sabato 22 febbraio 2014

Grazie maestro!


La morte di un direttore d’orchestra, di un grande direttore d’orchestra come Claudio Abbado, è un lutto per il paese che gli ha dato i natali. Ultimamente l’artista milanese aveva diviso destra e sinistra per la nomina a senatore a vita. Sul web e sui giornali si era scatenata una specie di caccia alla bacchetta rossa, al terzomondista e filo-cubano, all’amico di Giorgio Napolitano (di Fabio Fazio e Roberto Saviano), reo non si sa bene di cosa o di troppe cose insieme: compreso l’impegno politico risalente agli anni della giovinezza. Siamo sicuri tuttavia che il maestro reagiva agli attacchi mediatici con quel sorriso timido ma coinvolgente che gli si appiccicava al volto nelle occasioni in cui, in cima ad ogni cosa, era opportuno collocare pazienza e spirito di sopportazione. E siatene certi, quell’idea di impegno civile come speranza di promozione sociale non avrebbe mai vacillato.
Abbado era in primo luogo un uomo generoso, non un semplice scopritore di talenti, ma un artista che offriva ai giovani una o più case all’interno delle quali misurare professionalità e doti. Queste case erano le orchestre da lui fondate perché il suo tempo non sprofondasse nella palude dell’incultura. Ricordiamo la “Mahler Chamber Orchestra”, la “Chamber Orchestra of Europe” e dal 2004 la bolognese orchestra “Mozart” che ha chiuso i battenti per mancanza di fondi già prima della morte del maestro. E che fortunatamente rivivrà il 30 giugno 2014 al “Ravenna Festival”. In quell’occasione Riccardo Muti, considerato il rivale del maestro milanese (entrambi hanno studiato con Antonino Votto), dirigerà la “Mozart” insieme all’orchestra “Cherubini” con un programma comprendente Beethoven e Ciajkovskij. Nel 2003 Abbado rifondava anche l’orchestra del festival di Lucerna con un organico formato da elementi della “Mahler” e di altre prestigiose formazioni. E a Lucerna Abbado avrebbe tenuto il suo ultimo concerto, il 26 agosto 2013, dirigendo la nona sinfonia di Bruckner.
Da un po’ di tempo il maestro milanese ribadiva il suo amore per la cultura pure in televisione, con quell’aria da personaggio di seconda fila, da antidivo, da spalla anziché da prim’attore. Era il suo carattere apparentemente chiuso, ma era un modo di presentarsi che lo rendeva, paradossalmente, perfino più carismatico. I musicisti in orchestra lo chiamavano semplicemente Claudio, lui lasciava l’appellativo “maestro” a chi probabilmente ne aveva bisogno per affrontare le difficoltà sul podio. Antropologicamente Abbado era l’opposto dell’inflessibile Toscanini, ma era nato con un talento straordinario – instancabile analizzatore delle partiture, dotato di una memoria stupefacente – ciò aveva fatto di lui un musicista pressoché unico nella lunga storia del Novecento italiano.
Vorrei proseguire con un ricordo personale. Il maestro a capo della filarmonica di Berlino che si esibisce per la riapertura del “teatro Massimo” di Palermo il 12 maggio 1997. E lì tornerà a “casa sua” nel 2002. Conservo gelosamente quella registrazione quasi di fortuna. Il “Massimo” inaugurato cento anni prima con “Falstaff” era stato chiuso nel 1974 per la messa a norma degli impianti. Le polemiche avevano raggiunto livelli intollerabili. L’apertura era stata un’autentica gara di velocità con Abbado che non aveva mai smesso di informarsi sullo stato dei lavori. Il maestro era nato da una scrittrice palermitana, Maria Carmela, figlia del professor Savagnone. Era dunque imparentato con gli Amendola attori e doppiatori molto popolari. Il papà era il celebre Michelangelo concertista e insegnante al conservatorio di Milano, originario di Alba la città di Fenoglio e Pinot Gallizio.
