martedì 28 ottobre 2014

Una destra a pois (Marco Iacona intervistato da Antonio Pesce)

D. Perché, come sostiene, il "fascismo" è una gran rottura di palle?
R. È un termine di paragone continuo, un omaggio all’irrazionalità – all’immaginazione, al nostro lato “artistico” – e io sono molto razionale. Per me l’omaggio al fascismo vale come: ma quanto erano bravi i Gracchi e che gran partito era quello radicale! La storia non concede mai il bis. Nemmeno ciò che è accaduto un’ora fa e che verrà raccontato tra mezzo secolo. Guardare al passato significa mordere il freno, ha un valore esclusivamente polemico o ideologico, non pratico. D’altra parte quello storico è sempre un giudizio sintetico. E il giudizio sintetico sul fascismo non può non essere uno: una dittatura nella quale le libertà politiche vennero affossate. Il fascismo è un pezzo da museo: quando vai agli Uffizi non ti interroghi sulla biografia dell’autore di un dipinto – magari lo farai in un secondo momento, a casa tua davanti al computer e con carta e matita – osservi e basta. Ecco: fare ricerca storica è una cosa, l’approccio emotivo un’altra. Andare per musei stanca la vista; e poi come in Provaci ancora Sam, lì dentro trovi anche chi si vorrebbe suicidare.


D. Il fascismo non ebbe meriti? Dove lo mettiamo lo stato sociale?
R. Il fascismo ebbe certamente dei meriti. Senza voler ritornare sulle discussioni di qualche tempo fa, quelle su: “Mussolini fece anche cose buone”, meravigliosamente chiuse da Roberto Benigni con qualcosa del tipo “Bé sì, magari fece costruire una strada” o se incontrava una vecchietta  salutava per primo. Un merito è quello di aver fatto l’Italia. Prima del fascismo e di ciò che ne fu la scaturigine cioè la grande guerra l’Italia praticamente non esisteva. Mussolini completò la costruzione della nazione e fece a suo modo gli italiani. Però come avrebbe detto Gianfranco Fini ai bei tempi (quando litigava in tivù con Luciano Lama): non è che l’abbia fatta molto bene. L’Italia era un paese addormentato, irreggimentato ma violento. Poi ci furono le guerre e lo “scherzo” della seconda guerra mondiale. Alla fine dovette riprendere da dove aveva lasciato e fu tutto più complicato. Credo però che la questione fascismo sì / fascismo no, sia più emotiva che storica (non dico scientifica). Ma il paradosso è anche questo: noi abbiamo del fascismo un’idea articolata, ideologica, ma basata su dati storici (e non poteva essere altrimenti). Noi del meridione, eterni conservatori e qualcos’altro, pensiamo che in fondo ci sia andata bene e che il periodo peggiore sia stato quello dell’“invasione” degli angloamericani. Al nord la pensano in maniera opposta. Lì c’è stata la resistenza. Qui la resistenza, mutatis mutandis, l’hanno fatta i “non si parte” del ragusano. Non per niente nel 1954 i libri sulla “rivolta” meridionale si leggevano come quelli di Guénon e di Evola.        


D. Lei però è conosciuto come studioso di Evola, di cui ha curato anche delle opere...
R. Evola è un personaggio sul quale tra un secolo esatto si continueranno a dire le stesse cose. Cioè tutto e nulla. Si rende conto che ancora non abbiamo capito che cosa fosse questo dannato “razzismo totalitario?”. Evola ti inganna perché il suo approccio è come dire pre-machiavelliano, pre-moderno. Per lui la politica non è arte del possibile, ma “ricerca” del nemico e incondizionata capacità di sognare. Di Evola ti affascina la facilità con la quale butta giù come una palla da bowling i grandi nomi della filosofia europea. Quelli che magari ti stavano un po’ antipatici.


