mercoledì 5 giugno 2013

Tra Pirandello e Dario Fo

I più informati dicono che non fosse un esempio di modestia. Ma si sa, gli uomini di teatro sono parte di una realtà più estesa del normale, occupano più superficie di quanto la loro ombra sia solita limitare. Nel caso di Eduardo De Filippo, poi, la diceria è doppiamente autentica, perché lui ha incarnato il teatro napoletano per decenni fino alla scomparsa avvenuta il 30 ottobre 1984 a Roma. Mezz’Italia ha pianto e riso per colpa o merito suo, perché Eduardo è stato un capitolo di storia dello spettacolo del Novecento, ed è giusto riconoscerlo. A parte le intermittenti iniziative commerciali (i dvd) legate a questo o quel quotidiano o periodico, dell’artista napoletano si parla pochissimo, e con lui delle sue commedie e di quel mondo che ha saputo portare in scena con talento, insieme a un altro mostro sacro della nostra letteratura, il siciliano e premio Nobel nel 1934 Luigi Pirandello.
Dal grande agrigentino autore pienamente novecentesco per profili tematici, Eduardo seppe apprendere l’arte di guardare al nuovo, l’arte di rinnovare le forme di espressione, il contenuto e la forma, e a lui Pirandello affiderà le regie di Liolà e del Berretto a sonagli. Eduardo fu sostanzialmente un moderno che apprezzava la modernità con le sue cause e i suoi effetti. La Tv per esempio, al quale consegnò buona parte dei suoi lavori praticamente da subito, dopo essere stato protagonista sul grande schermo come attore, regista e sceneggiatore.        
Figlio illegittimo di Eduardo Scarpetta, De Filippo nasce all’inizio del secolo scorso, nel 1900 in una Napoli in emergenza – sembrava quella di adesso – ma viva; dal teatro all’arte, dalla critica alle realtà rappresentate sui palcoscenici, proprio lì ci si attendeva ancora qualcosa. Come forse oggi – o magari appena ieri – da un semplice concerto rock o da una trasmissione televisiva di ultimo genere. Quel teatro che pur fece ridere, dev’essere stata attività seria davvero, se Eduardo si rese conto appena a quattordici anni che la sua strada non poteva coincidere in tutto e per tutto con quella dei fratelli Peppino e Titina (coi quali formerà un delizioso trio fino alla metà degli anni Quaranta), e comincerà a guardare al suo popolo partenopeo quale fonte di reale e nuova ispirazione. Ha grande successo nella rivista, si fa le ossa da solo e con l’altro grande autore Raffaele Viviani, già sogna un teatro che vada oltre la pur gloriosa tradizione partenopea degli Scarpetta e dei Di Giacomo.
Autore prolifico e dal geniale e generoso colpo d’ala, il primo vero grande successo eduardiano risale alla fine degli anni Venti, con Sik Sik, l’artefice magico che da il la a una carriera di lì a poco pronta a includere il capolavoro del 1931 Natale in casa Cupiello e altre produzioni strettamente realistiche, con la messa in scena della crisi novecentesca dei valori. Ha scritto Gennaro Magliulo in un volume che è tra i primi dedicati al secondo dei fratelli De Filippo (Eduardo De Filippo, Cappelli 1959): «Il punto di partenza immediato dei De Filippo autori-attori è l’osservazione e la ricostruzione della realtà che li circonda. Si è scritto come, a quell’epoca, Eduardo e Peppino restassero ore ed ore fermi in Piazza San Ferdinando seduti a un tavolo del famosissimo caffè “Gambrinus”, meta quotidiana dei vitelloni cittadini. Di costoro i due attori osservano il comportamento, le piccole manie, il modo di esprimersi, il vanitoso e quasi clownesco atteggiarsi. E, tornando a casa o in teatro, ripetono quei gesti, quegli atteggiamenti, come una lezione da mandare a memoria». L’atteggiamento eduardiano è profondamente critico nei confronti di una borghesia che, a suo modo di vedere non merita solidarietà alcuna, legata a se stessa, alla vana felicità, alle proprie piccole speranze (speranze da borghesi, appunto).
