venerdì 19 luglio 2013

Le destre di Gabriele Turi


Volentieri classifico il libro di Gabriele Turi (La cultura delle destre. Alla ricerca dell'egemonia culturale in Italia, Bollati Boringhieri), l’ennesima pallosa ricognizione in un mondo che si conosce da lungi. La masticazione e la rimasticazione di letture e conferenze di venti anni fa. Vada per i nemici maggiori dei nostri tempi – di “destra” direbbe Turi, anche se eccettuato Berlusconi-il mostro è difficile capire cos’è –, cioè l’individualismo sfrenato e la dittatura del mercato, ma la mia idea di (presunta) supremazia della destra in Italia oggi è quanto di più lontano ci possa essere da quella del professore di Firenze.
Primo: la destra non ha una cultura se la intendiamo come elemento unificante finanche nel lessico. Dire che alla base della cultura della destra c’è una concezione spirituale della vita non ha alcun senso se non si chiariscono:
a) il fondamento della spiritualità e i propositi dell’asceta;    
b) il nesso tra spiritualità e relazioni quotidiane. Idem per le istanze antimoderne.
Secondo: la destra non è destra perché essa stessa – cioè i referenti culturali che più degli altri ne hanno giustificato l’esistenza – non ha mai capito cosa in realtà fosse. E conseguentemente come potesse essere egemone. Neanche Turi prova a spiegare cos’è, o meglio: non la spiega in base a elementi propri, culturali o spirituali, qualunque essi siano, ma in base a un’elementare, forse troppo, osservazione dei fatti. C’è una sinistra e c’è una destra, così come in qualsiasi partita c’è un bianco e c’è un nero. Ci siamo noi con le nostre ragioni e ci sono gli altri coi loro torti. Amen. Dopo anni di retroguardia, questa cultura ce la ritroviamo bella e pronta dalla metà dei Novanta con la nascita del berlusconismo. Negli Ottanta si è consumata la crisi della sinistra e con essa è morta la “passione politica”: oggi c’è chi ama ripetere ancora la formuletta della “passione” ma più per convincere se stesso che gli altri. Quella di destra è una cultura politica populista, dominata dal volere del capo, non democratica se non antidemocratica e antipartitica. Antistatalista (antistatalista la “destra” neofascista?). La sua fede è l’eclettismo in nome di una generica cultura nazionale che risale al periodo fascista, il suo nemico il comunismo anche se per Turi è fulmineamente passato a miglior vita subito dopo caduta del Muro di Berlino. Uno dei capi d’accusa utilizzati dal docente di storia contemporanea contro la “destra” è proprio quel tentativo di spoliticizzare la storia e di mandare a quasi settant’anni dalla fine della guerra tutti colpevoli o tutti assolti. Tutti appunto. Senza particolari distinzioni annegando nel genus “guerra civile” qualunque distinzione tra buoni e cattivi. Distinzione non morale ma politica, ovviamente. O forse no.
Diceva più o meno la stessa cosa – questa sì che è una cultura! – un professore della sinistra siciliana il cui nome ai più non direbbe nulla. Alla fine di una conferenza tenutasi qualche giorno fa sui settant’anni dallo sbarco degli alleati in Sicilia (10 luglio 1943). I buoni erano loro (loro chi? se in quella università buona parte dei docenti discende da gerarchi…), che alla fine della guerra perdonarono i cattivi. Magari però, i preti del “triangolo della morte” non sono mai stati qui a raccontarlo, né è stato qui Giovanni Gentile. Se avessero vinto i cattivi invece, la penisola sarebbe diventata un immenso campo di concentramento: tipo la Cina comunista, tanto per dire. Insomma ai tentativi della “destra” di spoliticizzare la storia, buttandola in cultura: Gentile e Bottai, non fascisti ma grandi italiani, Mussolini patriota costretto dagli eventi a decisioni estreme, segue una reazione uguale e contraria da parte della sinistra ex comunista o comunista, che prova e riprova a immergere il secchio nel pozzo del bene e del male. Da qui la questione non tanto dell’egemonia culturale della sinistra, non entro in discussioni che hanno dell’assurdo, quanto della sua superiorità morale, compresa quella dei comunisti (criminali o meno); per cui in fondo loro stavano dalla parte dei deboli, dalla parte del progresso, auspicavano la fine positiva della storia, eccetera. Discorsoni che a giorni alterni facevano a pugni con la prassi politica. Soprattutto se entrava in questione il sostantivo libertà. Sostantivo che agli ex comunisti – non meno che agli ex fascisti – ha sempre fatto un certo effetto.   
