martedì 28 ottobre 2014

Una destra a pois (Marco Iacona intervistato da Antonio Pesce)

D. Perché, come sostiene, il "fascismo" è una gran rottura di palle?
R. È un termine di paragone continuo, un omaggio all’irrazionalità – all’immaginazione, al nostro lato “artistico” – e io sono molto razionale. Per me l’omaggio al fascismo vale come: ma quanto erano bravi i Gracchi e che gran partito era quello radicale! La storia non concede mai il bis. Nemmeno ciò che è accaduto un’ora fa e che verrà raccontato tra mezzo secolo. Guardare al passato significa mordere il freno, ha un valore esclusivamente polemico o ideologico, non pratico. D’altra parte quello storico è sempre un giudizio sintetico. E il giudizio sintetico sul fascismo non può non essere uno: una dittatura nella quale le libertà politiche vennero affossate. Il fascismo è un pezzo da museo: quando vai agli Uffizi non ti interroghi sulla biografia dell’autore di un dipinto – magari lo farai in un secondo momento, a casa tua davanti al computer e con carta e matita – osservi e basta. Ecco: fare ricerca storica è una cosa, l’approccio emotivo un’altra. Andare per musei stanca la vista; e poi come in Provaci ancora Sam, lì dentro trovi anche chi si vorrebbe suicidare.


D. Il fascismo non ebbe meriti? Dove lo mettiamo lo stato sociale?
R. Il fascismo ebbe certamente dei meriti. Senza voler ritornare sulle discussioni di qualche tempo fa, quelle su: “Mussolini fece anche cose buone”, meravigliosamente chiuse da Roberto Benigni con qualcosa del tipo “Bé sì, magari fece costruire una strada” o se incontrava una vecchietta  salutava per primo. Un merito è quello di aver fatto l’Italia. Prima del fascismo e di ciò che ne fu la scaturigine cioè la grande guerra l’Italia praticamente non esisteva. Mussolini completò la costruzione della nazione e fece a suo modo gli italiani. Però come avrebbe detto Gianfranco Fini ai bei tempi (quando litigava in tivù con Luciano Lama): non è che l’abbia fatta molto bene. L’Italia era un paese addormentato, irreggimentato ma violento. Poi ci furono le guerre e lo “scherzo” della seconda guerra mondiale. Alla fine dovette riprendere da dove aveva lasciato e fu tutto più complicato. Credo però che la questione fascismo sì / fascismo no, sia più emotiva che storica (non dico scientifica). Ma il paradosso è anche questo: noi abbiamo del fascismo un’idea articolata, ideologica, ma basata su dati storici (e non poteva essere altrimenti). Noi del meridione, eterni conservatori e qualcos’altro, pensiamo che in fondo ci sia andata bene e che il periodo peggiore sia stato quello dell’“invasione” degli angloamericani. Al nord la pensano in maniera opposta. Lì c’è stata la resistenza. Qui la resistenza, mutatis mutandis, l’hanno fatta i “non si parte” del ragusano. Non per niente nel 1954 i libri sulla “rivolta” meridionale si leggevano come quelli di Guénon e di Evola.        


D. Lei però è conosciuto come studioso di Evola, di cui ha curato anche delle opere...
R. Evola è un personaggio sul quale tra un secolo esatto si continueranno a dire le stesse cose. Cioè tutto e nulla. Si rende conto che ancora non abbiamo capito che cosa fosse questo dannato “razzismo totalitario?”. Evola ti inganna perché il suo approccio è come dire pre-machiavelliano, pre-moderno. Per lui la politica non è arte del possibile, ma “ricerca” del nemico e incondizionata capacità di sognare. Di Evola ti affascina la facilità con la quale butta giù come una palla da bowling i grandi nomi della filosofia europea. Quelli che magari ti stavano un po’ antipatici.


D. Per esempio, quali?
R. Ricordo quello che scrisse Mircea Eliade: Nietzsche, Gentile e poi gli esistenzialisti. Tutti da superare o da bocciare. Anche Michelstaedter, il suo maestro, il maestro di Evola. Tutti fermi a metà strada. O in mala fede o retorici o fumosi (come Gentile). Per non parlare di quelli, come dire, ufficiali. Quelli che sono i padri della nostra parte di mondo, che si studiano a scuola e dai quali impari grossomodo a ragionare. Tutti uniti inconsapevolmente nel grande “complotto” mirato a far cadere l’Occidente nella rete del kali yuga. A parte il fatto che – come certo marxismo insegna – nessuno ha capito se la decadenza del mondo fosse inarrestabile o meno. Perché se lo era, inarrestabile, a che pro votarsi al fascismo? Anzi a un arrogante superfascismo? Ma so cosa Evola avrebbe risposto, o meglio cosa rispose ai suoi giudici nel 1951: “io non sono fascista o lo sono nella misura in cui il fascismo si rispecchiò nel pensiero dei grandi controrivoluzionari”. Falso naturalmente: rileggiamolo meglio. Evola da perfetto snob non si sporcava le mani. Ci si aspettava da lui una qualche assunzione di responsabilità, nevvero? Ma sarebbe stato troppo per il nostro Stanislao Moulinsky (ricorda i fumetti di Nick Carter?), falso barone spagnolo. Troppo per chi non fu fascista ma strinse amicizia con Preziosi e Farinacci, non fu repubblichino ma si adoperò eccome in semiclandestinità, non fu missino ma fu amico del principe Borghese (quello che si consegnò agli alleati), che scrisse la presentazione al suo libro del 1953. Insomma tutto un po’ complicato, tutto un po’ siciliano (i genitori di Evola erano di Cinisi).         