Il teatro napoletano non è più solo farsa, ma verità sociale en travesti, burla apprezzata da un pubblico che sorride e si diverte mandando giù una medicina dal sapore usualmente dolce. Una filosofia della quotidianità che Eduardo non abbandonerà neppure in tempo di guerra, quando ridere e divertirsi è quasi un obbligo, anche se è soprattutto in questo momento (con La parte di Amleto e Non ti pago) che prende forma l’impulso malinconico della sua singolare recitazione, calma, da saggio più che da attore, una personalità – ecco sì una personalità – sorniona e riflessiva. Celebre rimane la parlata – assolutamente inimitabile – che per la sua genuinità seppe rendere un grandissimo servigio al dialetto comunemente parlato. Eduardo si definiva un uomo del popolo e per il popolo. Lo sottolineò anche quando arrivò la nomina a senatore a vita (nel 1981), da parte dell’allora capo dello stato Sandro Pertini. Con sensibilità e con coraggio si batté per le condizioni dei suoi ragazzi rinchiusi nelle carceri.    
Eduardo pessimista o ottimista? Più il secondo (inconsapevolmente?) che il primo diremmo. Del 1945 è la commedia Napoli milionaria (diventata celebre anche per la frase speranzosa ripetuta dal protagonista: «Addà passà ‘a nuttata») che è storia di guerra sul commercio clandestino dalla coscienza tipicamente neorealista; dell’anno dopo la surreale ma umanissima, a metà tra ingenuità e furbizia, Questi fantasmi! (anch’essa nota per le chiacchierate del protagonista sul balcone col «professore»), e soprattutto l’iper-realistica Filumena Marturano (1946), scritta per la sorella Titina e dal quale vent’anni dopo Vittorio De Sica trarrà il film Matrimonio all’Italiana con la coppia principe del nostro cinema Loren/Mastroianni. Bene mio, core mio (1955), Sabato, domenica e lunedì (1959), Gli esami non finiscono mai (1973), sono gli altri titoli eccellenti per concludere un breve ricordo. Ma c’è di più, senz’altro: Eduardo ha influenzato attori di straordinario talento, uno su tutti Massimo Troisi, ed oggi il meglio del teatro napoletano difficilmente può prescindere da lui come autore e soprattutto come interprete. È stato apprezzato da un altro premio Nobel (del futuro questa volta), quel Dario Fo che il giorno dopo la sua morte disse: «era il più grande uomo di teatro in Italia», ed era infine stimatissimo da Giorgio Strelher, così distante ma in fondo così vicino al talento del maestro napoletano. Dirà lo stesso giorno: «Il teatro del mondo è più povero. Noi tutti che di teatro viviamo, siamo più soli ed io, che ero legato a Lui umanamente forse più di altri da lunghissimo tempo, sento una profonda ferita che mi impedisce di esprimere, in questo momento, altro che il mio dolore». 
Eduardo aveva debuttato ancora ragazzino, a quattro anni, nel ruolo di un piccolo orientale («L’infanzia di Eduardo … non dura a lungo se, a pochissimi anni, lo battezzano col fuoco sacro del palcoscenico. La sua prima apparizione alle luci della ribalta la fa nel ruolo di un piccolissimo cinese nella parodia scarpettiana della “Geisha”»). La stima da parte della cultura e dello spettacolo internazionale non gli mancheranno mai. Verrà acclamato a Londra, negli Stati Uniti e nell’ex Unione sovietica … e morirà lavorando addirittura su Shakespeare. «Con Goldoni e Pirandello, Eduardo De Filippo è oggi il drammaturgo italiano che ottiene all’estero maggiori consensi di pubblico». Riusciamo a dirlo con serenità, allora: uno dei più grandi pregi di Eduardo è di aver reso Napoli una città del mondo; grazie a lui le sofferenze di Napoli non sono soltanto le sofferenze di una grande città, una come tante. In molti pare lo abbiano dimenticato, ma i migliori non scorderanno i suoi messaggi di speranza. Anche perché Eduardo amava Napoli senza alcuna retorica. Egli stesso decise di andar via, di andare a Roma (dov’è stato sepolto), e a chi gli chiedeva della sua città rispondeva col realismo che lo aveva da sempre contraddistinto: andate via, anzi: fujtevenne. Napoli è anche la brillante contraddizione dei suoi artisti, dopotutto. 

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