giovedì 27 giugno 2013

Massimo Fini, Gigi Rizzi e il '68

Forse la bellezza non salverà il mondo come diceva Dostoevskij, magari però riuscirà a farci capire meglio e di più. Ho appena letto, ripubblicata su il Giornale del 27 giugno 2013, l’introduzione di Massimo Fini a “Io, BB e l’altro ‘68” (Carte Scoperte) di Gigi Rizzi, morto quattro giorni fa a Saint Tropez dopo aver festeggiato il suo sessantanovesimo compleanno. Non male, mi permetto di dire da appassionato-curioso della storia di quegli anni. Delle centinaia di interpretazioni legate al Sessantotto, Fini ne sposa un precisa ma non originale. Il Sessantotto, inteso come anno, è la fine di un periodo di spensieratezza legato al boom economico: la fine degli anni Sessanta appunto. La breve storia d’amore tra Rizzi, romantico playboy nostrano dai facili successi, e Brigitte Bardot donna bellissima e icona dei tempi moderni, segna il limite di un’avventura nella quale si tuffò una parte di mondo che si lasciava alle spalle non tanto le penurie, quanto le rigidezze del dopoguerra.
E non ha torto Fini, pensate all’immensa provincia italiana, ancora dimessa, legata a valori e uomini ottocenteschi, uscita ideologicamente e materialmente dal fascismo ma legata a costumi vecchi, superati. Quando in pieno boom esce “La dolce vita” di Federico Fellini o gli studenti cominciano a parlare del grande successo di “On the road” di Kerouac l’Italia si è appena rimessa in piedi. È lì che nasce (giustamente!) una certa idea di elite intellettuale, che si affianca e sostituisce a quella dell’immediato dopoguerra, ancora in emergenza. Sarà la cultura francese che seleziona il meglio di quella mondiale, è sempre stato così, a rilasciare i veri attestati di idoneità. Li c’è il nuovo cinema, c’è Sartre,  ci sarà il “vero” Sessantotto, ci sono scrittori e artisti décadents, c’è il jazz e c’era stata la Beat generation. Lì nei primi decenni del secolo – lo ha ricordato qualche anno fa Woody Allen – si ritrovò il meglio dell’intelligenza del pianeta; lì tanti anni dopo morirà Maria Callas, la più grande cantante del Novecento (lo ha ricordato anni fa un altro grande regista, sovente messo da parte: Franco Zeffirelli). Lì la tua vita può cambiare davvero.
Difficile dire, con sincerità, se nella mente di Rizzi e degli altri giovani che frequentavano la Costa Azzurra albergasse questo tipo d’amore. Di sicuro c’erano le donne. E per le donne c’erano gli uomini come ha testimoniato Elsa Martinelli amica della Bardot. “Questo qui me lo farei”, confessò più o meno così la Bardot alla Martinelli dopo aver conosciuto Rizzi. Detto e fatto. L’italiano medio, tifoso e provinciale, giudicherà la storia tra i due come un affare di stato. Come una conquista nazionale. E che conquista! Sarà il momentaneo ritorno della Gioconda al di qua delle mura di casa. La restituzione delle terre di confine a nord-ovest, la definitiva italianizzazione di Napoleone. Sarà l’editoriale che non ti aspetti da un quotidiano francese su Modigliani e Marinetti. La Francia è la Francia (cioè: Parigi è Parigi), ma l’Italia sono gli Italiani ha spiegato Allen nei suoi ultimi film a un pubblico internazionale. Pittoreschi, emotivi, romanticoni e con in testa il vizio dell’assurdo Così, quando loro ce la mettono tutta, crollano perfino le barriere nazionali.
  «I Sessanta si sono creduti molto peccaminosi e trasgressivi», aggiunge Fini, «Furono invece anni molto solari e sostanzialmente innocenti». È un’affermazione interessante, coerente con un’impostazione storica colpevolizzante verso i Settanta. È certo tuttavia che i Sessanta furono tante cose. Furono quella cerniera che legò un mondo abitato da uomini che cercavano la felicità nella concretezza e nella certezza di un focolare domestico e di un lavoro onesto, a un mondo dove divertimento, trasgressione (qualunque cosa potesse significare) e anticonformismo (idem) porranno le fondamenta per la costruzione di universi paralleli. Dove la “vera” vita sarà sempre e solo un’altra. Ed è certamente vero che il tempo trasformerà i modi istintivi di protesta contro un pianeta abitato nello stesso momento da uomini e “dinosauri” (poetico, quasi commovente, il dialogo tra Luigi Lo Cascio, giovane studente, e il docente universitario nel periodo della contestazione ne “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana), in tentativi sempre più maliziosi e violenti di lotta, di reazione alla lotta e di manovre per sovvertire l’ordine costituito. A cominciare da Piazza Fontana che è del 1969, per non dimenticare i morti di Avola e la successiva contestazione orchestrata da Mario Capanna per la prima della Scala, il 7 dicembre 1968. Per la cronaca andava in scena il Don Carlos di Verdi diretto da Claudio Abbado, il grande direttore milanese che proprio ieri ha compiuto ottant’anni.