Ma ritorniamo a Turi. A lui sta a cuore la noiosissima questione del revisionismo. E qui lo storico fa un passo avanti. La questione suona più o meno così. C’è un uso come dire guareschiano della politica per cui la si acchiappa per i capelli alla bisogna. I destrini depoliticizzano il fascismo, cioè non dicono mai che si trattò di una dittatura spietata e illiberale che varò le leggi razziali, che mandò al confino fior di intellettuali che, soprattutto al sud, non permise ad ampie regioni di modernizzarsi e che bloccò l’avanzata del movimento operaio. Poi però accusano gli avversari di fare un uso politico della storia, di continuare a reiterare la condanna del passato; continuano a piangersi addosso (sport preferito da certa destra) dicendo che la sinistra egemone non ha mai legittimato la destra in ragione di quel che avvenne a partire dai Venti. Insomma la destra è patriottica se pensa al fascismo, ma sulla difensiva per tutto il resto. Conseguenze: essa stessa non riesce ad allontanare i fantasmi del fascismo, tirato in ballo ad ogni occasione come linea di confine, ma questa stessa linea di confine la destra vorrebbe abbattere in nome di una non ben identificata «pacificazione». Da un lato siamo fascisti, ma dall’altro non lo siamo, o forse lo siamo tutti. Se ci si pensa, è la linea del Movimento sociale degli anni Cinquanta. L’Italia prima era tutta fascista, poi per convenienze (di pochi), tradimenti vari e sconfitte sul campo non lo è più stata. La pacificazione serve a ricompattare gli italiani non nel campo dell’antifascismo, ma in quello del fascismo. Così la pensavano i missini quasi settant’anni fa. Ci sono dinosauri che la pensano così anche adesso? Spero sia solo frutto di una stupida coazione a ripetere. Ma Turi ne azzecca poche ugualmente. Quella che lui pensa sia “destra” o meglio “destre”, dal titolo, in realtà è un groviglio di fili di lana di infiniti colori. Cita ma non approfondisce. Per la maggior parte si tratta di gruppi che mollano sciocchezze a uso babbei, solo cretinate di chi vorrebbe sovrapporre alla storia del pensiero politico – da Machiavelli in poi, passando per il giusnaturalismo moderno, il liberalismo e i socialismi – “La Divina commedia” o “Il Signore degli anelli” di Tolkien più qualche romanzuccio o memoriale di questo o quell’artista, fascistizzatosi più per umore che per convinzione. Una specie di repubblica dei poeti o dei letterati che parte dal nulla e al nulla porterebbe (come in molti sanno, ma presi da un infantile anticonformismo stentano a rivelare a se stessi). Venti? Trenta? Saranno trent’anni che leggo frasi del tipo: il complotto giudaico, o giudaico massonico o plutocratico o vattelappesca ha per fine la creazione di un’umanità sfaldata, che non vive ma vegeta, priva di personalità. Di una massa di senza volto pronta a obbedire ai propri burattinai come una pecora al cane da pastore. Ecco: più che l’esito del “complotto” delle forze sovversive sembra il perfetto identikit del militante di destra. 
Un collega defunto di Turi, Santi Correnti sicilianista a più non posso: uno di quelli per cui la Sicilia era come l’Italia per Mino Reitano, nel 1977 scrisse un libello contro Leonardo Sciascia. Come molti sapranno Sciascia non le mandava a dire né alla Sicilia né ai siciliani. Ebbene: Correnti per confutare le “tesi” sciasciane (non entro né nella confutazione né nella presunte “tesi”) che la Sicilia non avesse una cultura, anzi peggio: che i siciliani fossero pazzi e cretini, riempì la pagina di un libro con un’elencazione di nomi di intellettuali e scrittori siciliani da Pirandello e Verga in poi. Naturalmente, non so se Turi ne converrà, un’elencazione a freddo di nomi non significa nulla (come se a sinistra fossero tutti geni perché hanno letto Marx e Gramsci). La Sicilia è un (non)luogo invivibile, è una regione povera, ferma alla cultura del rudere, priva di una moderna cultura (diritti compresi). Ebbene, non basta affermare che a “destra”, anche se in pochi sanno cos’è, si collocano Celine, Pound, Marinetti e tanti altri (vedi elenchi di Giovanni Raboni e Marcello Veneziani) e che sono i punti di riferimento di un gruppo numeroso di studiosi e curiosi che invadono il web e poche accademie; anche perché se il loro punto di riferimento si chiama Berlusconi e gli amministratori si chiamano Storace, Cuffaro, Polverini, Formigoni e qui mi fermo, non si capisce cosa c’entrino il Futurismo o il Vorticismo. Insomma: forse la sinistra o meglio il comunismo non sarà stato egemone in Italia, anche se ci ha provato, ma di certo non lo è stata la “destra”. O se lo è stata – in nome dell’assurdo – non ha votato Berlusconi grazie ai professori o alle riviste web, ma perché non voleva pagare le tasse, perché teme e temeva le forze illiberali e perché la parte avversa da almeno vent’anni non è riuscita a governare se stessa, figuriamoci un paese di sessanta milioni di anime e tutto sommato ricco. La questione del revisionismo in una repubblica libera e incorrotta sarebbe una non questione, al più materia per terza pagine di quotidiano. Ma conviene prendersela con gli storici poco onesti (cioè quelli di “destra” o giù di lì) e con i tentativi egemonici di due o tre gruppettini di precari, che con i vertici della propria parte politica del tutto incapace di guardare oltre il posto fisso e il seggio in Parlamento.
