lunedì 15 aprile 2013

Totò, un grande a prescindere


Quarantasei anni fa moriva d’infarto uno dei più grandi attori comici della lunga storia dello spettacolo. Era il 15 aprile 1967 e due mesi prima Totò aveva compiuto sessantanove anni. Oramai quasi cieco, col cinema nella mente, il teatro nel cuore e la tivù come virtù necessaria. Era stato un grande solitario, e come la sua amica Anna Magnani temeva l’oceano di spettatori promessi volta a volta dai mezzi televisivi. A quei tempi il cinema si chiamava “cinematografo” gli attori provenivano dal teatro e non era scontato che due o tre proposte per la tivù dovessero entrare a far parte del curriculum di un artista. Seppur grande artista. Nel 1967 si poteva vivere ancora in un “mondo a parte” come azzardava Totò. Soprattutto se gavetta ed esperienza erano stelle polari cui affidarsi ad occhi chiusi. Possiamo dire che con Totò moriva non solo uno straordinario artista ma anche un personaggio – sembra paradossale per chi girava oltre dieci film l’anno – che soleva distinguere uno studio televisivo da un palcoscenico e un set cinematografico da un altro. Perché gli spettatori non erano tutti uguali e perché a quel tempo, com’era facile intendere, le vacche non erano tutte dello stesso colore.
Totò, ovvero Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno di Bisanzio De Curtis Gagliardi e tanto altro ancora: erede dell’impero d’Oriente, maschera della commedia dell’arte, umile, serio e riservatissimo uomo di fine Ottocento, poeta (‘A livella), paroliere, autore teatrale e attore drammatico con Pasolini e non solo. E poi soprattutto inventore di sentenze e modi di dire (Siamo uomini o caporali?), riassuntivi di un vissuto coraggioso, ma non fortunato come potrebbe sembrare. Una storia italiana (si dice), anzi napoletana.    
La sua infanzia povera, l’idea che non si diventa grandi per caso dovevano pur contare qualcosa. L’idea soprattutto che il suo talento fosse – con espressione efficace – al di là del bene e del male. E che la comicità fosse quanto di più naturale si potesse pretendere. Con un volto che faceva ridere senza possibilità di replica (e da giovane fu uno dei suoi crucci maggiori), con una mimica fenomenale e con la capacità di esprimere sentimenti e quant’altro – la riflessione malinconica e la presa in giro – da applauso continuo e a scena aperta. Cominciò in teatro dove a quel tempo ci si faceva le ossa e se si valeva si andava avanti (altrimenti a casa); fino a diventare impresario di se stesso. Nella rivista rischiò grosso sfidando la censura fascista. Fu costretto a scappare a Valmontone attendendo che Roma venisse liberata. Non sarà solo questione di fascismo (che non fu uno scherzo): sarà lotta con la censura fino alla fine. Che non amava sfide e sberleffi. In teatro reciterà fino al 1957, fin quando la vista glielo consentirà.
Non tardi Cesare Zavattini tenta di farlo debuttare nel cinema, ma c’è chi gli preferisce Ernesto Almirante. Zio di Giorgio. La sua prima pellicola è datata 1937, Fermo con le mani; due anni dopo Animali pazzi di Carlo Ludovico Bragaglia, noto ai futuristi, ma il grande successo arriva nel 1940 con San Giovanni decollato. In quasi mezzo secolo la sua popolarità non è mai declinata. Anzi. Nonostante la maggior parte delle pellicole non sia di primissima scelta ma di qualità e gusto grossolano. Il suo momento arriverà nel dopoguerra coi film di Mario Mattòli, Steno, Comencini, Monicelli, poi di Camillo Mastrocinque e Sergio Corbucci. È bravo come attore (che lo diciamo a fare?), immenso come improvvisatore. Fellini dirà che girare con Totò è quasi impossibile perché il vero personaggio è lui, non il tipo che interpreta. Accanto una lunghissima serie di coprotagonisti da Nino Taranto a Peppino De Filippo, da Macario al fido Mario Castellani.
Gira circa cento film con più di quaranta registi. I maggiori titoli li abbiamo visti almeno dieci volte. Seguono le mode, ma la qualità si scopre rincorrendo Machiavelli e Pirandello. Fifa e arena (1948), Totò le Mokò (1949), L’imperatore di Capri (1949), Napoli milionaria, di Eduardo de Filippo (1950), Guardie e ladri (1951), Totò a colori (1952), L’uomo, la bestia e la virtù (1953), Un turco napoletano (1953), Miseria e nobiltà (1954), L’oro di Napoli, di Vittorio De Sica (1954), La banda degli onesti (1956), Totò, Peppino e la… malafemmina (1956), I soliti ignoti (1958), I tartassati (1959), Risate di gioia (1960), I due marescialli (1961), Il monaco di Monza (1963), Gli onorevoli (1963), La mandragola (1965) e Uccellacci e uccellini (1966). Amato più come attore di teatro che di cinema, poco stimato dagli intellettuali alla ricerca di puro valore, cercherà di farsi perdonare girando coi grandi registi. Nella filmografia anche Rossellini, Bolognini, Zampa, Blasetti e Lattuada. E grazie a Pasolini – e a Uccellacci e uccellini – riceverà una Palma speciale al festival di Cannes. La critica, è bene dirlo, colpiva più il contenitore che il contenuto. Più l’opera che il protagonista. Totò era sempre Totò a prescindere dalla storia, dai personaggi e dalle ambientazioni. Anche se nessuno gli perdonava origini d’attore d’avanspettacolo. 
Erede di Petrolini, più popolare e meno ricercato, e maestro di pressoché tutti gli attori comici delle generazioni successive. Maestro anche senza volerlo. Perché lui era la comicità nelle manifestazioni fisiche e nelle possibilità artistiche: amara, buffonesca, sciocca, spassosa, surreale, sempliciona. A volte perfino irresponsabile. Come quella volta nel 1958, ospite televisivo del Musichiere di Mario Riva quando si lascia scappare un improvviso “Viva Lauro!” rivolto all’esponente monarchico e subisce una sospensione fino al 1965. Rientrerà in tivù con Mina e poi con una serie diretta inizialmente da Daniele D’Anza (Tutto Totò), ma mai conclusa.
Muore a Roma, ma i funerali si svolgono a Napoli. Migliaia di persone a dare l’addio al principe della risata. L’orazione funebre è di Nino Taranto (la si può ascoltare su Youtube). In tivù da quel giorno una serie incessante di film e sketch. Almeno un libro su ogni scaffale. Sul regno di Totò il sole non è mai tramontato.

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