domenica 12 gennaio 2014

Catania, 1984-2014. L'omicidio Fava


Si riempie. In fine si riempie. L’aula magna del liceo Cutelli di Catania alle 16 è praticamente vuota ma un’ora dopo i duecento e passa posti sono tutti occupati. 9 gennaio, si parla di Giuseppe Fava, del giornalista assassinato dalla mafia all’inizio del 1984. L’unico atto di mafia a Catania con protagonista un intellettuale. Il direttore del periodico “I Siciliani”, che per primo denunciò i comitati d’affari catanesi e dal quale i catanesi appresero che la mafia non era un fenomeno che si arrestava, come si diceva, alle porte di Enna. Per dirla con Claudio, figlio di Giuseppe, Fava era uno che per forza di cose doveva raccontare il male. Parliamoci chiaro però: oggi se a Catania gli intellettuali ci sono, sono personaggi da fumetto – tipo gruppo Tnt – arrivano, se arrivano, tardi e a cose fatte e per denunciare un bel nulla. Forse solo per registrare un dato di fatto per cacare dubbi su fatti e circostanze che dubbi non ne suscitano affatto. Per fare disordine – dire e non dire – e per passarsi la palla. Catania è e resta una città immersa nel più imbarazzante silenzio. Quello stesso silenzio che, a dire di chi lo conosceva bene, uccise Pippo Fava.
E poi: chi sono gli intellettuali a Catania? Se hai voglia di fare, vali qualcosa e non sei né fascista né sfascista – le due categorie oggi sono più che mai gemellate – cerchi di andar via per respirare aria di libertà. A cercare padroni per cui valga la pena vivere e lottare. Strano che a celebrare Pippo Fava – il convegno del Cutelli per Enzo Bianco, sindaco di una città maledetta, è stato tra i più significativi eventi culturali degli ultimi mesi – siano dei non catanesi, nel senso di abitanti. Francesco Merlo penna luminescente di “Repubblica” che anni fa prese il coraggio a quattro mani e se ne andò via. Claudio Fava, che per continuare la carriera nel giornalismo se ne andò in sud America e poi altrove, e il procuratore Giovanni Salvi che intellettuale non è ma giudice e che è a Catania da poco più di due anni. Per il resto si tratta di gente che a Catania ci lavora e che è costretta a confrontarsi con problemuzzi grandi o piccoli e che non ha voglia di mettersi in mostra e cantarne quattro ai boss o alla borghesia cialtrona di questa parte di mondo. O se lo fa lo fa per seguire la scia degli apripista. Di quelli che fingono di non fare buon viso a cattivo gioco. Qui, per raccontarcela tra di noi, è tutta una finzione ma a scadenza fissa.
Oggi si condanna l’ipocrisia di trent’anni fa quando tutti sapevano ma nessuno – tranne Fava e pochi altri – denunciava. Tra trent’anni si condannerà, statene certi, l’ipocrisia del 2014 perché tutti sapevano ma tacevano per abitudine, convenienza, “ideologia”, quieto vivere o eccesso di catanesità. Qualche giorno fa Salvi fu ospite di un incontro per ricordare Fava a San Cristoforo, non un quartiere di Catania ma una vera e propria repubblica nella repubblica con regole e morali a sé. Cosa abbia visto o pensato, cosa abbia potuto vedere o pensare lo sa solo lui. Perché qui si aprono i cancelli dell’imponderabile.
Imponderabile come Catania. Ha ragione Merlo quando dice che Fava somigliava a Catania e che quello di Fava più che un omicidio è stato un suicidio. Della città. Ma statene certi, forse anche Merlo lo sa, questo luogo è in grado di assorbire ogni cosa. Catania – città non bella né interessante quanto si crede: non ci stancheremo mai di ripeterlo – detiene un primato, è la prima città priva di anima della Penisola. Abituata a tutto, perché Catania è un immenso raccoglitore. Dove ogni cosa ha un prezzo perché eternamente in vendita. Datemi un palco e vi racconterò Catania. Fava ci aveva provato, avvezzo all’arte dello scrivere. Non sapremo mai se l’aver confuso arte e vita fu un peccato o un sacrificio. Al viceprefetto di Catania Polimeni, appariva quasi come un semidio aggrappato ai propri pensieri, solitario frequentatore del Club della stampa. A Merlo, l’inconsapevole liquidatore della città dei Brancati e De Roberto. Com’è difficile raccontare questa città senza cadere nella sfibrante celebrazione della parola in sé. Quasi un virtuosismo del paradosso. Un cannoneggiamento in luogo di una prece. Per Merlo tutti i catanesi sarebbero responsabili della morte di Fava. Dopo la sfortuna di esserci nati, a Catania, la sfortuna di aver conosciuto un professorume cialtrone al pari di certa borghesia rapace, dopo aver ceduto al ricatto di chi offre lavoro pagandolo con semplici briciole, dopo aver subito le umiliazioni di un’antidemocrazia come metodo e valore, adesso siamo anche complici di un assassinio. Catania è uno stano fenomeno. Vince chi la spara grossa. Qui la caccia all’uomo è sempre aperta.