E non dimentichiamo, poi, quelli che oggi sono fenomeni diffusissimi. Le cosiddette spiritualità alternative (o semplicemente l’amore per le culture non occidentali) e purtroppo l’uso diffuso delle droghe. Entrambi fenomeni nati negli anni Sessanta. E con essi l’idea del sesso libero con annessi e connessi: in primo luogo ciò che Julius Evola per primo chiamò la banalizzazione del sesso. Ci scrisse pure il migliore dei suoi libri, Metafisica del sesso, valorizzato dall’accademico controcorrente Franco Volpi; in secondo luogo l’idea che il sesso fosse quasi esclusivamente consumo – consumo di libertà – e dunque legato a regole che ne tradissero per così dire l’essenza. 
Basterebbe anche andarsi a rileggere certe cronache reazionarie della stampa di destra, se si vogliono prendere per buone, per comprendere quale fosse la posta in gioco. Intendiamoci: c’erano delle esagerazioni e c’era il rifiuto da parte di certa stampa di comprendere quel mondo dei giovani che per la prima volta si manifestava con forza e passione. Rifiuto che era soprattutto della politica e di ambienti eccessivamente rigidi. Quando nel giugno 1965 i Beatles vennero in Italia, la stampa prese di mira oltre il gruppo – ne venne sottolineato lo scarso talento! – anche l’intelligenza dei fan. Poca, secondo certi ambienti reazionari. Le mode beat e ye ye erano roba per folle di arrabbiati senza un vero perché, e gli artisti meteore prive di reale amore per l’arte. Evidentemente si ignorava un “nuovo mondo” che era parecchio avanti, ma si ignoravano anche gli obiettivi legami tra quel mondo dei e per i giovani e le manifestazioni avanguardistiche di molti decenni prima. Cabaret, serate improvvisate, mostre a effetto sorpresa e manifestazioni estemporanee con proteste, tafferugli e autentiche piccole battaglie. C’era la speranza di un mondo diverso, migliore, nei Sessanta così come nei Dieci. Mata Hari danzò nuda sotto il naso di Marinetti (che scrisse anche di un fallo lungo undici metri: numero magico!), nella Factory del re dei Sessanta Andy Warhol (che ritrasse la nostra BB), ne accaddero di cotte e di crude. Differenze senza pregiudizi? Due guerre mondiali e tanta cura per l’immagine. Saremo tutti spettatori di qualcosa: ogni esibizione assumerà dimensioni sempre più grandi. Molto più esagerate saranno infine le reazioni di fan e detrattori.

mercoledì 5 giugno 2013

Tra Pirandello e Dario Fo

I più informati dicono che non fosse un esempio di modestia. Ma si sa, gli uomini di teatro sono parte di una realtà più estesa del normale, occupano più superficie di quanto la loro ombra sia solita limitare. Nel caso di Eduardo De Filippo, poi, la diceria è doppiamente autentica, perché lui ha incarnato il teatro napoletano per decenni fino alla scomparsa avvenuta il 30 ottobre 1984 a Roma. Mezz’Italia ha pianto e riso per colpa o merito suo, perché Eduardo è stato un capitolo di storia dello spettacolo del Novecento, ed è giusto riconoscerlo. A parte le intermittenti iniziative commerciali (i dvd) legate a questo o quel quotidiano o periodico, dell’artista napoletano si parla pochissimo, e con lui delle sue commedie e di quel mondo che ha saputo portare in scena con talento, insieme a un altro mostro sacro della nostra letteratura, il siciliano e premio Nobel nel 1934 Luigi Pirandello.
