domenica 29 dicembre 2013

La Sicilia e il fascismo clandestino



Strane cose avvennero in Sicilia dal 25 luglio 1943 in poi. Dopo la caduta del fascismo. Strane cose delle quali ieri si parlava punto, perché non conveniva o forse poco interessava. Il fatto è questo: due settimane prima, e piegata dai bombardamenti, la Sicilia era stata invasa dagli alleati. Il destino dell’Italia cambiava a partire dalle coste della sua isola maggiore. E il destino degli Italiani pure, ma quello avrebbe percorso un sentiero a zig zag fatto di ripensamenti e passi indietro.
Al Sud la resistenza non si fece, o forse sì. Una resistenza diversa. Dove il bianco era il nero e il nero era il bianco. Dove lo straniero era l’invasore alleato, e il resistente il siciliano clandestino, orfano dello Stato fascista (l’unico fino a quel momento), a cui il mondo crollava addosso. Ma l’ideologia qui era assente, e l’interesse di parte ridotto al minimo. Domenico Lo Iacono professore siciliano lo spiega nel suo recentissimo “Il fascismo clandestino in Sicilia” edizioni Isspe, con prefazione di Giuseppe Parlato. Spiega che quel movimento di giovani clandestini, diviso in sigle e gruppi con scarso coordinamento, e con contatti non regolari con la Repubblica Sociale Italiana, agì spontaneamente, agì per difendere le certezze del vecchio Stato e lottò contro l’invasore. Lo fece come poteva, cioè male. Lo fece, in quel momento, con la tenue certezza di subire l’ennesimo torto. Decenni prima i sabaudi, adesso gli anglo-americani, e ciò che ne venne fuori non mutò affatto il corso della storia. Almeno di quella che conosciamo da sempre.
Eppure qualcosa accadde. A Trapani gli americani fecero il loro ingresso due giorni prima della seduta del Gran Consiglio. Qui si formerà il “Movimento fedelissimi del fascismo”, formato da otto uomini e una donna, che si specializzerà in atti di sabotaggio e propaganda. A fine ‘43 quindici aderenti verranno trascinati dinanzi una corte militare: sarà il primo processo contro i fascisti nell’Europa occupata. Le pene andranno dai dieci anni di carcere in giù, e a Salvatore Bramante – uno dei leader – verrà comminata una condanna a morte mai eseguita. Diversa sorte toccherà al gruppo palermitano stretto intorno al giornale in ciclostile “A noi!” (con tanto di punto esclamativo). Il gruppo, arrestato ma amnistiato, è in contatto col leader dei clandestini del Sud il principe Valerio Pignatelli. Nome di peso. A fine guerra si fonderà col Partito Nazionale Fusionista, poi col Movimento Sociale Italiano. Le maggiori anomalie si riscontreranno tuttavia in provincia di Ragusa. Quando le forze democratiche sono in crisi e lo stato della popolazione è pessimo, può accadere che forze nemiche, fasciste, comuniste anarchiche e separatiste si ritrovino affiancate nella lotta. Qui negli ultimi giorni del 1944 fino alle prime settimane del 1945, prenderà piede il fenomeno dei “Non si parte!”. Movimento di rivolta contrario all’obbligo di leva e contro il versamento anticipato di grano all’ammasso. Con assalti, saccheggi, distruzioni e con la proclamazione di effimere repubbliche. Oltre le consuete rivendicazioni (ma alla fine si conteranno cinquantatré morti e cento feriti), di nuovo c’è che i siciliani, oramai sfiniti, non intendono piegarsi al volere di chi comanda. Nessuna nostalgia, a prima vista. Solo un legittimo desiderio di normalità e il bisogno di lasciarsi la morte alle spalle.

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