D. Per esempio, quali?
R. Ricordo quello che scrisse Mircea Eliade: Nietzsche, Gentile e poi gli esistenzialisti. Tutti da superare o da bocciare. Anche Michelstaedter, il suo maestro, il maestro di Evola. Tutti fermi a metà strada. O in mala fede o retorici o fumosi (come Gentile). Per non parlare di quelli, come dire, ufficiali. Quelli che sono i padri della nostra parte di mondo, che si studiano a scuola e dai quali impari grossomodo a ragionare. Tutti uniti inconsapevolmente nel grande “complotto” mirato a far cadere l’Occidente nella rete del kali yuga. A parte il fatto che – come certo marxismo insegna – nessuno ha capito se la decadenza del mondo fosse inarrestabile o meno. Perché se lo era, inarrestabile, a che pro votarsi al fascismo? Anzi a un arrogante superfascismo? Ma so cosa Evola avrebbe risposto, o meglio cosa rispose ai suoi giudici nel 1951: “io non sono fascista o lo sono nella misura in cui il fascismo si rispecchiò nel pensiero dei grandi controrivoluzionari”. Falso naturalmente: rileggiamolo meglio. Evola da perfetto snob non si sporcava le mani. Ci si aspettava da lui una qualche assunzione di responsabilità, nevvero? Ma sarebbe stato troppo per il nostro Stanislao Moulinsky (ricorda i fumetti di Nick Carter?), falso barone spagnolo. Troppo per chi non fu fascista ma strinse amicizia con Preziosi e Farinacci, non fu repubblichino ma si adoperò eccome in semiclandestinità, non fu missino ma fu amico del principe Borghese (quello che si consegnò agli alleati), che scrisse la presentazione al suo libro del 1953. Insomma tutto un po’ complicato, tutto un po’ siciliano (i genitori di Evola erano di Cinisi).         


D. Dell’influenza di Evola sulla politica della ‘destra’ mi pare lei non abbia una buona opinione.
R. Quando leggi Evola pensi per riflesso condizionato che possa esistere un mondo alternativo. I buoni da un lato e i cattivi dall’altro. Da una parte quelli che vanno contro la tradizione, dall’altra quelli che si muovono al loro interno. Come dire? Evola ti semplifica la vita. Poi crescendo (crescendo), comprendi che le semplificazioni in politica sono delle dannazioni. Comprendi che i “nemici” (se ci sono) non vanno ghettizzati, perché anche tu sei un nemico, il loro “nemico”. E la legge è uguale per tutti, almeno in astratto. Comprendi soprattutto che in pochi anni Evola ha distrutto quello che in una manciata di secoli (circa) è stato costruito: parlo della cultura dei diritti. Cosa oppone Evola alla criticabilissima concezione moderna della politica, che poi sarebbe quella liberale? Razzismo, “differenzialismo”, elite spirituale (che non so cosa sia, e probabilmente manco lui sapeva cos’era). No, così non funziona. La tradizione, infine, se non una vera e propria invenzione come diceva Hobsbawm, è un articolo di fede (insomma: zuppa o pan bagnato?), o se vogliamo allontanarci da certo evolismo, come dicevo poc’anzi, lo studio approfondito di un’opera, di un lavoro o di qualunque fatto umano. E quali sono le tradizioni in Italia? cattolicesimo e rivalità cittadine. Non certo quella roba orientaleggiante di cui Evola parla nelle sue opere.


D. A pensarci bene, questa ‘India facile’, come la definiva un altro maledetto, Emil Cioran, è comune a molti pensatori, poi divenuti ‘maestri’ dei giovani destrorsi.
R. Già, il fascino dell’alternativo. Il rifiuto di noi stessi, la destra – non parlo del Msi – si è sempre sentita esule in patria, ma una patria dai confini incerti: colpa della grande rivoluzione. Quella che a sentire certi ragionamenti sarebbe causa di infinite aberrazioni. Naturalmente non credo a tutto, sennò darei ragione a Evola e agli evoliani: i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Ma per passare dalla montagna della dottrina alla pianura del quotidiano, chiuderei così: ha mai fatto caso – ben al di là dei venerati maestri – ai cosiddetti uomini della tradizione? Ho un blog dove pubblico i miei articoli: “Scandalizzare è un diritto” (è una frase pasoliniana – a proposito dell’India – e Pasolini che in India ci fu davvero parlava di “cancro castale”), nella home page in alto a destra sta scritto: «Venti? Trenta? Saranno trent’anni che leggo frasi del tipo: il complotto giudaico o giudaico massonico o plutocratico o vattelappesca ha per fine la creazione di un’umanità sfaldata, che non vive ma vegeta, priva di personalità. Di una massa di senza volto pronta a obbedire ai propri burattinai come una pecora al cane da pastore. Ecco: più che l’esito del complotto delle forze sovversive sembra il perfetto identikit del militante di destra». Con gente di questo tipo che ha una visione orgogliosamente e infantilmente “gerarchica” della vita e “militaresca” delle relazioni è impossibile averci a che fare. Anzi, come diceva Mussolini, riferendosi agli italiani: è del tutto inutile. Alcuni imitano gli imbonitori televisivi, altri vendono se stessi – mescolando “perle di saggezza” e sciocche citazioni – altri ancora infine si ispirano alle atmosfere dei vecchi saloon. Sono quasi tutti meridionali naturalmente e violenti. Su questo rifletterei.


