giovedì 2 maggio 2013

Tomorrow belongs to me


Sesso e danaro come struttura. Arte e cultura come sovrastruttura. Quattro semi per un mazzo di carte mescolato a dovere. La musica (e che musica!) sarà il croupier. Che darà e riceverà a seconda di spazi e luoghi. La cornice è questa. Il nome dell’opera d’arte è Cabaret. Film musicale del 1972 di Bob Fosse, regista e coreografo di Chicago ma di origine europea. Adattamento di un musical di Broadway del 1966 firmato John Kander e Fred Ebb. Tratto a sua volta dalla pièce di John van Druden, I am a Camera e ispirato al romanzo di Christopher Isherwood Addio a Berlino. Uscito da poco in edizione blu-ray. Ne consigliamo in ogni caso la visione.
Com’era Berlino all’inizio dei Trenta? Chi immaginasse una città piegata da violenze e attività sovversive rimarrebbe deluso. D’accordo c’erano anche quelle – Bob Fosse e Jay Allen sceneggiatrice per Hitchcock, Cukor e Lumet, lo sanno bene – ma su tutte vinceva una folle creatività. Che un’altra generazione avrebbe riscoperto lungo l’asse Londra-Parigi-Amburgo, appena trent’anni dopo. La vecchia Europa è la vecchia Europa e Berlino è culla di sogni, raccoglitore di speranze, patria d’elezione per artisti in cerca di palcoscenici. Malgrado loro: i nazisti; malgrado lei: l’inflazione. Malgrado una brutalità quotidiana. Le avanguardie dettano tempi e modi. Difficile non accorgersi d’una certa ruvida ambiguità, non sentirsi appena schiacciati dal peso di una disarmonia quasi cosmica. Folle pensare che una nuova primavera sia alle porte. Ma Brian il professorino inglese (Michael York) che amoreggia con Sally ballerina e cantante di talento (Liza Minnelli) è il solo a comprendere che il peggio deve arrivare. Il solo a intuire la portata negativa del nazionalsocialismo. Chi riesce a convincerlo che i nazisti verranno messi fuori gioco, una volta eliminati i bolscevichi? Lui non crede alla propaganda del Völkischer Beobachter che accusa gli ebrei di essere i protagonisti d’un complotto internazionale. Come comunisti o come banchieri.
Fiato sprecato. I giovani vengono catturati dal nuovo partito e in tanti scrollano le spalle. Le preoccupazioni sono in tonalità minore, sembra dirci Fosse, tali da poter essere rappresentate nel buio di un peccaminoso cabaret. Il Kit-Kat club, che è un locale alla moda dove la realtà è assai confusa, ora sfocata ora sbiadita: si riproduce a suon di musica e non proprio fedelmente. Tra ballerine suonatrici e bionde trans. Il maestro di cerimonie (un grandissimo Joel Grey) è un tipo buffo e ambiguo, che sorride quando non dovrebbe. In fondo quel che conta è che la gente si diverta, con ogni qualità di materiale: perfino con uno scimmione spacciato per ebrea, nel pieno di una caccia ai giudei.
Visto da questa postazione, Cabaret è un film che racconta più di quel che vorrebbe. È un film sull’inconsapevolezza del male, a universi quasi paralleli. Epperò anche una storia unica. Che inizia e finisce con un treno e una stazione. L’arrivo e la partenza di Brian: grazie a lui sapremo cosa accade in Germania all’inizio dei Trenta. Conosceremo ogni episodio. Grammo per grammo.
Il film ha vinto otto meritatissimi Oscar. Miglior attore non protagonista, migliore attrice, miglior scenografia, miglior fotografia, miglior regia, miglior montaggio, miglior sonoro e miglior colonna sonora. Tutti i brani di Kander ed Ebb sono immortali. Incastrati all’interno del film in modo originale. Come piccole esibizioni accostate volta per volta allo spettacolo principale. Cioè al film. Da Cabaret a Money money, da Maybe this time alla celebre Tomorrow belongs to me. Diventata in italiano Il domani appartiene a noi durante il primo campo Hobbit di Montesarchio, nel 1977. E contemporaneamente uno dei nuovi inni dei giovani anticonformisti (chiamiamoli così) per gli anni a venire.
Sally Bowles è un’americana capricciosa, bugiarda ed egocentrica. Figlia di un ambasciatore che si tiene a debita distanza. Il suo sogno è diventare la nuova Lya de Putti, femme fatale dei Venti e morta in quel 1931. Brian è un professorino timido e ingessato che proviene da Cambridge e vuole dare lezioni private di inglese. I due sono inquilini di una pensione insieme a una massaggiatrice e a una prostituta. Gli opposti si attraggono – dice Fosse – e presto inizieranno una relazione pressoché indistinta. Sally continuerà ad andare a letto con chiunque le prometta una carriera; Brian invece è impotente (e bisex) anche se l’americana sembra avere un effetto miracoloso. Come se non bastasse, nella loro vita piomberà Maximilian un barone annoiato in cerca di emozioni e avventure. Affascinante, ricco e prodigo di promesse, il rampollo dell’aristocrazia berlinese avrà una relazione con Sally in cerca di Pigmalioni, ma anche con Brian sempre più introverso e spaesato. Frattanto, una seconda coppia cuoce nel pentolone berlinese. Il gigolo Fritz che si spaccia per protestante e Natalia ricchissima ereditiera ebrea. Lui ama lei, ma lei ha troppe riserve. 
Finale drammatico. Fritz che è senza un quattrino, decide di rischiare il tutto per tutto, e ammette di aver mentito e di essere ebreo. Solo così sposerà Natalie. Sally invece aspetta un bambino forse da Brian forse no. Il professorino poco adatto a un’esistenza spericolata le chiede di tenerlo, le propone un matrimonio e un futuro a Cambridge. Sally fingerà di accettare, ma ci ripenserà e abortirà. Riprenderà a esibirsi al Kit-Kat e a sognare un futuro da stella del cinema. Il film va così ma la Storia ha già preso la sua rincorsa. C’è bisogno di dirlo? La Germania affogherà nel mare nero del nazionalsocialismo.

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