Giovanni Gentile, filosofo del fascismo, al contrario di quel che pensa Turi non è affatto il riferimento massimo di una destra egemonica, ma un intellettuale a cui si dedica qualche convegno e sul quale si scrivono una manciata di libri. Punto e basta. Simbolo di una resistenza che ha qualche scheletro nell’armadio (ma chi scambia la storia per guerra di religione non lo capirà mai!). Forse era qualcosa di più nei Settanta quando i fasci lo contrapponevano a Julius Evola personaggio grazie al quale è più facile scrivere romanzi alla Susanna Tamaro che metterci su un regno o una nuova “Comune”, stavolta romana. D’altra parte, ha scritto Paolo Simoncelli, anche la condanna di Gentile, il cui antirazzismo non convince Turi, servirebbe a coprire altri silenzi: in primo luogo sulla questione razziale. Anzi più che silenzi vere e proprie prese di posizione, come quelle – cito da un articolo su “Storia in rete” del maggio scorso – di Luigi Firpo, Giovanni Spadolini, Gabriele De Rosa, Guido Piovene e Giorgio Bocca. Ma proprio dagli scritti di “Storia in rete” per Turi sarebbe opportuno prendere le distanze. Si è sovente giustificata la netta presa di posizione (n-e-t-t-a) contro gli ebrei con la giovane età. Facendo torto a quanti anche a sedici o a diciassette anni sfidarono le ire di questo o quel gerarchetto ostentando una chiara fede antifascista. Chissenefrega se chi si schierò col duce o si disse favorevole alle leggi razziali aveva appena diciotto anni. Valga per chiunque naturalmente.     
La circostanza stessa poi che scorrendo l’indice dei nomi non figuri Tolkien, protagonista assoluto dell’immaginario della destra giovanile da almeno trent’anni, è davvero significativa. Turi non conosce a sufficienza quel mondo di cui scrive (non è ironia: forse è un bene) e impazzisce dalla voglia di buttarla lui in politica (ma come dargli torto). D'altra parte mettere assieme qualche conferenza con nomi prestigiosi – da Marcello Pera a Sergio Romano – una successione di nomi a capo di questa o quell’istituzione – Turi vorrebbe per caso inibirne l’attività, peraltro tutt’altro che determinante per le sorti della repubblica? – e una serie di pubblicazioni il cui rapporto lettore/autore è pressoché 1:1 (insomma non se le leggono manco le fidanzate o mogli degli autori), non serve a molto. Basterebbe visitare una decina di siti web o consultare quotidiani e periodici. Ne verrebbe fuori un elenco aperto a qualsiasi manipolazione. Chi non ne sarebbe capace? Altro problema legato al revisionismo: la questione dei libri di testo, della storia del Novecento unito al tentativo grossolano delle «destre» di metter bocca sul contenuto dei volumi, perché a loro dire privi della dovuta obiettività. Caso esemplare quello delle foibe. Il cavallo di battaglia delle «destre» da svariati anni a questa parte. Ma qui non posso dar torto a Turi. Quale rimedio proporre? Quello delle verità storiche di stato; un rimedio uguale e contrario alle finte o parziali verità che si vorrebbero sepolte dalle macerie del Muro di Berlino? Quello delle commissioni di controllo e di rettifica? Un governo liberale – se lo è – non obbliga a una sola verità, ma al contrario al pluralismo delle opinioni: l’una di fronte all’altra, l’una di fianco all’altra. La “verità” storica è frutto di una sintesi di esiti parziali non di una censura sulle analisi. Provino a studiare di più e meglio, provino a dare ai giovani mezzi per le ricerche, questi uomini di destra – rozzi e ignoranti, se non violenti – invece di spararla grossa e poi piangersi addosso perché mammina e papino hanno detto no. Pensino questi uomini a quello che ha rappresentato Gramsci per la cultura italiana e offrano spazio a