domenica 26 maggio 2013

Torna il Guerin Meschino

C’è reazione e reazione. Ci sono intellettuali che inseguono lo scoop e intellettuali che se ne disinteressano. Un giorno, c’è chi crede di scrivere il libro della vita (l’altrui vita), il successivo c’è chi sceglie la via della sottile propaganda. Di libri sul “si stava meglio quando si stava peggio” con variazioni a mai finire ne abbiamo letti troppi. I testi profetici costruiti sul medesimo principio non passano di moda e c’è chi ne scrive uno dietro l’altro giocandosi titolo e lunghezza: dicendo suppergiù la stessa cosa. Ci viene in mente Massimo Fini con la Ragione aveva torto, ora con punto interrogativo ora senza. Papà di una serie di volumi figli di una convinzione diviso tre: si stava meglio nell’ancien régime cioè prima della rivoluzione industriale, la tecnica ci porterà alla distruzione e infine: i cattivi sono i buoni e i buoni sono i cattivi.
Ma c’è reazione e reazione dicevamo. Ce n’è una che non lo è affatto o se lo è è figlia di una seria disposizione di studi, idee, riflessioni: fiumi carsici che compaiono e ricompaiono nel corso di una vita. Luca Negri, quarant’anni e una profondità non comune, si occupa di medioevo non da tifoso né da saggista malinconico. Non ha tesi precostituite da spacciare per studi infiniti né pensa che dietro l’angolo ci sia l’inferno per miliardi di peccatori. I catastrofisti à la page vorrebbero farci pentire di essere nati, i passatisti alla moda – e un po’ violenti – vorrebbero convincerci che nascere ai tempi dei vespri siciliani sarebbe stata una gran fortuna. I saggisti seri si affidano all’intelligenza del lettore. È una scommessa che vale più di una carriera. Nel suo ultimo lavoro Il ritorno del Guerin Meschino (Lindau 2013), Negri mette tutto in chiaro: «Non auspichiamo né riteniamo possibile riportare l’orologio della storia e dell’evoluzione umana indietro di un millennio. Non siamo antimoderni incalliti, votati al lamento per il tempo che fu e non è più». Non è fiato sprecato. La soldataglia antimoderna, che si autoesilia in un sud immaginario sapido d’Ottocento, caccia grossi calibri per una guerra fatta di grassetti e parolone, e all’occorrenza arruola poetume per compagnie di flagellatori. Irridendo il buon senso, talvolta anche la pace. Negri parla di futuro con saggezza: mission impossible per Fini e compagnia stonante, arruolati tra i partigiani del pessimismo con certificazione, dicono loro, anticonformista.
Anticonformismo è sostantivo di cui si abusa. Indica avversione a un modo di pensare. Diffuso. Alla legge del numero, alla democrazia. Assicura che l’erba del nostro giardino (anzi del mio: l’anticonformista vive nel mito dell’eroe solitario) è più verde del prato dei vicini. Vuol dire disprezzo, insofferenza. L’anticonformista con mimetica e cartucciera più che uomo di pensiero è indovino. Sa contro cosa e contro chi lottare, quasi mai per chi. Vuol distruggere, non sanare o risanare. Si tiene fuori dalla mischia ma graffia, fuma, sentenzia. Deprezza le idee altrui – che dà per presupposte – alle quali contrappone un copia-incolla mnemonico, ricavato da libercoli e pubblicazioncelle a cui associa la nobiltà di una firma. Nulla di serio andrebbe ricavato dalla prosa di un insoddisfatto cronico e avvinazzato di molestie. Parafrasando Alain de Benoist che ce l’ha con chi si colloca a destra: l’anticonformista non ha idee ma convinzioni.
Libri come quello di Negri sono antidoti alla superbia della colta ignoranza o come diceva Julius Evola della stupidità intelligente. L’illuminismo che uno sport per alunni zoppicanti vorrebbe causa di inconvenienti interplanetari viene definito da Negri un tesoro da coltivare e tramandare. «Negare questa verità significa isolarsi dalla corrente storica, mummificarsi nella retorica utopistica (di un’utopia alla rovescia, reazionaria), nella testimonianza narcisistica, nella paralisi del pensiero». La storia o Storia non si sceglie come fosse merce. L’antilluminismo, continua Negri, è strada senza sbocco. Non porta a nulla, non ha diritto di cittadinanza. Allo stesso modo, la storia non è tifo da stadio – ma i curvaroli si spacciano per storici dilettanti – ed è operazione grossolana contrapporre periodi a periodi. Con la convinzione – torna de Benoist – che uno prevalga sull’altro. I laudatori del medioevo o dell’ancien régime sono avanzi di una commedia all’italiana fuori tempo (non dimentichiamo Mario Monicelli), ma i tifosi illuministi rischiano una magra figura fasciando i luoghi non razionali dell’esistenza e gli ostacoli alla formazione del pensiero. Il che sarebbe vero solo in casi estremi.