D. Dell’influenza di Evola sulla politica della ‘destra’ mi pare lei non abbia una buona opinione.
R. Quando leggi Evola pensi per riflesso condizionato che possa esistere un mondo alternativo. I buoni da un lato e i cattivi dall’altro. Da una parte quelli che vanno contro la tradizione, dall’altra quelli che si muovono al loro interno. Come dire? Evola ti semplifica la vita. Poi crescendo (crescendo), comprendi che le semplificazioni in politica sono delle dannazioni. Comprendi che i “nemici” (se ci sono) non vanno ghettizzati, perché anche tu sei un nemico, il loro “nemico”. E la legge è uguale per tutti, almeno in astratto. Comprendi soprattutto che in pochi anni Evola ha distrutto quello che in una manciata di secoli (circa) è stato costruito: parlo della cultura dei diritti. Cosa oppone Evola alla criticabilissima concezione moderna della politica, che poi sarebbe quella liberale? Razzismo, “differenzialismo”, elite spirituale (che non so cosa sia, e probabilmente manco lui sapeva cos’era). No, così non funziona. La tradizione, infine, se non una vera e propria invenzione come diceva Hobsbawm, è un articolo di fede (insomma: zuppa o pan bagnato?), o se vogliamo allontanarci da certo evolismo, come dicevo poc’anzi, lo studio approfondito di un’opera, di un lavoro o di qualunque fatto umano. E quali sono le tradizioni in Italia? cattolicesimo e rivalità cittadine. Non certo quella roba orientaleggiante di cui Evola parla nelle sue opere.


D. A pensarci bene, questa ‘India facile’, come la definiva un altro maledetto, Emil Cioran, è comune a molti pensatori, poi divenuti ‘maestri’ dei giovani destrorsi.
R. Già, il fascino dell’alternativo. Il rifiuto di noi stessi, la destra – non parlo del Msi – si è sempre sentita esule in patria, ma una patria dai confini incerti: colpa della grande rivoluzione. Quella che a sentire certi ragionamenti sarebbe causa di infinite aberrazioni. Naturalmente non credo a tutto, sennò darei ragione a Evola e agli evoliani: i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Ma per passare dalla montagna della dottrina alla pianura del quotidiano, chiuderei così: ha mai fatto caso – ben al di là dei venerati maestri – ai cosiddetti uomini della tradizione? Ho un blog dove pubblico i miei articoli: “Scandalizzare è un diritto” (è una frase pasoliniana – a proposito dell’India – e Pasolini che in India ci fu davvero parlava di “cancro castale”), nella home page in alto a destra sta scritto: «Venti? Trenta? Saranno trent’anni che leggo frasi del tipo: il complotto giudaico o giudaico massonico o plutocratico o vattelappesca ha per fine la creazione di un’umanità sfaldata, che non vive ma vegeta, priva di personalità. Di una massa di senza volto pronta a obbedire ai propri burattinai come una pecora al cane da pastore. Ecco: più che l’esito del complotto delle forze sovversive sembra il perfetto identikit del militante di destra». Con gente di questo tipo che ha una visione orgogliosamente e infantilmente “gerarchica” della vita e “militaresca” delle relazioni è impossibile averci a che fare. Anzi, come diceva Mussolini, riferendosi agli italiani: è del tutto inutile. Alcuni imitano gli imbonitori televisivi, altri vendono se stessi – mescolando “perle di saggezza” e sciocche citazioni – altri ancora infine si ispirano alle atmosfere dei vecchi saloon. Sono quasi tutti meridionali naturalmente e violenti. Su questo rifletterei.


D. Come vede l'orizzonte politico “non di sinistra”?
R. Lo vedrei bene se la destra facesse sul serio. Principio di realtà. Cultura dei diritti, rispetto della persona. Poca demagogia. Dal punto di vista dei valori. Liberismo e accesso allo stato sociale per i più deboli. E poi, per me, accoglienza dello straniero. Lungimiranza. Infine sempre e solo modernità. Coppie di fatto, lotta ai tabù culturali. Individualismo, come ci insegnano i padri del pensiero liberale. Abito una terra nella quale tutto ciò sarebbe fantascienza, anzi utopia. O per meglio dire distopia. Eppure anche queste non sono del tutto “libere”. Sa qual è la condizione essenziale per il pensiero utopico? L’abolizione della proprietà privata. Tranne Evola – erroneamente indicato come utopista – tutti i veri utopisti pensano che dalla proprietà (e dall’egoismo) derivi il male. Ecco io sono un antiutopista e non sopporto le comunità, le bandiere, le regole soffocanti, le appartenenze, i colori. Ha presente la poesia di Eluard sulla libertà, no? Ecco, nelle grandi utopie la partita si gioca tra felicità e libertà. Quando sento parlare della prima mi viene l’orticaria. Una scrittrice abitualmente non considerata come Sibilla Aleramo – Prezzolini non gliele mandò a dire – antepose la seconda alla prima. Era una donna e accadde molti anni fa. Per me, il “noi” sarebbe già troppo: sarebbe condizione di una sorta di dipendenza o interazione obbligata. Lo stato dovrebbe tutelare la persona e assicurare che nessuno rechi danno alla tua roba. E basta. Oggi lo stato è ancora una sorta di santo da pregare o una vacca da mungere. Detto questo, con estremo senso del reale, dico che vedo male la destra, quella attuale intendo e ciò è una fortuna. Quando nacquero Berlusconi politico e Alleanza nazionale perfino i topi di fogna s’inventarono di destra. Peggio del renzismo odierno. Peggio perché la sinistra ha sempre avuto più dignità, forse per il ricordo di Berlinguer.