chi lo cerca. Agli studiosi validi e responsabili. Esiste a destra un problema fondazioni o periodici? Turi lascerebbe intendere di sì. E sarebbero queste le armi principali della destra egemonica? Pensa te. Fondazioni che nascono e muoiono nel giro di due o tre stagioni, la cui dinamicità preoccupa solo l’autore; periodici liberal-conservatori snobbati dalle università, distribuiti in un quinto delle regioni italiane, acquistati in un decimo e letti in un ventesimo. Riviste di storia militare con tirature da barzelletta. Bla bla bla dilettanteschi di nazionalrivoluzionari di mezza età con moglie oziosa, posto fisso e seconda occupazione. Intellettuali cattolici che organizzano conferenze sul cattolicesimo (una novità assoluta, dunque). Qui il vero problema è la scarsa conoscenza del passato della “destra” da parte di Turi. A destra fin dalle origini è sempre esistita una vocazione giornalistico-culturale. Nel 1981 Umberto Di Meglio pubblicava su “Rivista di studi corporativi”, n. 5-6, lo studio “Il ruolo della stampa nella nascita del Msi”. Per l’autore alla base della nascita del Movimento Sociale c’era stato un grande dibattito giornalistico. E stia tranquillo il professore fiorentino che nessuno di quei fascisti avrebbe fatto proprio il motto “uno per tutti e tutti per uno”. Anche allora la “destra” era egemone? Non era obiettivamente presto?    
Ma il chiodo fisso di Turi sono i simboli della cristianità. Il professore si sofferma a lungo sulle questioni giuridiche relative alla presenza o meno del crocifisso nei luoghi pubblici. Sfiorando più volte l’annosa questione delle relazioni tra civiltà occidentale intesa come tradizione e cristianesimo. Naturalmente la sua vorrebbe essere una battaglia sulla laicità dello stato. Battaglia alla quale mi associo volentieri, lo dico da ateo e da posizione comtiana (lo chiamerò il superamento di una certa polemica). Ma Turi ha il difetto di prenderla troppo sul serio, seppure il cattolicesimo con ovvie velleità politiche sia un fenomeno preoccupante. E non da adesso. «Il dibattito sulla presenza del simbolo religioso nelle scuole resta comunque quello più rilevante, in quanto tocca il nervo particolarmente sensibile dell’educazione dei giovani, con evidenti conseguenze sull’assetto e sull’orientamento della società civile». Ora, sarebbe bene che Turi sapesse che nella scuole cattoliche – o meglio: scuole per ricchi, e beati loro! – l’insegnamento della religione o le pratiche religiose non sono armi potentissime al servizio della reazione. Alla reazione (di destra, di sinistra, del nord, del sud e chi più ne ha più ne metta) bastano e avanzano i conti in banca. D'altra parte chiunque sarebbe sconcertato nell’apprendere che gli studenti che trascorrono anni e anni all’interno di quegli istituti nulla sanno della Bibbia, dei Vangeli e dei temi religiosi più diffusi. Quel cristianesimo nulla ha di sacro o molto più banalmente di sincero. È elemento sovrastrutturale di una borghesia che ha affidato all’altissimo l’esercizio di una non ben precisata giustizia, sicura ieri come oggi di non essere delusa da un piano segreto anch’esso non ben precisato. Una cristianesimo mordi e fuggi ad uso e consumo del cosiddetto credente e del suo conto in banca. Turi non sbaglia dunque quando scrive di un cristianesimo senza Cristo, di un cristianesimo politico. Ma aggiungo che si tratta di un cristianesimo che fa volentieri a meno anche dell’altro da sé. Che stenta a umanizzarsi come da un altro versante il colto cattolicesimo – tutto paroloni e citazioni – dei molto onorevoli maestri di Dio. Di questi ultimi orgogliosamente fuori dalla realtà e delle loro prediche insopportabili, non mi preoccuperei affatto. 
