giovedì 26 dicembre 2013

Coloratissimi, esagerati, caotici, atomici e spensierati Ottanta


Se peschiamo dal grande pentolone della storia del Novecento, anni così ne troveremo pochi. Giusto dieci o forse meno. Condensati in un decennio o in un lustro più qualcosa. Gli Ottanta sono lì, sono sempre stati lì, in attesa che qualcuno lì scoprisse – troppo comodo dire: riscoprisse – e dicesse chiaro chiaro: sì è vero, siamo stati felici.
Ma guai a non aver vissuto gli Ottanta da adolescenti. Coloratissimi, esagerati, caotici, atomici e spensierati Ottanta. È un trucco o forse una dannazione. Ottanta è sinonimo di giovinezza come Settanta lo è di violenza. Dunque niente roba seria e tanto divertimento. Al bar con gli amici, in discoteca, al mare, nelle case di campagna o del centro città. E fu subito invasione. Migliaia di oggetti, accessori tra l’elegante e il cafone (mai linea di confine fu più sottile), per accompagnare corpi sempre più snelli. Con una sola regola: forma e firma necessariamente riconoscibili. Dal compagno di banco o dal giovane collega, dai ragazzi della comitiva o dall’innamorata segreta. Un elenco sterminato, esterofilo non per caso: dagli orologi Swatch, due per volta, ai portachiavi a molla, dal più ingombrate Windsurf al rivoluzionario Skateboard. Tutti lì accanto a noi, al massimo in garage, per un’evidente conferma che il vecchio mondo resisteva a stento. E poi tanta musica. Quella che da una manciata di lustri riempie la vita di questa fetta d’Occidente. Su quanti comodini trovavi una radio sveglia, un apparecchio Indesit o Philips o un radioregistratore di marca orientale che poteva durare una vita intera? E i grandi romanzi di formazione invece? E David Copperfield di Dickens? Sacrificato in nome di un nuovo sound, di una schitarrata rock o di un affascinante pezzo fusion. Diciamoci la verità. Ascoltando il finalino di Don’t you (forget about me) dei Simple Minds, quello che fa semplicemente “La la la laaa”, riuscireste mai a visualizzare una pensionata Inps o un canuto impiegato con radiolina incollata all’orecchio? E quella disco music italiana o italo-disco? Quella degli americani de’ noantri? Riccardo Cioni, Gazebo e Den Harrow? Non ci ascolta nessuno:  proprio una gran figata!
Ragazzini di un paese furiosamente in crescita erano, a quel tempo, Danilo Masotti e Ivo Germano autori di un libro sugli anni Ottanta e la cultura pop (New Gold Dream e altre storie degli anni Ottanta; ed. Pendragon). Non uno studio con nomi, date e classifiche, ma racconti in serie come un puzzle dei nostri tempi con un’immagine di un mondo passato. Titolo che ricorda una hit dei Simple Minds, colonna sonora di un decennio puffissimo, libero e fantasioso. Un’immagine da cartone animato con una foto in più, scegliete voi tra Tony Hadley degli Spandau Ballet, Gene Simmons dei Kiss o una più rassicurante Loretta Goggi. Gli Ottanta non si possono raccontare in altro modo: il giorno trascorso ad ascoltare i Pink Floyd nella nuova versione in Compact disc, la sera in casa di amici a vedere il Festival di Sanremo (lo vinsero anche Tiziana Rivale nel 1983 e i Ricchi e Poveri nel 1985). Una sola parola d’ordine e categorica: contaminarsi.
 
Il decennio degli Ottanta «sconvolse tutto e tutti». Andavamo a letto rockettari e la mattina dopo ci alzavamo un po’ melodici. Carlo Massarini Dj futurista, era un alieno: su Rai1 conduceva Mister Fantasy, programma di musica da ascoltare e da vedere. E quanti ragazzi inciamparono nei primi video surreali… Ma l’idolo della fidanzata del migliore amico o del fratellino di pochi anni più piccolo era Sammy Barbot, quello di Aria di casa mia, canzoncina che sembrava ispirata da una quadreria per fanciulli. Felicità era una cassetta di Sting o di Michael Jackson ma anche un duetto di Al Bano e Romina. E quelle feste poi? Non per niente uno dei simboli degli Eighties è un filmettino (quasi) da nulla. Il tempo delle mele di Claude Pinoteau con Sophie Marceau ragazzina acqua e sapone. Titolo originale: La Boum, cioè la festa. Alle feste si andava per ballare o ballonzolare, per limonare, per mostrare una camicia nuova o per innamorare una ragazza o un ragazzo. Tutto qua? Tutto qua. Che strano, sorprendente, vivace decennio: s’iniziava a parlare d’amore con mamma e papà con un certo imbarazzo ancora, abbassando lo sguardo o arrossendo. Ma più loro che noi. Dopotutto, il tetto dell’armadio in ogni cameretta era la succursale proibita dell’edicola in centro. Sukia e Zora la vampira non si allontanavano mai. Pronte a farsi conquistare da un goffo, acneico adolescente in piedi su una sedia.

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