Dal grande agrigentino autore pienamente novecentesco per profili tematici, Eduardo seppe apprendere l’arte di guardare al nuovo, l’arte di rinnovare le forme di espressione, il contenuto e la forma, e a lui Pirandello affiderà le regie di Liolà e del Berretto a sonagli. Eduardo fu sostanzialmente un moderno che apprezzava la modernità con le sue cause e i suoi effetti. La Tv per esempio, al quale consegnò buona parte dei suoi lavori praticamente da subito, dopo essere stato protagonista sul grande schermo come attore, regista e sceneggiatore.        
Figlio illegittimo di Eduardo Scarpetta, De Filippo nasce all’inizio del secolo scorso, nel 1900 in una Napoli in emergenza – sembrava quella di adesso – ma viva; dal teatro all’arte, dalla critica alle realtà rappresentate sui palcoscenici, proprio lì ci si attendeva ancora qualcosa. Come forse oggi – o magari appena ieri – da un semplice concerto rock o da una trasmissione televisiva di ultimo genere. Quel teatro che pur fece ridere, dev’essere stata attività seria davvero, se Eduardo si rese conto appena a quattordici anni che la sua strada non poteva coincidere in tutto e per tutto con quella dei fratelli Peppino e Titina (coi quali formerà un delizioso trio fino alla metà degli anni Quaranta), e comincerà a guardare al suo popolo partenopeo quale fonte di reale e nuova ispirazione. Ha grande successo nella rivista, si fa le ossa da solo e con l’altro grande autore Raffaele Viviani, già sogna un teatro che vada oltre la pur gloriosa tradizione partenopea degli Scarpetta e dei Di Giacomo.
Autore prolifico e dal geniale e generoso colpo d’ala, il primo vero grande successo eduardiano risale alla fine degli anni Venti, con Sik Sik, l’artefice magico che da il la a una carriera di lì a poco pronta a includere il capolavoro del 1931 Natale in casa Cupiello e altre produzioni strettamente realistiche, con la messa in scena della crisi novecentesca dei valori. Ha scritto Gennaro Magliulo in un volume che è tra i primi dedicati al secondo dei fratelli De Filippo (Eduardo De Filippo, Cappelli 1959): «Il punto di partenza immediato dei De Filippo autori-attori è l’osservazione e la ricostruzione della realtà che li circonda. Si è scritto come, a quell’epoca, Eduardo e Peppino restassero ore ed ore fermi in Piazza San Ferdinando seduti a un tavolo del famosissimo caffè “Gambrinus”, meta quotidiana dei vitelloni cittadini. Di costoro i due attori osservano il comportamento, le piccole manie, il modo di esprimersi, il vanitoso e quasi clownesco atteggiarsi. E, tornando a casa o in teatro, ripetono quei gesti, quegli atteggiamenti, come una lezione da mandare a memoria». L’atteggiamento eduardiano è profondamente critico nei confronti di una borghesia che, a suo modo di vedere non merita solidarietà alcuna, legata a se stessa, alla vana felicità, alle proprie piccole speranze (speranze da borghesi, appunto).
Il teatro napoletano non è più solo farsa, ma verità sociale en travesti, burla apprezzata da un pubblico che sorride e si diverte mandando giù una medicina dal sapore usualmente dolce. Una filosofia della quotidianità che Eduardo non abbandonerà neppure in tempo di guerra, quando ridere e divertirsi è quasi un obbligo, anche se è soprattutto in questo momento (con La parte di Amleto e Non ti pago) che prende forma l’impulso malinconico della sua singolare recitazione, calma, da saggio più che da attore, una personalità – ecco sì una personalità – sorniona e riflessiva. Celebre rimane la parlata – assolutamente inimitabile – che per la sua genuinità seppe rendere un grandissimo servigio al dialetto comunemente parlato. Eduardo si definiva un uomo del popolo e per il popolo. Lo sottolineò anche quando arrivò la nomina a senatore a vita (nel 1981), da parte dell’allora capo dello stato Sandro Pertini. Con sensibilità e con coraggio si batté per le condizioni dei suoi ragazzi rinchiusi nelle carceri.    
