sabato 27 aprile 2013

Ettore Majorana: un uomo in fuga? (Il Giornale, 21 aprile 2013)


Non è un personaggio storico né un’icona pop. Non è Napoleone né John Lennon. Ma di monografie a lui dedicate se ne contano a decine. Troppe per uno scienziato scomparso pochi mesi dopo la nomina a ordinario di Fisica teorica alla Regia Università di Napoli. Era il 1938 ed Ettore Majorana aveva appena trentadue anni.
Scomparso. Il nodo sta tutto in questo participio passato. «Non fate troppi pettegolezzi», scriverà nel 1950 Cesare Pavese prima di suicidarsi in una camera dell’albergo “Roma” di Torino. Proposizione gelida ma lungimirante che non vale per il giovane Ettore. Quante ipotesi sono state avanzate sul perché del suo gesto? E poi soprattutto: che vuol dire scomparso? Per Leonardo Sciascia, tra i primi ad occuparsene, Majorana non resse il peso delle responsabilità dettate dal proprio ruolo di scienziato in éra atomica e si chiuse in convento. Qualcuno, anche di recente, ha scritto che fosse andato in Argentina. Quale sarebbe stato, in questo caso, il peso delle simpatie di Majorana per il partito hitleriano? Simpatie da dimostrare, naturalmente. Domande senza risposte precise: solo congetture, sentieri senza via d’uscita e, come in un film giallo, una foto sbiadita a dar senso a semplici opinioni.
Adesso, a rispondere alla maggioranza dei quesiti sulla sorte di Majorana, ci prova un parente. Anche se alla lontana. Si chiama Stefano Roncoroni, sua nonna Elvira era sorella di Fabio padre di Ettore. Ed ha pubblicato per gli Editori Internazionali Riuniti, “Ettore Majorana, lo scomparso e la decisione irrevocabile”. La tesi di Roncoroni, uomo di cinema, è massimalista. Il libro è un atto d’accusa contro la famiglia Majorana. In special modo contro Giuseppe, capofamiglia e zio di Ettore, che gestì gli eventi fin dall’inizio. Una famiglia prestigiosa nell’Italia che fu, e che pur conoscendo la verità si chiuse in un misterioso e sconcertante silenzio: mentendo, anzi depistando. Come andarono i fatti? Quella di Ettore non fu una scomparsa, azzarda Roncoroni, ma una «fuga». Sofferente della sindrome di Asperger, lo scienziato scappò nel 1938; ospitato da pastori in Calabria venne ritrovato secondo le testimonianze di Salvatore (fratello di Ettore) e Fausto (padre dell’autore). L’atto conclusivo sarà la morte avvenuta un anno dopo la scomparsa. Una tesi rivoluzionaria basata su dichiarazioni e ricordi di protagonisti deceduti da anni e non su prove definitive.
Il 22 settembre 1939, chiude Roncoroni, il padre provinciale della curia gesuitica del Lombardo Veneto Ettore Caselli rispondendo a una lettera di Salvatore, e confermando di aver istituito una borsa di studio in onore di Ettore, avrebbe indirettamente dato conferma della sua morte. Ma è l’ennesima ipotesi annegata nel mare magnum di dichiarazioni e articoli sulla sorte di Ettore; un documento che dice meno di quanto promette. Il libro è una raccolta di indizi, intervallata da materiali appartenuti ai Majorana. Ma affermazioni decisive non ce ne sono. Troppo poco a settantacinque anni dalle ultime ore del ragazzo di via Panisperna.

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