Il medioevo cristiano, questo è certo, è stato vittima di pregiudizi. Mai discussi fino in fondo. Intollerante, anarchico, superstizioso, violento e maschilista? Certamente, ma come ogni epoca, forse meno di una scomposta modernità o di una classicità apparentemente rose e fiori. Sul fattore violenza, soprattutto, passeremmo il testimone agli abitanti di Hiroshima o alle vittime di Auschwitz. Dunque? Abbiamo bisogno di «un po’» di medioevo conclude Negri o di chi possa riassumerne lo spirito. Come il Guerin Meschino, eroe albanese di mille avventure alla ricerca delle proprie origini e radici. La cui vita cantata da Andrea da Barberino nel XV secolo, fu collettore di relazioni, esperienze e azioni di valore simbolico. Sintesi dei tempi che furono e cavaliere del futuro. Fratello maggiore di Aragorn prim’attore nel Signore degli anelli di J. R. R. Tolkien. Abbiamo bisogno del Graal, simbolo di un qualcosa che è andato perduto – che confina con un’antica sapienza – e che ha cambiato la storia del mondo. E «abbiamo bisogno di sorprese, di mistero, di qualche luce spenta. Di accettare il fatto che non tutta la realtà è limitata al nostro uso dei cinque sensi, che non tutto è spiegabile razionalmente».
Qui rientra in campo certo pensiero tradizionale, cioè torna in scena lo spirito. Rinasce il medioevo. In realtà mai messo da parte dalle eccellenze della letteratura europea (da Ludovico Ariosto a Walter Scott). In una nuova era, età di mezzo ed età dei lumi potrebbero fondere le esperienze. Mettiamola così: meno dogmi e maggior libertà, o forse maggior impegno e una volontà più pura. Tanta memoria ma anche tanta paura. Lo spirito senza il collare della ragione taglieggia l’io. La ragione senza lo spirito è imperfezione ben mascherata, ma anche promessa di altro sangue versato. Fate voi. E in fondo perché limitarsi a desiderarlo? A ben vedere siamo immersi fino al collo nel pentolone di un singolare, invadente medioevo. Forse dall’Ottocento di Fëdor Dostoevskij – uomo contro il proprio tempo –, passando per chi predicò l’esistenza o il ritorno a un al di là dal «corpo fisico» nel mezzo di una rivoluzione non desiderata; come il chimico, filosofo e teologo Pavel Florenskij, fucilato dai comunisti nel 1937 e tardivamente riabilitato. O per Nikolaj Berdjaev di cui ci dà notizia Alexandr Solzenicyn, catastrofista anche lui (a ragione), che giudica positivamente il medioevo storico – «senza Dio si diventa schiavi di elementi inferiori» – ma non è nostalgico né piagnone. Auspicherebbe, quello sì, un nuovo medioevo con un «passaggio dal razionalismo dei tempi moderni a un irrazionalismo o a un super-razionalismo», con tanto di apprezzamento per l’elemento femminile in senso goetheano. A un organicismo che sa d’antico si rifaranno Gilbert Keith Chesterton il papà di padre Brown – molto amato da Jorge Luis Borges –, e il più noto Pierre Drieu La Rochelle purtroppo abbagliato da Hitler ma anche da un medioevo colorato, energico e giovanilistico. Fisico e spirituale insieme. Non un’età perduta, triste, la sua; ma al contrario colma di «rivolgimenti sociali». Rudolf Steiner scriverà di una società liberamente tripartita tra economia, politica e cultura. 
E ci troviamo in un nuovo medioevo anche per ragioni, diciamo così, più evidenti. Dalle guerre mondiali al terrore atomico. Dal disgregarsi di interi paesi alla minaccia di una fine del mondo o di un impero: quello comunista prima, quello americano adesso. Dalla miseria alla crisi del ceto medio, quello che bene o male ha interpretato la fine dell’era moderna. Dalla crisi nella credibilità della scienza al fai da te in più settori e occasioni. Chiamasi catastrofe prossima ventura o almeno per il momento relativismo della peggior tipologia. Chi siamo? cosa vogliamo? dove stiamo andando? qual è «il senso della vita»? Fino a un secolo fa la risposta sarebbe stata semplice. Adesso è più facile far rispondere gli altri. O riscoprire il sacro: «vivo è il cristianesimo nel mondo» dice Negri, e vivo è il bisogno di religiosità, che è un’altra cosa, ma che appartiene a una stessa famiglia allargata. Ateismo e post-ateismo sembrano passare di moda in favore di una spiritualità dai contorni evanescenti, un oceano con fiumi e affluenti mai in secca. Una religione dietro l’altra alla maniera del cantante Franco Battiato (a proposito di catastrofisti). Allora? Siamo persone, non entità collettive, coltiviamo la libertà e custodiamo la trascendenza. Coccoliamo un dio che chiamiamo con nome diverso, in attesa che qualcosa si muova. Chissà.