Eduardo pessimista o ottimista? Più il secondo (inconsapevolmente?) che il primo diremmo. Del 1945 è la commedia Napoli milionaria (diventata celebre anche per la frase speranzosa ripetuta dal protagonista: «Addà passà ‘a nuttata») che è storia di guerra sul commercio clandestino dalla coscienza tipicamente neorealista; dell’anno dopo la surreale ma umanissima, a metà tra ingenuità e furbizia, Questi fantasmi! (anch’essa nota per le chiacchierate del protagonista sul balcone col «professore»), e soprattutto l’iper-realistica Filumena Marturano (1946), scritta per la sorella Titina e dal quale vent’anni dopo Vittorio De Sica trarrà il film Matrimonio all’Italiana con la coppia principe del nostro cinema Loren/Mastroianni. Bene mio, core mio (1955), Sabato, domenica e lunedì (1959), Gli esami non finiscono mai (1973), sono gli altri titoli eccellenti per concludere un breve ricordo. Ma c’è di più, senz’altro: Eduardo ha influenzato attori di straordinario talento, uno su tutti Massimo Troisi, ed oggi il meglio del teatro napoletano difficilmente può prescindere da lui come autore e soprattutto come interprete. È stato apprezzato da un altro premio Nobel (del futuro questa volta), quel Dario Fo che il giorno dopo la sua morte disse: «era il più grande uomo di teatro in Italia», ed era infine stimatissimo da Giorgio Strelher, così distante ma in fondo così vicino al talento del maestro napoletano. Dirà lo stesso giorno: «Il teatro del mondo è più povero. Noi tutti che di teatro viviamo, siamo più soli ed io, che ero legato a Lui umanamente forse più di altri da lunghissimo tempo, sento una profonda ferita che mi impedisce di esprimere, in questo momento, altro che il mio dolore». 
Eduardo aveva debuttato ancora ragazzino, a quattro anni, nel ruolo di un piccolo orientale («L’infanzia di Eduardo … non dura a lungo se, a pochissimi anni, lo battezzano col fuoco sacro del palcoscenico. La sua prima apparizione alle luci della ribalta la fa nel ruolo di un piccolissimo cinese nella parodia scarpettiana della “Geisha”»). La stima da parte della cultura e dello spettacolo internazionale non gli mancheranno mai. Verrà acclamato a Londra, negli Stati Uniti e nell’ex Unione sovietica … e morirà lavorando addirittura su Shakespeare. «Con Goldoni e Pirandello, Eduardo De Filippo è oggi il drammaturgo italiano che ottiene all’estero maggiori consensi di pubblico». Riusciamo a dirlo con serenità, allora: uno dei più grandi pregi di Eduardo è di aver reso Napoli una città del mondo; grazie a lui le sofferenze di Napoli non sono soltanto le sofferenze di una grande città, una come tante. In molti pare lo abbiano dimenticato, ma i migliori non scorderanno i suoi messaggi di speranza. Anche perché Eduardo amava Napoli senza alcuna retorica. Egli stesso decise di andar via, di andare a Roma (dov’è stato sepolto), e a chi gli chiedeva della sua città rispondeva col realismo che lo aveva da sempre contraddistinto: andate via, anzi: fujtevenne. Napoli è anche la brillante contraddizione dei suoi artisti, dopotutto. 

martedì 4 giugno 2013

Candido, ovvero il pessimismo

Diciannove anni fa, il 4 giugno 1994, moriva per un attacco di cuore Massimo Troisi. Alfiere napoletano della generazione dei nuovi comici dei Settanta, quelli che dovevano tanto, tantissimo alla vituperatissima televisione. Era a Ostia, dalla sorella. Da appena un giorno aveva finito il suo ultimo film, Il postino, era affaticato e poco tempo prima si era recato negli Stati Uniti per una visita. Niente da fare, il cuore di Troisi non funzionava. A vent’anni il comico era già stato in America per la sostituzione di una valvola; il Nuovo Mondo aveva regalato al napoletanino di San Giorgio a Cremano una nuova vita e la possibilità di riprendere l’attività teatrale.
Chi non ricorda La smorfia? Il trio cabarettistico formato da Troisi, Enzo Decaro e Lello Arena? Nato come I Saraceni, il gruppettino prima di debuttare in Tv nella storica Non Stop di Enzo Trapani (1977) era andato in giro per l’Italia raccogliendo successi nei piccoli teatri e nei cabaret. Le tappe principali del gruppo, inizialmente diverso per composizione, erano state: teatrino parrocchiale, garage, teatro, radio e Tv. Una gavetta lunga quasi un decennio, in un periodo nel quale far ridere era quasi un obbligo. Non c’è bisogno di dire cosa furono i Settanta. Ricordiamo che a un certo punto la tivù decise di stare al passo coi tempi e ricordiamo anche cosa scrisse Lietta Tornabuoni, omaggiando Troisi: quando non c’era più niente da ridere, ridere era l’unica possibilità rimasta.