D. Lei, quando nacque il Berlusconi politico e Alleanza nazionale, dove era? Dico, sullo scacchiere meta-politico, ideologico…
R. Pensavo come molti giovani che fosse venuto il nostro momento. Venivo da una breve esperienza presso un centro studi che mi chiarì le idee sull’approccio a certe tematiche (del tutto razionale, naturalmente). Ma credevo di aver già capito come sarebbero andate a finire le cose. Leggevo Marcello Veneziani che mi sembrava abbastanza serio, il prode consigliere rai cercava di collegare idealmente il pensiero degli intellettuali di ieri – quelli grossomodo del periodo fascista – alle vicende dell’attualità più stringente. Ecco: idealmente è il termine giusto. Ma sentivo citare Dio ad ogni angolo della strada. Neanche i pretonzoli filo-democristiani avrebbero utilizzato un linguaggio simile (in realtà la cultura era grossomodo quella, più qualche socialista di “larghe vedute”). Oggi sorrido soprattutto ripensando alla frase di Michel Onfray: Dio morto? ma se gode di ottima salute, è sempre sulla bocca di tutti! La sbornia durò poco. Adolfo Urso ha confessato che gli aennini non erano maturi per il potere. Ma quella, per paradosso, è stata la parte migliore della destra. La parte peggiore è formata da un plotoncino di narcisisti-tradizionalisti-nazifascisti-masochisti-spiritualisti eccetera. Personaggi da fumettaccio, che spendono male i crediti acquisiti nelle università. Se comandassero quelli – e per fortuna non accadrà mai – il giorno dopo volerei in Australia.                   


D. E culturalmente? ha vinto Gramsci (ammesso che lo si conosca oggi)?
R. Se intende dire “semplice” cultura speriamo ancora di no. Se intende dire educazione finalizzata alla conquista del potere temo di sì. O meglio, in Italia è sempre esistita l’idea che classe dirigente e masse fossero su piani del tutto inconciliabili. Il disprezzo delle masse è caratteristica anche della nostra insipida borghesia. Ciò per esempio non succederebbe mai in Germania. Una volta c’erano i preti, poi ci fu il boom dell’intellettuale di sinistra. Durante il fascismo – per quel che può importare oggi – non esistette un’idea generale di cultura e di possibile egemonia ma tante, troppe, chiacchiere cucite addosso come vestiti ad ogni intellettuale. Per certi versi, casi a parte furono la scuola di Mistica e certo evolismo sulle pagine del quotidiano di Farinacci. Uomo notoriamente “più realista del re”. Il fascismo fu tutta una rivoluzione-conservatrice nel senso che fu un miscuglio di reazione alla modernità, come disse Piero Melograni, ma per forza di cose anche di modernità. E non solo perché fu collettore di nazionalismi e continuatore, si dice, del Risorgimento, ma perché incastonata nel “secolo breve”, e una forza politica nel Novecento non può non essere moderna. La modernità come periodo non come concetto, non è una opinione né una scelta, la si subisce. Gli intellettuali di “sinistra” mi hanno sempre interessato, alcune furono delle figure quasi tragiche o patetiche che pagarono lo iato psicologico, e non solo, tra la fedeltà alla chiesa comunista e la libertà di pensiero. Unico vero faro per un intellettuale che deve essere libero perfino da se stesso, come un esponente dada. Trovo dunque l’idea dell’educatore un po’ pericolosa, dal mio punto di vista. Non so perché l’abbino al manganello. Alle bacchettate sulle mani. Se invece lei vuol dire che ha vinto la sinistra, ebbene non vedo chi avrebbe potuto vincere. Se volessi fare l’evoliano direi che la Chiesa non è più modello di niente, non lo è da un punto di vista rivoluzionario, non lo è come ordine sociale, non lo è come esempio di comunità, non lo è come “acceleratore di particelle” metafisiche o semplicemente come modello culturale. La destra del dopoguerra è stata semplicemente il nulla. Nata con chiari intenti difensivi. È morta con la fine della guerra fredda. Poi qualche anno dopo è venuto Berlusconi a farci capire che con Tolkien e gli altri ci passi una serata (piacevole), ma non ci voti una legge in parlamento.

D. Lei dice che alcuni intellettuali di sinistra l’hanno interessata. Quali sarebbero?
R. Ho letto Pavese – che è comunque al confine – Vittorini, Pasolini – altro borderline – e molti altri con passato anche imbarazzante non lo nego. Naturalmente se vuoi farti un’idea della regione che occupi Sciascia è obbligatorio come una volta il servizio militare. Sciascia fu indipendente del Pci. Ma oggi non ne farei una questione di “destra” e “sinistra”. Camus e Gide mi hanno dato più di Guénon e di qualunque altro astruso pensatore vittima di mode e simpatie. Poi naturalmente il Woody Allen scrittore che padroneggia il rapporto dialettico realtà-fantasia come pochi. E che cerca di sanare la frattura tra i canoni del mondo reale – imprescindibili – e il diritto ai sogni. Insomma ti fa crescere.