giovedì 16 maggio 2013

Emil Cioran: viva la dittatura! (Il Giornale, 8 maggio 2013)


Alla fine di ottobre 1933, Emil Cioran si sposta in Germania. Ha appena finito di scrivere il suo primo libro, Al culmine della disperazione, e ha vinto una borsa di studio presso la prestigiosa Fondazione Humboldt. Si stabilirà prima a Berlino, dove seguirà le lezioni di Nicolai Hartmann e di Ludwig Klages, iscrivendosi anche a un corso di psichiatria. Quindi a Monaco, fino all’anno successivo. Il 4 settembre 1933 anticipa il suo viaggio all’amico Arşavir Acterian in una lettera adesso tradotta in italiano, con altre ventidue scritte da Cioran in anni giovanili. Si intitola Lettere al culmine della disperazione (1930-1934), ed esce oggi, il volume edito da Mimesis curato da Giovanni Rotiroti, con traduzioni di Marisa Salzillo e con una postfazione di Antonio Di Gennaro, che raccoglie queste lettere spedite dal filosofo di Rãşinari a Bucur Ţincu, Arşavir Acterian, Petre Comarnescu, Mircea Eliade e Nicolae Tatu. 
A Berlino, Cioran deciderà di seguire il buddhismo e tanta buona musica. Un rimedio contro il nazionalsocialismo, dirà. Ma una medicina invero poco efficace, come si evince da altre missive. Berlino è luogo tutt’altro che insignificante. E in Germania come in Romania sarebbe auspicabile qualcosa di nuovo. Come una dittatura. Scriverà a Eliade, è «difficile trovare uomini illustri: tutti hanno un’ampia cultura, ma pochi oltrepassano la storia che è il virus della cultura tedesca. Comunque sto bene a Berlino e mi entusiasma il suo ordine politico»; e poi a Tatu: «Berlino è una città che ha troppo stile, troppa storia, troppe tradizioni; la sua architettura rigida e triste mi fa sentire veramente a disagio».