Infine le case editrici. Turi ne cita alcune come si trattasse di Einaudi o del gruppo Rizzoli, e cita un numero non esiguo di autori – giornalisti o accademici, peraltro bravi e preparati come Giuseppe Parlato – quasi fossero E. L. James o J. K. Rowling. Felice di sapere che contrariamente a quanto si è sempre sostenuto – io stesso l’ho scritto più volte – gli uomini di “destra”, hanno gusti raffinati, sono esigenti e naturalmente leggono molto. Un gruppo editoriale come “Il Cerchio” di Adolfo Morganti (sanfedista e antirisorgimentale) e un professore molto polemico come Franco Cardini – ipercritico verso la cultura americana – che qualche anno fa si presentò alle elezioni comunali di Firenze raccogliendo il 4.5 % dei voti, peraltro lontanissimo da certi ambienti della “destra culturale” e molto apprezzato a sinistra, sarebbero pilastri di un’egemonia che solo Turi riesce a vedere. Un secondo gruppo editoriale come quello dell’amico Marco Solfanelli citato anch’esso, non di Roma ma di Chieti, che stampa ottimi volumi – dai Beatles a Luigi Tenco, dai fumetti ai temi sociologici e politici, fascisti o mussolinisti – non può certo essere accusato di egemonizzare il mercato e le menti. Lui stesso e i suoi autori ne riderebbero a crepapelle. «Il fatto che queste iniziative siano poco conosciute presso l’opinione pubblica non significa sottovalutarne l’importanza», chiosa Turi. D’accordo, da oggi in poi non sottovaluteremo nulla, ma non ho ben capito quali iniziative adottare per arginare la cosiddetta valanga nera. Scendere in piazza per la chiusura delle proposte editoriali? Una semplice, facile e comoda demonizzazione?

lunedì 8 luglio 2013

Un romanzo riscopre la tragica morte di un piccolo prete (il Giornale, 22 giugno 2013)

Emilio Bonicelli, giornalista e scrittore, è autore di un romanzo sul martirio di Rolando Rivi. Ucciso dai partigiani comunisti nelle campagne di Reggio Emilia il 13 aprile del 1945, per il solo fatto di essere un pretino. Il romanzo si intitola Il sangue e l’amore e da poco è uscito per Jaca Book in seconda edizione aggiornata. Ispirandosi a fatti realmente accaduti e a vicende personali, Bonicelli ha inserito due storie in uno stesso libro. Il quattordicenne servo di Dio, che non volle abbandonare l’abito talare pur nel cuore di una caccia alle streghe (la guerra dei comunisti contro i sacerdoti), e Marta bimba di quattro anni malata di leucemia, curata da una madre disperata. La risultante è un lavoro che si legge con piacere, anche se il narrato è molto triste; un confronto che ha il sapore dell’eterno: brutalità e crudeltà contro religiosità e speranza. Ma l’autore che è uomo di fede non ha dubbi sugli esiti. La salvezza ha radici nell’essenza della cristianità. Una sentimento che si riconosce esclusivamente nella preghiera. Nella richiesta di un rapporto immediato tra Gesù Cristo e chi ha fede.
Il libro ha origini invero singolari. Più di dieci anni or sono Bonicelli apprese di un bambino inglese guarito dalla leucemia, grazie a una reliquia di Rolando. Si trattava di una semplice notizia Ansa. Inizia un «paziente lavoro di ricerca» e scopre un episodio semisconosciuto come tanti, capitati nel “triangolo della morte” prima e dopo il 25 aprile ‘45. Rolando è figlio di contadini, frequenta il seminario ed è legato a don Olinto parroco della chiesa di San Valentino. Il loro rapporto è così stretto che i partigiani lo credono custode dei segreti del tesoro della pieve. Un tesoro da impiegare nella causa della rivoluzione. I giovinastri con fazzoletto rosso hanno un’idea curiosa della libertà; l’obiettivo è pressoché unico: la rivoluzione in nome di Lenin e dei Soviet. Rapiscono Rolando e lo fanno fuori senza pietà. Anche se non sa nulla del tesoro, solo perché è «nemico del popolo» e punto di riferimento per i giovani. “Difetti” che d’ora in avanti i comunisti non dovranno più sopportare. Tempo dopo, quando tutto sembra dimenticato una reliquia del pretino di campagna verrà accostata a un corpicino malato di leucemia. Ma alla morte, in quel caso, non spetterà l’ultima mossa. È la parola fine del romanzo. Nel corso degli anni le vicende di Rolando Rivi hanno trovato anche giusta legittimazione. Nel 1951 i carnefici della Brigata Garibaldi sono stati condannati da un tribunale di Lucca. Nel 2006 si è aperto il processo di beatificazione e Papa Francesco, è storia dei giorni nostri, ne ha già riconosciuto il martirio.