D. Scusi, ma lei, allora, ‘a destra’ che ci fa?
R. Grazie a dio ho imparato a ragionare per generazioni. Se lei ragiona con approccio astorico la risposta è: nulla! Io con quella destra c’entro come Jeeg robot d’acciaio in un film western. Se per destra si intende quella sorta di baule nel quale “teorici” del pensiero rifiutato, liceali con velleità spiritualiste (e non entro nel merito), madonne e madonnari, coppole storte e fascisti che non hanno conosciuto né Mussolini né Almirante e forse manco Fini si trovano pressati a forza. Ma codeste comunità di macellai e vegetariani, carnivori e vegani nutrono reali speranze? Alcuni credono a una prossima età dell’oro (con Giorgia Meloni gran sacerdotessa?), altri sono sedotti dalla retorica della romanità o dal fumo del mondo classico salvo nei fine settimana definirsi futuristi. Altri dal fascino del proibito. Altri – se me lo consente – sono forse un po’ matti. Altri infine, la stragrande maggioranza, sono borghesi che esemplificano alla grande la relazione struttura-sovrastruttura. Hanno creato una ideologia a perfetta immagine dei loro interessi. Tuttavia, mi piace ragionarla così, la destra non è più quella di ieri, anzi non è più quella eterna: dio, patria, famiglia, mia sorella è vergine e mio padre eroe omerico. Dopo il boom, il Sessantotto, il Settantasette e quella che è stata definita l’età del benessere, molte cose sono cambiate. E con esse le pedagogie. Non sottovaluterei il rock, le mille possibilità che offre l’ateismo. E poi il mercato. D’accordo ogni fascia d’età, ogni genere ha la sua fetta di mercato che impone costumi e comportamenti, ma che vogliamo fare assaltare gli ipermercati al grido di morte al tostapane? Il potere è il potere e precede la politica. Evola mi ha insegnato che le risposte ai quesiti, grandi o piccoli che siano, non devono sfuggire al rigore logico. Se no non sono risposte. Le soluzioni devono essere vere soluzioni. Chi ha verità in saccoccia? A meno che non passino per la declamazione dei versetti del fascista perfetto o per il corteo comunista con zero proletari al seguito. Vogliamo condannare il gruppo Bilderberg? Come diceva quel tale però, guarderei prima al Bilderberg dentro di me e poi a quello fuori di me. Conosco chi da quarant’anni e passa ripete sempre le stesse cose. Immobile come una nave in bottiglia: la sua realtà è di un unico sbiadito colore. Non si è accorto che di occasioni ne sono passate come acqua sotto i ponti. E cosa è accaduto? Forse come direbbe Pound o non vale nulla lui o non valgono le sue idee. Magari provasse ad andare dal medico. O dallo stregone.


D. Da quello che ci ho capito, mi pare che lei si sia rassegnato al tramonto dell’Occidente. Mi pare che attenda, o meglio sia sicuro che qualcosa – la nostra civiltà, quello che noi abbiamo sempre creduto essere la nostra civiltà – è  destinata a passare.
R. Non so se l’Occidente è al tramonto. Su civiltà antiche e moderne, vecchie e nuove e raffronti tra il prima e il dopo la pubblicistica è sterminata. Ricordo tra le prime letture quella di Guizot. Trovo che almeno da un secolo la “civiltà americana” rappresenti il meglio che il nostro mondo abbia prodotto – naturalmente ha mille imperfezioni, ma l’attacco della Costituzione quel “Noi popolo”, fa venire i brividi e il più delle volte anche gli incubi. Ecco il Colosseo mi è venuto a noia, le torri gemelle mi piacevano tanto. Peccato non ci siano più. La mia generazione, per tornare al discorso di prima, ha sue fondamenta, sue colonne, muri e finestre per mezzo delle quali – come in uno spettacolo di Emma Dante – comunicare con l’esterno, ma anche con l’eterno, se si vuole: esterno senza la “esse”. Non me la sento di distruggere il mondo. C’è chi dice che questo sia anche un modo di cavalcare la tigre. Non so, non credo, è una locuzione pericolosa da fascista puro, che stavolta una “esse” la guadagna: sfascista. E per far che? Torna il quesito: consegnerebbe a un pugno di estremisti digiuni di giusnaturalismo mappa topografica e bussola? Presterebbe a dei costituzionalisti per hobby e laziali per chiamata le chiavi di casa?