giovedì 2 maggio 2013

Tomorrow belongs to me


Sesso e danaro come struttura. Arte e cultura come sovrastruttura. Quattro semi per un mazzo di carte mescolato a dovere. La musica (e che musica!) sarà il croupier. Che darà e riceverà a seconda di spazi e luoghi. La cornice è questa. Il nome dell’opera d’arte è Cabaret. Film musicale del 1972 di Bob Fosse, regista e coreografo di Chicago ma di origine europea. Adattamento di un musical di Broadway del 1966 firmato John Kander e Fred Ebb. Tratto a sua volta dalla pièce di John van Druden, I am a Camera e ispirato al romanzo di Christopher Isherwood Addio a Berlino. Uscito da poco in edizione blu-ray. Ne consigliamo in ogni caso la visione.
Com’era Berlino all’inizio dei Trenta? Chi immaginasse una città piegata da violenze e attività sovversive rimarrebbe deluso. D’accordo c’erano anche quelle – Bob Fosse e Jay Allen sceneggiatrice per Hitchcock, Cukor e Lumet, lo sanno bene – ma su tutte vinceva una folle creatività. Che un’altra generazione avrebbe riscoperto lungo l’asse Londra-Parigi-Amburgo, appena trent’anni dopo. La vecchia Europa è la vecchia Europa e Berlino è culla di sogni, raccoglitore di speranze, patria d’elezione per artisti in cerca di palcoscenici. Malgrado loro: i nazisti; malgrado lei: l’inflazione. Malgrado una brutalità quotidiana. Le avanguardie dettano tempi e modi. Difficile non accorgersi d’una certa ruvida ambiguità, non sentirsi appena schiacciati dal peso di una disarmonia quasi cosmica. Folle pensare che una nuova primavera sia alle porte. Ma Brian il professorino inglese (Michael York) che amoreggia con Sally ballerina e cantante di talento (Liza Minnelli) è il solo a comprendere che il peggio deve arrivare. Il solo a intuire la portata negativa del nazionalsocialismo. Chi riesce a convincerlo che i nazisti verranno messi fuori gioco, una volta eliminati i bolscevichi? Lui non crede alla propaganda del Völkischer Beobachter che accusa gli ebrei di essere i protagonisti d’un complotto internazionale. Come comunisti o come banchieri.
Fiato sprecato. I giovani vengono catturati dal nuovo partito e in tanti scrollano le spalle. Le preoccupazioni sono in tonalità minore, sembra dirci Fosse, tali da poter essere rappresentate nel buio di un peccaminoso cabaret. Il Kit-Kat club, che è un locale alla moda dove la realtà è assai confusa, ora sfocata ora sbiadita: si riproduce a suon di musica e non proprio fedelmente. Tra ballerine suonatrici e bionde trans. Il maestro di cerimonie (un grandissimo Joel Grey) è un tipo buffo e ambiguo, che sorride quando non dovrebbe. In fondo quel che conta è che la gente si diverta, con ogni qualità di materiale: perfino con uno scimmione spacciato per ebrea, nel pieno di una caccia ai giudei.
Visto da questa postazione, Cabaret è un film che racconta più di quel che vorrebbe. È un film sull’inconsapevolezza del male, a universi quasi paralleli. Epperò anche una storia unica. Che inizia e finisce con un treno e una stazione. L’arrivo e la partenza di Brian: grazie a lui sapremo cosa accade in Germania all’inizio dei Trenta. Conosceremo ogni episodio. Grammo per grammo.
Il film ha vinto otto meritatissimi Oscar. Miglior attore non protagonista, migliore attrice, miglior scenografia, miglior fotografia, miglior regia, miglior montaggio, miglior sonoro e miglior colonna sonora. Tutti i brani di Kander ed Ebb sono immortali. Incastrati all’interno del film in modo originale. Come piccole esibizioni accostate volta per volta allo spettacolo principale. Cioè al film. Da Cabaret a Money money, da Maybe this time alla celebre Tomorrow belongs to me. Diventata in italiano Il domani appartiene a noi durante il primo campo Hobbit di Montesarchio, nel 1977. E contemporaneamente uno dei nuovi inni dei giovani anticonformisti (chiamiamoli così) per gli anni a venire.
Sally Bowles è un’americana capricciosa, bugiarda ed egocentrica. Figlia di un ambasciatore che si tiene a debita distanza. Il suo sogno è diventare la nuova Lya de Putti, femme fatale dei Venti e morta in quel 1931. Brian è un professorino timido e ingessato che proviene da Cambridge e vuole dare lezioni private di inglese. I due sono inquilini di una pensione insieme a una massaggiatrice e a una prostituta. Gli opposti si attraggono – dice Fosse – e presto inizieranno una relazione pressoché indistinta. Sally continuerà ad andare a letto con chiunque le prometta una carriera; Brian invece è impotente (e bisex) anche se l’americana sembra avere un effetto miracoloso. Come se non bastasse, nella loro vita piomberà Maximilian un barone annoiato in cerca di emozioni e avventure. Affascinante, ricco e prodigo di promesse, il rampollo dell’aristocrazia berlinese avrà una relazione con Sally in cerca di Pigmalioni, ma anche con Brian sempre più introverso e spaesato. Frattanto, una seconda coppia cuoce nel pentolone berlinese. Il gigolo Fritz che si spaccia per protestante e Natalia ricchissima ereditiera ebrea. Lui ama lei, ma lei ha troppe riserve. 
Finale drammatico. Fritz che è senza un quattrino, decide di rischiare il tutto per tutto, e ammette di aver mentito e di essere ebreo. Solo così sposerà Natalie. Sally invece aspetta un bambino forse da Brian forse no. Il professorino poco adatto a un’esistenza spericolata le chiede di tenerlo, le propone un matrimonio e un futuro a Cambridge. Sally fingerà di accettare, ma ci ripenserà e abortirà. Riprenderà a esibirsi al Kit-Kat e a sognare un futuro da stella del cinema. Il film va così ma la Storia ha già preso la sua rincorsa. C’è bisogno di dirlo? La Germania affogherà nel mare nero del nazionalsocialismo.