giovedì 22 agosto 2013

L’importanza di chiamarsi Nesto


Tre personaggi. Il Brujo, lo stregone – ricordate le atmosfere dell’Amor brujo di Manuel de Falla? – barbone uruguayano di nascita ma di sangue europeo, orbo da un occhio vive tra animali improbabili in Ecuador, vendendo erbe medicinali ed esibendo una magia casareccia. Sauro italiano in Ecuador che campa traducendo sottotitoli per la tivù e che non ha i soldi per tornare in patria. Martina ricercatrice italiana trasferitasi in Spagna ma momentaneamente in Ecuador. Lei è determinata e sa quel che vuole, l’altro alterna sciocchezze e rare genialità. Il vecchio ha un passato da romanzo che va raccontato. Tre personaggi che si incontrano nel sud del Nuovo Mondo perché naturalmente è il destino a volere così. Lo stesso destino che ha guidato la mano di Stefano Marelli, giornalista ed ex benzinaio, a scrivere questo bel romanzo, Altre stelle uruguayane edito da Rubbettino e vincitore del premio “Parole nel vento” 2012.
Il Brujo in realtà si chiama Prudencio Picassent ma per tre quarti del libro ha un altro nome. Un nome che sarà la sua fortuna ma anche la sua dannazione: Nesto Bordesante. Perché, lo spiegherà in alcune serate d’inizio estate ai due giovani che nel frattempo hanno fatto all’amore e continueranno a vedersi anche dopo. Dopo che il vecchio avrà terminato di raccontare la storia, dopo che il romanzo di Marelli si sarà concluso con l’ennesimo colpo di scena.
Chi è Prudencio Picassent? Una vittima? Un furbacchione? Impossibile sintetizzare un’esistenza iniziata nel 1909 e proseguita a lungo in mille modi diversi (la data degli avvenimenti del romanzo è 1992). Allora cambiamo registro: Picassent è un ex calciatore, poi allenatore, davvero bravo. Anche Bordesante, di origini italiane, è un calciatore ed è più bravo di lui. Nei primi decenni del secolo la celeste cioè la nazionale di calcio uruguayana è una delle squadre più forti al mondo, forse davvero la più forte. Una sirena che attira talenti e attenzioni. Tanto per rendere l’idea vince la Coppa America nel 1916, nel 1917, nel 1920, nel 1923, nel 1924, nel 1926 e nel 1935. le Olimpiadi nel 1924 e nel 1928 e il Campionato del mondo nel 1930. I due calciatori si sono conosciuti in orfanotrofio a Montevideo e sono diventati amici per la pelle. Già, ma per la pelle degli altri. Dal 1920 lavorano come tuttofare presso uno stabilimento di refrigerazione carne – insomma: spalano la merda dei maiali – ed è qui che accade il patatrac. Nesto uccide un uomo e Prudencio diventa complice aiutandolo a nascondere il cadavere. Divenute grandi promesse i due ragazzi attirano l’attenzione dei club argentini di Buenos Aires. Prudencio è destinato a una squadra di seconda categoria e Nesto al mitico Boca Juniors. Ma è a questo punto che Prudencio diventa Nesto, tira fuori la cambialetta che l’amico gli ha firmato ai tempi dell’omicidio e decide di presentarsi – da perfetto sconosciuto, naturalmente – ai dirigenti del Boca. È un furto d’identità e contemporaneamente la prima grande sfida lanciata a chi governa le cose dell’umana natura.
Che fine faranno i due campioni? Una pessima fine il vero Nesto, l’altro invece diventerà ricco e famoso prima in Argentina poi nell’Italia fascista in cerca di oriundi: come “centurione del duce” nella squadra della Capitale. Una squadretta farsa messa in piedi dai gerarchi per contrastare lo strapotere delle formazioni del nord. Una squadretta che andrà avanti grazie ai favori e alla protezioni dall’alto. A questo punto Prudencio-Nesto si giocherà tutto, barattando il proprio talento con una vita comoda fatta di cinema, casinò, prostitute e tantissimi soldi. Finirà la carriera nel 1940 alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia. Basta? Per niente. La sorte ha voltato le spalle a lui e a qualche milione di italiani. Dopo il 25 luglio e l’8 settembre si comincerà di nuovo. Anzi: è forza che si scontino i peccati. Tra i maggiori quelli di aver conosciuto Mussolini ed esser stati pupilli del regime. Più che l’importanza di chiamarsi Nesto, diremmo la sfortuna di continuare ad esserlo. Dunque? Altro giro altra corsa, stavolta al nord a Brumaspessa. Ma qui Prudencio-Nesto dimostrerà il proprio valore, come allenatore. Ah se non fosse per quel presidente, astuto e un po’ troppo geloso della figlia sedicenne. Finale: Prudencio ritornerà, anzi scapperà, in Uruguay: braccato. È il 1949. Una vita sopra le righe non può non continuare da nomade, senza vero nome né indirizzo preciso. Manca soltanto una cosa: il saluto del pubblico. Meritatissimo. 
Il romanzo, potente come un piccolo maremoto, si conclude con una bellissima uscita di scena del Brujo. Quella che non aveva avuto né da calciatore né da allenatore, l’avrà a ottant’anni e passa. Da star del fùtbol. Perché la vita è piena di sorprese, figuriamoci la morte. Non ci credete? Parola di una ex ala destra: «Il Brujo se ne stava in mezzo al campo. E la folla aveva occhi solo per lui. L’elicottero si alzò. Com’è che aveva detto, quella volta? Como un torero que salga por la puerta grande. Beh, più o meno». Mai dubitare di uno stregone, insomma.

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