lunedì 29 aprile 2013

I brevi cenni sull'universo di Enrico Letta


Varietà interessante quella nata nell’agosto 1966. Catena Fiorello, Marina Berlusconi, Enrico Letta e chissà quanti. Cognomi importanti. C’è che l’imbarazzo di venire scambiati per un altro è più che un incidente. È un guaio che si reitera. Enrico ci prova oggi, presentandosi alla Camera per ottenere la fiducia per il nuovo governo. Potrà anche presentarsi alle cene di Natale non da nipote di cotanto zio: cioè Gianni, sottosegretario di portata storica di Silvio Berlusconi.
Chi ha meno di cinquant’anni, in Italia, viene spacciato per giovane. Anche se è stato esponente democristiano, del Partito popolare, della Margherita, dell’Ulivo e del Partito democratico, che poi è sempre la stessa storia. Anche se è già stato ministro con D’Alema e di esperienza ne ha pieni i serbatoi. Forse troppa. Tra le seicentosessantasei regole non scritte della politica c’è quella di dichiarare mille per realizzare due. I punti programmatici presentati alla Camera da Letta il giovane ricordano i brevi cenni sull’universo del governo Moro visto da Andreotti. Governo di centrosinistra. L’ampio programma per un paese la cui crisi è a più incognite, serve a tranquillizzare chi va tranquillizzato. Cioè l’Europa, cioè i mercati, cioè chi ha contribuito a metter su questo governo. Napolitano, amici e alleati. Ma serve a poco per risolvere la crisi di credibilità della politica. Lo abbiamo capito dopo la sparatoria fuori da palazzo Chigi. Perché gli italiani che soffrono riprendano a sperare non bastano le promesse o la metafora di Davide e Golia, ma servono fatti. Serve operare a livello di politica alta e serve operare a livello periferico. Serve dimostrare che lo stato non è nemico, né soggetto ostile, serve dimostrare che gli uomini che questo stato incarnano sono alleati e non carnefici delle istanze del cittadino. Non siamo ottimisti perché la sobrietà a cui Letta ha fatto riferimento somiglia troppo a quella del governo Monti, a quel mostro giuridico che ha distrutto la credibilità dell’Italia presso gli italiani (inversamente proporzionale a quella delle banche e dei poteri forti), e che sembra aver freddato le speranze per ripresa economica e rilancio dei consumi. Sobrietà fa rima con austerità se non con povertà. E di sacrifici ne abbiamo fin sopra i capelli. Forse l’impasto Pd-Pdl-Scelta civica servirà a riordinare le idee. A ricominciare da tre.
La cancellazione dell’Imu, la riduzione delle tasse abbinata alla lotta all’evasione (ne sentiamo parlare da trent’anni!), vanno nella direzione giusta. La rivoluzione del finanziamento pubblico ai partiti e l’eliminazione del doppio stipendio per ministri e parlamentari servono a far comprendere che l’Italia legale ha capito che un paese a due velocità è un’offesa morale. Sacrifici per i cittadini, e yacht, case a basso prezzo e privilegi per chi gestisce danaro pubblico secondo le proprie convenienze. La fiducia degli elettori va riguadagnata, la qualità del rapporto società civile/elite politica è ai minimi storici; Letta lo sa e in primo luogo servirebbero segnali di distensione. Un minuto dopo, le riforme. Le benedette riforme, con in testa una nuova (o vecchia) legge elettorale che non ostacoli un solo passo avanti. In ogni direzione, con orizzonte civile e prospettiva innovatrice. E non costringa il paese a offrire di sé l’immagine peggiore: quella di un regno per professionisti che pur di non concedere nulla agli avversari, è disposto a farsi del male: fino a percorrere il sentiero del suicidio. E poi: un piano di crescita per un paese che non ha il pregio della modernità né dell’audacia. Più di un pensiero per gli under-quaranta, le riforme costituzionali, con la riduzione del numero dei parlamentari e la riforma del Senato. Per la cui progettazione si prevede una apposita Convenzione, si vocifera, con nomi di alto prestigio anche non parlamentari. 
Insomma: il giovane ex democristiano oggi piddino di lavoro ne ha. La maggioranza che dovrebbe sostenerlo c’è. Angelino Alfano è entusiasta all’idea che il governo metta mano alle tasse. Berlusconi s’immagina a capo della Convenzione per le riforme. Da tempo, il blocco sociale posto alla base della maggioranza di governo, la stragrande maggioranza tra borghesia e classe lavoratrice di tendenze moderate, o cautamente progressista, tifosa della modernità ma non dei salti nel buio, era in attesa di un governo di larghe intese. Che non fosse un Monti-bis nello spirito: in grado di rilanciare l’Italia a livello europeo (leggi: rassicurare per forza di cose), senza colpire i cittadini con provvedimenti punitivi o stravaganti. All’opposizione chi azzarda una strategia di lungo periodo, la sinistra più estrema, quella che odia il prossimo suo, e i Cinquestelle. I rappresentanti del popolo del web. Con loro il conto rimarrà aperto chissà per quanto tempo. C’è da crederci: convinti di rappresentare il futuro non terranno a freno lingua e mouse per replicare a ogni dichiarazione di un esponente del governo. Per loro la democrazia è sacra, anche se stentiamo a credere che conoscano una sola parola né di Aristotele né di Constant. 

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