D. Come vede l'orizzonte politico “non di sinistra”?
R. Lo vedrei bene se la destra facesse sul serio. Principio di realtà. Cultura dei diritti, rispetto della persona. Poca demagogia. Dal punto di vista dei valori. Liberismo e accesso allo stato sociale per i più deboli. E poi, per me, accoglienza dello straniero. Lungimiranza. Infine sempre e solo modernità. Coppie di fatto, lotta ai tabù culturali. Individualismo, come ci insegnano i padri del pensiero liberale. Abito una terra nella quale tutto ciò sarebbe fantascienza, anzi utopia. O per meglio dire distopia. Eppure anche queste non sono del tutto “libere”. Sa qual è la condizione essenziale per il pensiero utopico? L’abolizione della proprietà privata. Tranne Evola – erroneamente indicato come utopista – tutti i veri utopisti pensano che dalla proprietà (e dall’egoismo) derivi il male. Ecco io sono un antiutopista e non sopporto le comunità, le bandiere, le regole soffocanti, le appartenenze, i colori. Ha presente la poesia di Eluard sulla libertà, no? Ecco, nelle grandi utopie la partita si gioca tra felicità e libertà. Quando sento parlare della prima mi viene l’orticaria. Una scrittrice abitualmente non considerata come Sibilla Aleramo – Prezzolini non gliele mandò a dire – antepose la seconda alla prima. Era una donna e accadde molti anni fa. Per me, il “noi” sarebbe già troppo: sarebbe condizione di una sorta di dipendenza o interazione obbligata. Lo stato dovrebbe tutelare la persona e assicurare che nessuno rechi danno alla tua roba. E basta. Oggi lo stato è ancora una sorta di santo da pregare o una vacca da mungere. Detto questo, con estremo senso del reale, dico che vedo male la destra, quella attuale intendo e ciò è una fortuna. Quando nacquero Berlusconi politico e Alleanza nazionale perfino i topi di fogna s’inventarono di destra. Peggio del renzismo odierno. Peggio perché la sinistra ha sempre avuto più dignità, forse per il ricordo di Berlinguer.


D. Lei, quando nacque il Berlusconi politico e Alleanza nazionale, dove era? Dico, sullo scacchiere meta-politico, ideologico…
R. Pensavo come molti giovani che fosse venuto il nostro momento. Venivo da una breve esperienza presso un centro studi che mi chiarì le idee sull’approccio a certe tematiche (del tutto razionale, naturalmente). Ma credevo di aver già capito come sarebbero andate a finire le cose. Leggevo Marcello Veneziani che mi sembrava abbastanza serio, il prode consigliere rai cercava di collegare idealmente il pensiero degli intellettuali di ieri – quelli grossomodo del periodo fascista – alle vicende dell’attualità più stringente. Ecco: idealmente è il termine giusto. Ma sentivo citare Dio ad ogni angolo della strada. Neanche i pretonzoli filo-democristiani avrebbero utilizzato un linguaggio simile (in realtà la cultura era grossomodo quella, più qualche socialista di “larghe vedute”). Oggi sorrido soprattutto ripensando alla frase di Michel Onfray: Dio morto? ma se gode di ottima salute, è sempre sulla bocca di tutti! La sbornia durò poco. Adolfo Urso ha confessato che gli aennini non erano maturi per il potere. Ma quella, per paradosso, è stata la parte migliore della destra. La parte peggiore è formata da un plotoncino di narcisisti-tradizionalisti-nazifascisti-masochisti-spiritualisti eccetera. Personaggi da fumettaccio, che spendono male i crediti acquisiti nelle università. Se comandassero quelli – e per fortuna non accadrà mai – il giorno dopo volerei in Australia.                   