Di Troisi si diceva fosse il nuovo Eduardo, vero o falso che fosse, fu un uomo molto amato, amato dalla gente, dagli spettatori e dai colleghi. C’era un non so che di misterioso nel suo modo di fare. La sua tecnica era esclusivamente istinto e interpretazione, le parole più musica che linguaggio, le espressioni tipiche di chi cede a una precarietà esistenziale ma col gusto del sorriso. Si potrebbe dire di Troisi che fosse in tutto e per tutto un uomo del Sud, ma di un Sud ironico, delicato, mai ipocrita. A volte incredibilmente riservato. Un Sud che ridendo dei suoi sketch apriva le porte – e non era la prima volta – a un umorismo leggero, ingenuo e accidentalmente autolesionista. Non di rado, Napoli era protagonista delle storielle della Smorfia (sempre là si andava a finire). Ne Il basso per esempio, con Troisi nei panni del signor Salvatore, un uomo che chiedeva aiuto non diversamente da tanti altri del Sud. Oppure in Napoli, con un monologo dedicato a una città con mille problemi: sporca, senz’acqua, con disoccupazione e mortalità infantile alle stelle. Umorismo tipico di certe espressioni artistiche, da commedia pura, che si accaniva sui difetti di uomini e cose, strappando più di un sorriso con un’elencazione di guai, due o tre commenti e pochissima filosofia.
Troisi era bravo, era bello (non c’è chiosa che non lo evidenzi), era modesto, non aveva amicizie ai piani alti e aveva le giuste ambizioni. A un certo punto pensò di scrivere un testo più lungo del previsto e ne venne fuori la futura sceneggiatura di Ricomincio da tre. Primo film come attore, sceneggiatore e regista (1981). Protagonista un giovane napoletano trasferitosi a Firenze, così insicuro da non poter chiedere molto alla vita, a se stesso e agli altri: sarà costretto ad accontentarsi di qualche briciola. Troisi temeva l’insuccesso, credeva di non essere all’altezza come artista cinematografico ma partorirà un vero gioiellino: fulcro di una carriera che durerà un altro decennio. Tra alti e bassi. Nel 1983 esce il quasi gemello Scusate il ritardo, un anno prima è andato in onda un singolare lavoro su Rai3 Morto Troisi, viva Troisi!, ospite un gruppo di attori (Verdone, Arena, Nichetti, Benigni, Arbore) che finge di commemorare la morte del protagonista. I suoi ultimi lavori come regista Le vie del signore sono finite (ambientato nel periodo fascista) e Pensavo fosse amore… invece era un calesse, sono abbastanza prolissi (c’è chi li ama, ovviamente), azzardo che Troisi verrà ricordato a vent’anni dalla morte per ben altre opere. Nel 1985, il grande successo di pubblico – non tanto di critica – di Non ci resta che piangere, film magico realizzato a quattro mani con Benigni (e sceneggiato anche da Giuseppe Bertolucci). Benigni, che non gli somiglia per niente, rimarrà fino alla fine uno dei suoi più grandi amici, insieme a Marco Messeri, Arbore, Verdone e al cantante Pino Daniele. 
A metà strada, da ricordare i tre film per la regia di Ettore Scola. Non tra i migliori del regista nato in Campania. Splendor e Che ora è? con Marcello Mastroianni, e Il viaggio di Capitan Fracassa con Ciccio Ingrassia. Tutti temi diversi, naturalmente: la nostalgia, i rapporti padre-figlio e le avventure di una compagnia teatrale itinerante. L’ultima pellicola di Troisi, per la regia di Michael Redford (Orwell 1984, Il mercante di Venezia) è Il postino con Philippe Noiret nei panni di Pablo Neruda. Il film ottenne cinque nomination all’Oscar – tra le quali due a Troisi, ormai morto, come attore protagonista e come sceneggiatore – ma vinse una sola statuetta per la migliore colonna sonora di Luis Bacalov. Non giudico Il postino un film noioso: forse un po’ sopravvalutato. Ma commovente. Rimane l’ultima testimonianza di un grande personaggio del nostro passato. La genuinità di Troisi entrò anche nel cuore degli Ottanta: nessun giovane a quei tempi riuscì a sottrarsi al suo giudizio e alla sua candida irriverenza.