sabato 16 agosto 2014

Catania: le immagini a palazzo della cultura

Questa la rubo a Charles Bukowski, il poeta del vizio. Catania ispira i sentimenti peggiori. Loro, i catanesi, parlerebbero di abitudine al vulcano, al fuoco, alla lava, ai terremoti, alle inquietudini, alle tremarelle e via delirando. Darebbero la responsabilità alla natura. Ai luoghi. Mai agli uomini.
«chiedete ai pittori da marciapiede di Parigi» scrive il vecchio Hank. Con la “c” minuscola. Uomo senza legge né pudore, ma timidissimo. Incipit della poesia “Essi, tutti lo sanno”. Rilancio il gioco. Chiedete alle panchine del centro storico, chiedete ai falegnami di via tal de’ tali, chiedete agli uomini-lucertola, agli intellettuali ricchi e a quelli poveri, chiedete ai fattorini, chiedete agli attori di teatro e a quelli di strada, chiedete all’intestino pigro, chiedete al mare, chiedete ai migranti e ai paesani, chiedete al sole, chiedete alla gente allegra, chiedete ai cuochi e ai pasticcioni, chiedete agli agrumi e ai camionisti.
«chiedete a qualcuno (uno qualsiasi) di questi o a tutti questi chiedete chiedete chiedete e tutti vi diranno» con gentilezza e onestà la stessa cosa. Androne, Bellini, Brancati, Capuana, Coppola, Cutelli, De Felice, De Roberto, Di Modica, Eredia, Gioeni, Grasso, Greco, Lombardo Radice, Majorana, Martoglio, Mendola, Musco, Pacini, Patti, Rapisardi, Sada, Sangiorgi, San Giuliano, Verga, Villaroel, sceglietene solo uno o magari scegliete altrove, ma togliete le immagini di sant’Agata dall’ingresso di palazzo della cultura.
Patrona della città, come a dire: occhio al vulcano catanesi ma c’è chi pensa a voi. Si festeggia tra mille sorprese: fede versus esibizione; bancarelle coi dolciumi e un’armata di devoti per le vie del centro. Ha dato dei dispiaceri, ragazzi con la tonaca bianca (il sacco) e il cappellino nero mai tornati a casa. Nel cuore della festa le autorità cittadine – laiche e religiose – fanno passerella tra ali di folla. Infallibile prodotto d’esportazione manco fosse il festival di Bayreuth, al più retaggio anticulturale per esibizionisti in azione o compiaciuti parolai. Emblema di un potere inestirpabile che raggruma le ignoranze interclassiste di luoghi maledetti. Borghesi e poveracci uniti dalla religione feticcio, da un untuoso tradizionalismo cieco e arrogante. Catania e la sua cultura, dunque. 

domenica 3 agosto 2014

Langhe, Roero e Monferrato patrimonio dell’umanità. Pensieri e parole

Perdersi tra i sentieri delle Langhe non è come ritrovarsi nel nulla etneo. Lo dico per i cappellai matti della Sicilia bedda. Alla faccia dei nichilisti colti da libromania: vita e morte non sono la stessa cosa. Orfani di Cesare Pavese e della gran testa di Arpino, checché ne pensino i raccontatori per professione e contratto, quei luoghi – basso Piemonte: paesaggi baciati da dio – vivrebbero ugualmente in cima ai sogni. Lì la mano dell’uomo ha trasformato la natura, il pizzo se lo ha pagato lo ha pagato al creatore.
Due domande. La prima: una terra nata per essere narrata? Nulla di più falso per chi ha inalato quei raggi di sole. La Sicilia è una bugia raccontata mille volte, le colline piemontesi frutto di un matrimonio tra uomo e ambiente. Anche per questo, digiuni di bellezza, non le capiremo mai. Se per Bufalino tutto qui in Sicilia è eterno, lì l’eternità è movimento. La bellezza (quella vera) è timido ricovero dai colori tenui. Silenzio. Le Langhe si raccontano da sé, non serve un pensiero boccheggiante e baroccheggiante (la minaccia del tutto compreso, soprattutto il superfluo), non servono aggettivi, luoghi comuni, atti di fede e di dolore. Natura e uomo hanno stretto un patto. L’uomo non è nemico dell’uomo. Altra condizione sconosciuta, qui nelle terre bruciate. Alba, città di Fenoglio, quel che ha se l’è guadagnato e armi alla mano se l’è tenuto stretto.
Come leggere un volume del sociologo sorboniano Michel Maffesoli. Sulle virtù del paganesimo: «c’è qualcosa di pagano, qualcosa che rimanda a quel paganus, a quel contadino che ama la terra e cerca di trovare un accordo con lei, insieme a lei. Paganesimo: godere di ciò che si offre per essere vissuto, insieme agli altri, in un mondo che certo è imperfetto, ma sempre preferibile al nulla. La vita forse non vale niente, ma niente vale la vita». “Repubblica” del 23 giugno scorso sintetizza in una frase la condizione dei luoghi: «la fatica dei campi è diventata cultura». Qualunque siciliano laureato come i poeti di Montale sognerebbe una frase che passa attraverso gli umori verghiani. Ma la Sicilia è attorniata da nemici più forti, anche questo sappiamo. È debolezza travestita da accoglienza e fatica.
Seconda domanda: luoghi lontani dal vivere per e con gli altri quelli lassù sulle montagne? Essenze da sciocchezzaio. Lì l’Italia l’hanno fatta due volte – Risorgimento e Resistenza – qui abbiamo tentato – invano – di disintegrarla. Da autolesionisti. Adesso non sapendo a che straniero votarci lecchiamo i sandali alla Lega. La nostra di “lega” meridionale è fallita per la misera mancanza di idee, fermezza, uomini e programmi. Qui santi e boss – anche se lo diventeranno – sono amici per comodità. Sostituiscono lo stato dei “padri” piemontesi. Il nostro non esiste.

martedì 10 giugno 2014

Castore e Polluce? No, Coppi e Bartali (ma al “Musichiere”)

