. Perché avessero voce. Senza retorica, senza moralette, senza piagnucolii da applauso a scena aperta e prime pagine dei giornali. All’interno dell’uomo-Jannacci passava la sottile linea che divide l’artista dall’esibizionista. Il musicista popolare da quello sofisticato. L’amante delle tradizioni dall’innamorato dei sound d’oltreoceano. È il Dna obbligatorio dei cantanti nati nell’Italia contadina, cresciuti con Elvis e invecchiati con iTunes. Per questo – azzardiamo – molte sue canzoni verranno scoperte nei prossimi anni. Vincenzina e la fabbrica (1974), brano intenso e suggestivo non è l’eccezione che conferma la regola. È la carta d’identità dell’artista.
Da dove cominciare? Cabarettista, rockettaro – tra i primi in Italia con Celentano, Little Tony e Gaber – e jazzista con Chet Baker e il nostro Franco Cerri. La musica moderna gli era coeva. Sovente dava l’idea del cantante per caso, ma al contrario dei tipi alla moda era diplomato al conservatorio e la musica la conosceva. Artista e medico come si sa. Cardiologo del gruppo dell’ormai mitico Christiaan Barnard per un certo periodo. Inizia negli anni Cinquanta: nel suo destino il rivoluzionario Tony Dallara che in coppia con Rascel vincerà Sanremo cantando Romantica. Jannacci parteciperà quattro volte al festival nel 1989, 1991, 1994, 1998, aggiudicandosi per due volte il premio della critica. Nel suo passato i locali della Milano creativa, il “Santa Tecla” e il “Derby” di Dario Fo e Cochi e Renato. Ma anche il teatro, la Tv e la settima arte con Monicelli, Ferreri e Scola. Per il cinema firma le colonne sonore per i lavori della Wertmuller, Steno, Bolognini e ancora Monicelli. A teatro è autore, lavora con Tino Carraro e Franca Valeri e nel 1991 con Gaber, Felice Andreasi e Paolo Rossi  porta in scena Aspettando Godot di Beckett.
Musica, sano divertimento e un mucchio di roba sulla quale riflettere in futuro. Nel 1964 esce il singolo El portava i scarp del tennis, che è parte del suo primo ellepì quasi tutto in dialetto. Tra le dodici tracce Ma Mi di Giorgio Strehler e Fiorenzo Carpi. Alla fine collezionerà quasi trenta album e una serie infinita di collaborazioni: da Guccini a Vecchioni, da Baglioni a Mia Martini, da Milva a Vasco Rossi. Fino al figlio Paolo. Scrive per Mina e De Gregori e interpreta canzoni di Sandro Ciotti e del poeta brasiliano Cassiano Riccardo, come l’indimenticabile – capolavoro d’avanguardia-pop – Giovanni telegrafista contenuta in un 33 del 1968 e lato B del 45 Vengo anch’io. No, tu no. Un Successone: primo genuino tormentone italico, per di più canzone sessantottesca, censurata per alcuni riferimenti politici. Successone al pari di altri brani: Mexico e nuvole del 1970 firmata Pallavicini-Virano-Conte, e Ho visto un re del 1968 cantata con Dario Fo e bocciata dalla Tv borghese cioè da “Canzonissima”. Per Jannacci la televisione è la continuazione con mezzi non del tutto dissimili del cabaret. Diverte e si diverte. Prima autore di spot per “Carosello” insieme a Bruno Bozzetto, poi con Cochi e Renato progetta Quelli della domenica, Il buono e il cattivo e Il poeta e il contadino (che lancia un altro tormentone: Canzone intelligente). Una Tv per artisti a tutto tondo (ma col vizio della censura). Con i due ragazzacci padani scrive nel 1974 la sigla della stessa “Canzonissima” E la vita, la vita e poi La gallina e L’uselin de la commare. L’anno dopo pesca il coniglio dal cilindro Quelli che… poesia surreale targata Beppe Viola, regina dei tormentoni di gran classe (spiazzante e geniale), campionario di spropositi e stravaganze made in Italy. Rilanciata anni dopo come sigla del programma calcistico domenicale condotto da Fabio Fazio (adesso da Victoria Cabello). Jannacci era tifosissimo del Milan e di Gianni Rivera come si sa.
Dopo una pausa di qualche anno, il successo televisivo riprende alla fine degli Ottanta. All’inizio del decennio è uscito l’undicesimo album: Ci vuole orecchio. Nel 1991 Rai3 trasmetterà uno speciale in otto puntate.  L’anno prima ha inciso Trent’anni senza andare fuori tempo. Raccolta dal vivo che comprende tra le altre Silvano, Se me lo dicevi prima, Una fetta di limone, Veronica. Un campionario di umanità mixato alla voglia di divertirsi col semplice niente. A metà del decennio collaborerà con un altro monellaccio, Chiambretti, ancora con Cochi e Renato, Fazio e si affaccerà a Zelig. Nel 2012 un’apparizione con Enrico Intra e Franco Cerri. Infine in Tv con Fazio e il figlio Paolo. Se ne è andato da cristiano. Schivo, restio a parlare di sé, fino a qualche anno fa nessuno si era posto il problema della sua fede. Lui era un artista non un tipo da salotto.