lunedì 8 luglio 2013

Un romanzo riscopre la tragica morte di un piccolo prete (il Giornale, 22 giugno 2013)

Emilio Bonicelli, giornalista e scrittore, è autore di un romanzo sul martirio di Rolando Rivi. Ucciso dai partigiani comunisti nelle campagne di Reggio Emilia il 13 aprile del 1945, per il solo fatto di essere un pretino. Il romanzo si intitola Il sangue e l’amore e da poco è uscito per Jaca Book in seconda edizione aggiornata. Ispirandosi a fatti realmente accaduti e a vicende personali, Bonicelli ha inserito due storie in uno stesso libro. Il quattordicenne servo di Dio, che non volle abbandonare l’abito talare pur nel cuore di una caccia alle streghe (la guerra dei comunisti contro i sacerdoti), e Marta bimba di quattro anni malata di leucemia, curata da una madre disperata. La risultante è un lavoro che si legge con piacere, anche se il narrato è molto triste; un confronto che ha il sapore dell’eterno: brutalità e crudeltà contro religiosità e speranza. Ma l’autore che è uomo di fede non ha dubbi sugli esiti. La salvezza ha radici nell’essenza della cristianità. Una sentimento che si riconosce esclusivamente nella preghiera. Nella richiesta di un rapporto immediato tra Gesù Cristo e chi ha fede.
Il libro ha origini invero singolari. Più di dieci anni or sono Bonicelli apprese di un bambino inglese guarito dalla leucemia, grazie a una reliquia di Rolando. Si trattava di una semplice notizia Ansa. Inizia un «paziente lavoro di ricerca» e scopre un episodio semisconosciuto come tanti, capitati nel “triangolo della morte” prima e dopo il 25 aprile ‘45. Rolando è figlio di contadini, frequenta il seminario ed è legato a don Olinto parroco della chiesa di San Valentino. Il loro rapporto è così stretto che i partigiani lo credono custode dei segreti del tesoro della pieve. Un tesoro da impiegare nella causa della rivoluzione. I giovinastri con fazzoletto rosso hanno un’idea curiosa della libertà; l’obiettivo è pressoché unico: la rivoluzione in nome di Lenin e dei Soviet. Rapiscono Rolando e lo fanno fuori senza pietà. Anche se non sa nulla del tesoro, solo perché è «nemico del popolo» e punto di riferimento per i giovani. “Difetti” che d’ora in avanti i comunisti non dovranno più sopportare. Tempo dopo, quando tutto sembra dimenticato una reliquia del pretino di campagna verrà accostata a un corpicino malato di leucemia. Ma alla morte, in quel caso, non spetterà l’ultima mossa. È la parola fine del romanzo. Nel corso degli anni le vicende di Rolando Rivi hanno trovato anche giusta legittimazione. Nel 1951 i carnefici della Brigata Garibaldi sono stati condannati da un tribunale di Lucca. Nel 2006 si è aperto il processo di beatificazione e Papa Francesco, è storia dei giorni nostri, ne ha già riconosciuto il martirio.

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