La società-gallina e la letteratura-uovo sono vive e lottano fianco a fianco. Fianco a fianco come Pietrangelo Buttafuoco e Ottavio Cappellani, siciliani. Pochi secondi di video della performance di Aci Sant’Antonio valgono una scena di Woody Allen. Quella celebre del “Dittatore dello stato libero di Bananas”. Strumentisti che fingono di suonare: il nulla. La Sicilia zero in condotta ha i suoi gemelli del gol. Tale madre tali figli.
Uno dei due – fate voi – dice: appena morirà Camilleri resteremo soli. Mammamia, che fatica. Toccherà a loro tenere alto l’onore del paese dei balocchi. I tizi conoscono a stento – da bravi siciliani – le inquietudini della decadenza, sedotti dalle strade del sogno da numeri uno. Ecco: Coppi e Bartali che cantano al musichiere, senza bici, senza strada, polvere e sputi. Due borghesi che fanno ciò che sanno fare, che tutti attendono. Spettatori, lettori, utenti. Buttafuoco e Cappellani sanno fare i siciliani. Come papà Camilleri. Voci senza corpo: chiudete gli occhi, immaginate due studenti alla ricerca affannosa di vocaboli sul dizionario.
Chiudeteli questi occhi e visualizzate le monotonie scurrili di una terra non bella, né discreta né indiscreta né triste né allegra. Ma narrata, narrata, narrata. Immaginate due cittadini qualunque che vanno su e giù per via Etnea, lato “Collegiata” e lato… già cosa c’è sul lato opposto? E parlano di se stessi e vocalizzano. Parlano di poesia in una terra di poeti, di donne in una terra di femmine, di caldo in una terra di sole. Di bellezza in una terra scura, nera, vecchia come nessuna. Da nord a sud, da sud a nord. Ad ogni ora del giorno. I siciliani si accontentano di poco, di loro stessi. Di vedersi ritratti nella loro quotidiana indolenza, orfani di una matta biografia, ricchi di niente (e giù una valanga di nomi a servizio del popolo). Poi si presentano due giovanotti che si dicono Dioscuri. Sottomessi alla pausetta e al vocabolo in dialetto. Con frasi ingolate e viso abbronzato. Alla fine qualcuno grida: tombola! 

sabato 22 febbraio 2014

Grazie maestro!