La cultura abbadiana era autenticamente europea. O forse addirittura senza confini. Era un re ma non voleva stare sul trono, titolava “Repubblica” il giorno dopo la morte. Il suo amore per la natura era noto da tempo. Credo che molti giovani, almeno fino all’estate 2013 o alle trasmissioni televisive di Fazio, non avessero idea alcuna circa le sue origini. Paolo Isotta cita come prime tappe di un’ineguagliabile carriera la vittoria al premio “Mitropoulos” e il debutto al festival di Salisburgo, entrambi del lontano 1963. Abbado è il primo italiano a salire sul podio al Concerto di capodanno (1988 e 1991). Alla Scala debutta nel 1960, lì rimane ininterrottamente dal ‘68 all’86 e lì compie operazioni quasi prodigiose in una Milano capitale incontrastata della cultura e della modernità. Nell’82 nasce la filarmonica della Scala, frattanto il maestro dirige l’orchestra sinfonica di Londra (1979-1988) e incide con quella di Chicago. Non legge solo partiture di tradizione italiana – e queste non nel modo in cui erano state lette fino a quel momento – ma anche Alban Berg, Mahler, Prokofiev, Stravinskij, Schönberg, Debussy e Stockhausen. Porta e porterà in scena Pergolesi, Rossini (“Barbiere di Siviglia”, “Italiana in Algeri”, “Cenerentola”, “Viaggio a Reims”), Verdi (“Simon Boccanegra”, “Macbeth”, “Aida”, “Ballo in Maschera”, Requiem) e Mozart (“Così fan tutte”, “Nozze di Figaro”, “Don Giovanni”, “Flauto magico”). Dirige l’ultima autentica generazione di cantanti-divi: Luciano Pavarotti, Placido Domingo, Josè Carreras, Mirella Freni, Katia Ricciarelli e Montserrat Caballé. Interpreta col gusto per la rarità Luigi Nono, Ravel, Bizet, Mussorgskij, Janáček, Richard Strauss, Brahms e Schubert. Infine incide anche lavori di Schumann, Bartok, Ciajkovskij, Hindemith, Bruckner, Mendelssohn e dell’immancabile Wagner.
Nei suoi anni alla Scala – lo affianca Paolo Grassi – le serate musicali abbandonano le consuetudini appartenute alla tradizione. Non solo eventi esclusivi per commendatori, baronesse e borghesi annoiati o in vetrina, ma veri e propri recipienti di cultura europea e nazionale. A disposizione dei giovani, degli studenti, degli operai, ma anche in trasferta nelle fabbriche, negli ospedali e nelle carceri. Cos’è la cultura se non un caleidoscopio di culture sconosciute ai più? Semplice, l’idea di Abbado è che la musica in ogni sua componente, da chi la fa a chi la ascolta, rimanga fedele al tempo in cui la si esegue. Durante il periodo d’oro della contestazione c’è lui alla Scala, appena trentacinquenne. Il 7 dicembre ‘68 Mario Capanna, che contesta tutto e tutti, in compagnia di altri duecento studenti tira uova e frutta imbrattata di vernice addosso agli elegantoni che assistono all’inaugurazione della stagione. Ma il teatro è già a lutto per la morte di due braccianti di Avola uccisi cinque giorni prima dalle forze dell’ordine. In cartellone c’è il “Don Carlo” di Verdi con Fiorenza Cossotto e Nicolai Ghiaurov. La regia è di Ponnelle. Una vicenda che è già storia come è storia una delle ultime volte alla Scala di Abbado, anno 1993, con il maestro che dirige la sua filarmonica di Berlino. Poi tornerà una sola volta grazie a Lissner il 30 ottobre 2012 a dirigere Chopin e l’adorato Mahler.
Non facciamoci strane idee: la sua carriera alla Scala è solo il capitolo di un lungo libro. Dirige abitualmente in Emilia Romagna (in special modo a Ferrara), al festival di Salisburgo, in America latina, a Berlino e a Vienna dove ha studiato e dove fonda il festival di musica contemporanea “Wien Modern”. Dirige la filarmonica della capitale austriaca già dal ’71 e progetta l’integrale delle sinfonie e dei concerti per piano di Beethoven insieme all’amico Maurizio Pollini. Con lui e con Renzo Piano ha in comune la stessa fede politica. Dal 1986 al 1991 guida l’Opera di Stato di Vienna, infine quando muore la leggenda Herbert von Karajan lo sostituisce (fino al 2002) come direttore della filarmonica di Berlino. Anche qui porta una ventata di novità e aria fresca. Dal 2005 partecipa al progetto musicale venezuelano di Josè Antonio Abreu per giovani provenienti dal mondo dei barrios. La musica, almeno fino a un certo punto, può e deve proteggere i deboli. I sogni vanno tradotti in arte e quest’ultima in aiuti concreti.
Muore nella sua casa di Bologna il 20 gennaio 2014, a ottant’anni. Una morte che spacca l’Italia dei babbei come era avvenuto per la nomina a senatore a vita, secondo solo a un rinunciatario Toscanini. Nel 2000 era stato operato di cancro allo stomaco. La camera ardente viene allestita a Bologna, presso la basilica di Santo Stefano, poi una cerimonia privata anticipa la cremazione della salma. Abbado non aveva il dono della fede. Scontato l’omaggio musicale della “Mozart” che esegue Mozart, Bruckner e Schubert. Una settimana dopo Daniel Barenboim direttore musicale della Scala (e grande amico insieme a Zubin Mehta) dirige la Marcia funebre dall’“Eroica” di Beethoven con la sala del Piermarini vuota ma a porte aperte. Almeno per una volta come da tradizione. Migliaia gli spettatori in piazza Scala e milioni di uomini e donne in sincero raccoglimento. Un unico pensiero a un mese dalla morte, mi auguro unanime. Grazie maestro.