La morte di un direttore d’orchestra, di un grande direttore d’orchestra come Claudio Abbado, è un lutto per il paese che gli ha dato i natali. Ultimamente l’artista milanese aveva diviso destra e sinistra per la nomina a senatore a vita. Sul web e sui giornali si era scatenata una specie di caccia alla bacchetta rossa, al terzomondista e filo-cubano, all’amico di Giorgio Napolitano (di Fabio Fazio e Roberto Saviano), reo non si sa bene di cosa o di troppe cose insieme: compreso l’impegno politico risalente agli anni della giovinezza. Siamo sicuri tuttavia che il maestro reagiva agli attacchi mediatici con quel sorriso timido ma coinvolgente che gli si appiccicava al volto nelle occasioni in cui, in cima ad ogni cosa, era opportuno collocare pazienza e spirito di sopportazione. E siatene certi, quell’idea di impegno civile come speranza di promozione sociale non avrebbe mai vacillato.
Abbado era in primo luogo un uomo generoso, non un semplice scopritore di talenti, ma un artista che offriva ai giovani una o più case all’interno delle quali misurare professionalità e doti. Queste case erano le orchestre da lui fondate perché il suo tempo non sprofondasse nella palude dell’incultura. Ricordiamo la “Mahler Chamber Orchestra”, la “Chamber Orchestra of Europe” e dal 2004 la bolognese orchestra “Mozart” che ha chiuso i battenti per mancanza di fondi già prima della morte del maestro. E che fortunatamente rivivrà il 30 giugno 2014 al “Ravenna Festival”. In quell’occasione Riccardo Muti, considerato il rivale del maestro milanese (entrambi hanno studiato con Antonino Votto), dirigerà la “Mozart” insieme all’orchestra “Cherubini” con un programma comprendente Beethoven e Ciajkovskij. Nel 2003 Abbado rifondava anche l’orchestra del festival di Lucerna con un organico formato da elementi della “Mahler” e di altre prestigiose formazioni. E a Lucerna Abbado avrebbe tenuto il suo ultimo concerto, il 26 agosto 2013, dirigendo la nona sinfonia di Bruckner.
Da un po’ di tempo il maestro milanese ribadiva il suo amore per la cultura pure in televisione, con quell’aria da personaggio di seconda fila, da antidivo, da spalla anziché da prim’attore. Era il suo carattere apparentemente chiuso, ma era un modo di presentarsi che lo rendeva, paradossalmente, perfino più carismatico. I musicisti in orchestra lo chiamavano semplicemente Claudio, lui lasciava l’appellativo “maestro” a chi probabilmente ne aveva bisogno per affrontare le difficoltà sul podio. Antropologicamente Abbado era l’opposto dell’inflessibile Toscanini, ma era nato con un talento straordinario – instancabile analizzatore delle partiture, dotato di una memoria stupefacente – ciò aveva fatto di lui un musicista pressoché unico nella lunga storia del Novecento italiano.
Vorrei proseguire con un ricordo personale. Il maestro a capo della filarmonica di Berlino che si esibisce per la riapertura del “teatro Massimo” di Palermo il 12 maggio 1997. E lì tornerà a “casa sua” nel 2002. Conservo gelosamente quella registrazione quasi di fortuna. Il “Massimo” inaugurato cento anni prima con “Falstaff” era stato chiuso nel 1974 per la messa a norma degli impianti. Le polemiche avevano raggiunto livelli intollerabili. L’apertura era stata un’autentica gara di velocità con Abbado che non aveva mai smesso di informarsi sullo stato dei lavori. Il maestro era nato da una scrittrice palermitana, Maria Carmela, figlia del professor Savagnone. Era dunque imparentato con gli Amendola attori e doppiatori molto popolari. Il papà era il celebre Michelangelo concertista e insegnante al conservatorio di Milano, originario di Alba la città di Fenoglio e Pinot Gallizio.
La cultura abbadiana era autenticamente europea. O forse addirittura senza confini. Era un re ma non voleva stare sul trono, titolava “Repubblica” il giorno dopo la morte. Il suo amore per la natura era noto da tempo. Credo che molti giovani, almeno fino all’estate 2013 o alle trasmissioni televisive di Fazio, non avessero idea alcuna circa le sue origini. Paolo Isotta cita come prime tappe di un’ineguagliabile carriera la vittoria al premio “Mitropoulos” e il debutto al festival di Salisburgo, entrambi del lontano 1963. Abbado è il primo italiano a salire sul podio al Concerto di capodanno (1988 e 1991). Alla Scala debutta nel 1960, lì rimane ininterrottamente dal ‘68 all’86 e lì compie operazioni quasi prodigiose in una Milano capitale incontrastata della cultura e della modernità. Nell’82 nasce la filarmonica della Scala, frattanto il maestro dirige l’orchestra sinfonica di Londra (1979-1988) e incide con quella di Chicago. Non legge solo partiture di tradizione italiana – e queste non nel modo in cui erano state lette fino a quel momento – ma anche Alban Berg, Mahler, Prokofiev, Stravinskij, Schönberg, Debussy e Stockhausen. Porta e porterà in scena Pergolesi, Rossini (“Barbiere di Siviglia”, “Italiana in Algeri”, “Cenerentola”, “Viaggio a Reims”), Verdi (“Simon Boccanegra”, “Macbeth”, “Aida”, “Ballo in Maschera”, Requiem) e Mozart (“Così fan tutte”, “Nozze di Figaro”, “Don Giovanni”, “Flauto magico”). Dirige l’ultima autentica generazione di cantanti-divi: Luciano Pavarotti, Placido Domingo, Josè Carreras, Mirella Freni, Katia Ricciarelli e Montserrat Caballé. Interpreta col gusto per la rarità Luigi Nono, Ravel, Bizet, Mussorgskij, Janáček, Richard Strauss, Brahms e Schubert. Infine incide anche lavori di Schumann, Bartok, Ciajkovskij, Hindemith, Bruckner, Mendelssohn e dell’immancabile Wagner.
Nei suoi anni alla Scala – lo affianca Paolo Grassi – le serate musicali abbandonano le consuetudini appartenute alla tradizione. Non solo eventi esclusivi per commendatori, baronesse e borghesi annoiati o in vetrina, ma veri e propri recipienti di cultura europea e nazionale. A disposizione dei giovani, degli studenti, degli operai, ma anche in trasferta nelle fabbriche, negli ospedali e nelle carceri. Cos’è la cultura se non un caleidoscopio di culture sconosciute ai più? Semplice, l’idea di Abbado è che la musica in ogni sua componente, da chi la fa a chi la ascolta, rimanga fedele al tempo in cui la si esegue. Durante il periodo d’oro della contestazione c’è lui alla Scala, appena trentacinquenne. Il 7 dicembre ‘68 Mario Capanna, che contesta tutto e tutti, in compagnia di altri duecento studenti tira uova e frutta imbrattata di vernice addosso agli elegantoni che assistono all’inaugurazione della stagione. Ma il teatro è già a lutto per la morte di due braccianti di Avola uccisi cinque giorni prima dalle forze dell’ordine. In cartellone c’è il “Don Carlo” di Verdi con Fiorenza Cossotto e Nicolai Ghiaurov. La regia è di Ponnelle. Una vicenda che è già storia come è storia una delle ultime volte alla Scala di Abbado, anno 1993, con il maestro che dirige la sua filarmonica di Berlino. Poi tornerà una sola volta grazie a Lissner il 30 ottobre 2012 a dirigere Chopin e l’adorato Mahler.
Non facciamoci strane idee: la sua carriera alla Scala è solo il capitolo di un lungo libro. Dirige abitualmente in Emilia Romagna (in special modo a Ferrara), al festival di Salisburgo, in America latina, a Berlino e a Vienna dove ha studiato e dove fonda il festival di musica contemporanea “Wien Modern”. Dirige la filarmonica della capitale austriaca già dal ’71 e progetta l’integrale delle sinfonie e dei concerti per piano di Beethoven insieme all’amico Maurizio Pollini. Con lui e con Renzo Piano ha in comune la stessa fede politica. Dal 1986 al 1991 guida l’Opera di Stato di Vienna, infine quando muore la leggenda Herbert von Karajan lo sostituisce (fino al 2002) come direttore della filarmonica di Berlino. Anche qui porta una ventata di novità e aria fresca. Dal 2005 partecipa al progetto musicale venezuelano di Josè Antonio Abreu per giovani provenienti dal mondo dei barrios. La musica, almeno fino a un certo punto, può e deve proteggere i deboli. I sogni vanno tradotti in arte e quest’ultima in aiuti concreti.
Muore nella sua casa di Bologna il 20 gennaio 2014, a ottant’anni. Una morte che spacca l’Italia dei babbei come era avvenuto per la nomina a senatore a vita, secondo solo a un rinunciatario Toscanini. Nel 2000 era stato operato di cancro allo stomaco. La camera ardente viene allestita a Bologna, presso la basilica di Santo Stefano, poi una cerimonia privata anticipa la cremazione della salma. Abbado non aveva il dono della fede. Scontato l’omaggio musicale della “Mozart” che esegue Mozart, Bruckner e Schubert. Una settimana dopo Daniel Barenboim direttore musicale della Scala (e grande amico insieme a Zubin Mehta) dirige la Marcia funebre dall’“Eroica” di Beethoven con la sala del Piermarini vuota ma a porte aperte. Almeno per una volta come da tradizione. Migliaia gli spettatori in piazza Scala e milioni di uomini e donne in sincero raccoglimento. Un unico pensiero a un mese dalla morte, mi auguro unanime. Grazie maestro.

domenica 12 gennaio 2014

Catania, 1984-2014. L'omicidio Fava


Si riempie. In fine si riempie. L’aula magna del liceo Cutelli di Catania alle 16 è praticamente vuota ma un’ora dopo i duecento e passa posti sono tutti occupati. 9 gennaio, si parla di Giuseppe Fava, del giornalista assassinato dalla mafia all’inizio del 1984. L’unico atto di mafia a Catania con protagonista un intellettuale. Il direttore del periodico “I Siciliani”, che per primo denunciò i comitati d’affari catanesi e dal quale i catanesi appresero che la mafia non era un fenomeno che si arrestava, come si diceva, alle porte di Enna. Per dirla con Claudio, figlio di Giuseppe, Fava era uno che per forza di cose doveva raccontare il male. Parliamoci chiaro però: oggi se a Catania gli intellettuali ci sono, sono personaggi da fumetto – tipo gruppo Tnt – arrivano, se arrivano, tardi e a cose fatte e per denunciare un bel nulla. Forse solo per registrare un dato di fatto per cacare dubbi su fatti e circostanze che dubbi non ne suscitano affatto. Per fare disordine – dire e non dire – e per passarsi la palla. Catania è e resta una città immersa nel più imbarazzante silenzio. Quello stesso silenzio che, a dire di chi lo conosceva bene, uccise Pippo Fava.
E poi: chi sono gli intellettuali a Catania? Se hai voglia di fare, vali qualcosa e non sei né fascista né sfascista – le due categorie oggi sono più che mai gemellate – cerchi di andar via per respirare aria di libertà. A cercare padroni per cui valga la pena vivere e lottare. Strano che a celebrare Pippo Fava – il convegno del Cutelli per Enzo Bianco, sindaco di una città maledetta, è stato tra i più significativi eventi culturali degli ultimi mesi – siano dei non catanesi, nel senso di abitanti. Francesco Merlo penna luminescente di “Repubblica” che anni fa prese il coraggio a quattro mani e se ne andò via. Claudio Fava, che per continuare la carriera nel giornalismo se ne andò in sud America e poi altrove, e il procuratore Giovanni Salvi che intellettuale non è ma giudice e che è a Catania da poco più di due anni. Per il resto si tratta di gente che a Catania ci lavora e che è costretta a confrontarsi con problemuzzi grandi o piccoli e che non ha voglia di mettersi in mostra e cantarne quattro ai boss o alla borghesia cialtrona di questa parte di mondo. O se lo fa lo fa per seguire la scia degli apripista. Di quelli che fingono di non fare buon viso a cattivo gioco. Qui, per raccontarcela tra di noi, è tutta una finzione ma a scadenza fissa.
Oggi si condanna l’ipocrisia di trent’anni fa quando tutti sapevano ma nessuno – tranne Fava e pochi altri – denunciava. Tra trent’anni si condannerà, statene certi, l’ipocrisia del 2014 perché tutti sapevano ma tacevano per abitudine, convenienza, “ideologia”, quieto vivere o eccesso di catanesità. Qualche giorno fa Salvi fu ospite di un incontro per ricordare Fava a San Cristoforo, non un quartiere di Catania ma una vera e propria repubblica nella repubblica con regole e morali a sé. Cosa abbia visto o pensato, cosa abbia potuto vedere o pensare lo sa solo lui. Perché qui si aprono i cancelli dell’imponderabile.
Imponderabile come Catania. Ha ragione Merlo quando dice che Fava somigliava a Catania e che quello di Fava più che un omicidio è stato un suicidio. Della città. Ma statene certi, forse anche Merlo lo sa, questo luogo è in grado di assorbire ogni cosa. Catania – città non bella né interessante quanto si crede: non ci stancheremo mai di ripeterlo – detiene un primato, è la prima città priva di anima della Penisola. Abituata a tutto, perché Catania è un immenso raccoglitore. Dove ogni cosa ha un prezzo perché eternamente in vendita. Datemi un palco e vi racconterò Catania. Fava ci aveva provato, avvezzo all’arte dello scrivere. Non sapremo mai se l’aver confuso arte e vita fu un peccato o un sacrificio. Al viceprefetto di Catania Polimeni, appariva quasi come un semidio aggrappato ai propri pensieri, solitario frequentatore del Club della stampa. A Merlo, l’inconsapevole liquidatore della città dei Brancati e De Roberto. Com’è difficile raccontare questa città senza cadere nella sfibrante celebrazione della parola in sé. Quasi un virtuosismo del paradosso. Un cannoneggiamento in luogo di una prece. Per Merlo tutti i catanesi sarebbero responsabili della morte di Fava. Dopo la sfortuna di esserci nati, a Catania, la sfortuna di aver conosciuto un professorume cialtrone al pari di certa borghesia rapace, dopo aver ceduto al ricatto di chi offre lavoro pagandolo con semplici briciole, dopo aver subito le umiliazioni di un’antidemocrazia come metodo e valore, adesso siamo anche complici di un assassinio. Catania è uno stano fenomeno. Vince chi la spara grossa. Qui la caccia all’uomo è sempre aperta.