D. E culturalmente? ha vinto Gramsci (ammesso che lo si conosca oggi)?
R. Se intende dire “semplice” cultura speriamo ancora di no. Se intende dire educazione finalizzata alla conquista del potere temo di sì. O meglio, in Italia è sempre esistita l’idea che classe dirigente e masse fossero su piani del tutto inconciliabili. Il disprezzo delle masse è caratteristica anche della nostra insipida borghesia. Ciò per esempio non succederebbe mai in Germania. Una volta c’erano i preti, poi ci fu il boom dell’intellettuale di sinistra. Durante il fascismo – per quel che può importare oggi – non esistette un’idea generale di cultura e di possibile egemonia ma tante, troppe, chiacchiere cucite addosso come vestiti ad ogni intellettuale. Per certi versi, casi a parte furono la scuola di Mistica e certo evolismo sulle pagine del quotidiano di Farinacci. Uomo notoriamente “più realista del re”. Il fascismo fu tutta una rivoluzione-conservatrice nel senso che fu un miscuglio di reazione alla modernità, come disse Piero Melograni, ma per forza di cose anche di modernità. E non solo perché fu collettore di nazionalismi e continuatore, si dice, del Risorgimento, ma perché incastonata nel “secolo breve”, e una forza politica nel Novecento non può non essere moderna. La modernità come periodo non come concetto, non è una opinione né una scelta, la si subisce. Gli intellettuali di “sinistra” mi hanno sempre interessato, alcune furono delle figure quasi tragiche o patetiche che pagarono lo iato psicologico, e non solo, tra la fedeltà alla chiesa comunista e la libertà di pensiero. Unico vero faro per un intellettuale che deve essere libero perfino da se stesso, come un esponente dada. Trovo dunque l’idea dell’educatore un po’ pericolosa, dal mio punto di vista. Non so perché l’abbino al manganello. Alle bacchettate sulle mani. Se invece lei vuol dire che ha vinto la sinistra, ebbene non vedo chi avrebbe potuto vincere. Se volessi fare l’evoliano direi che la Chiesa non è più modello di niente, non lo è da un punto di vista rivoluzionario, non lo è come ordine sociale, non lo è come esempio di comunità, non lo è come “acceleratore di particelle” metafisiche o semplicemente come modello culturale. La destra del dopoguerra è stata semplicemente il nulla. Nata con chiari intenti difensivi. È morta con la fine della guerra fredda. Poi qualche anno dopo è venuto Berlusconi a farci capire che con Tolkien e gli altri ci passi una serata (piacevole), ma non ci voti una legge in parlamento.

D. Lei dice che alcuni intellettuali di sinistra l’hanno interessata. Quali sarebbero?
R. Ho letto Pavese – che è comunque al confine – Vittorini, Pasolini – altro borderline – e molti altri con passato anche imbarazzante non lo nego. Naturalmente se vuoi farti un’idea della regione che occupi Sciascia è obbligatorio come una volta il servizio militare. Sciascia fu indipendente del Pci. Ma oggi non ne farei una questione di “destra” e “sinistra”. Camus e Gide mi hanno dato più di Guénon e di qualunque altro astruso pensatore vittima di mode e simpatie. Poi naturalmente il Woody Allen scrittore che padroneggia il rapporto dialettico realtà-fantasia come pochi. E che cerca di sanare la frattura tra i canoni del mondo reale – imprescindibili – e il diritto ai sogni. Insomma ti fa crescere.


D. Scusi, ma lei, allora, ‘a destra’ che ci fa?
R. Grazie a dio ho imparato a ragionare per generazioni. Se lei ragiona con approccio astorico la risposta è: nulla! Io con quella destra c’entro come Jeeg robot d’acciaio in un film western. Se per destra si intende quella sorta di baule nel quale “teorici” del pensiero rifiutato, liceali con velleità spiritualiste (e non entro nel merito), madonne e madonnari, coppole storte e fascisti che non hanno conosciuto né Mussolini né Almirante e forse manco Fini si trovano pressati a forza. Ma codeste comunità di macellai e vegetariani, carnivori e vegani nutrono reali speranze? Alcuni credono a una prossima età dell’oro (con Giorgia Meloni gran sacerdotessa?), altri sono sedotti dalla retorica della romanità o dal fumo del mondo classico salvo nei fine settimana definirsi futuristi. Altri dal fascino del proibito. Altri – se me lo consente – sono forse un po’ matti. Altri infine, la stragrande maggioranza, sono borghesi che esemplificano alla grande la relazione struttura-sovrastruttura. Hanno creato una ideologia a perfetta immagine dei loro interessi. Tuttavia, mi piace ragionarla così, la destra non è più quella di ieri, anzi non è più quella eterna: dio, patria, famiglia, mia sorella è vergine e mio padre eroe omerico. Dopo il boom, il Sessantotto, il Settantasette e quella che è stata definita l’età del benessere, molte cose sono cambiate. E con esse le pedagogie. Non sottovaluterei il rock, le mille possibilità che offre l’ateismo. E poi il mercato. D’accordo ogni fascia d’età, ogni genere ha la sua fetta di mercato che impone costumi e comportamenti, ma che vogliamo fare assaltare gli ipermercati al grido di morte al tostapane? Il potere è il potere e precede la politica. Evola mi ha insegnato che le risposte ai quesiti, grandi o piccoli che siano, non devono sfuggire al rigore logico. Se no non sono risposte. Le soluzioni devono essere vere soluzioni. Chi ha verità in saccoccia? A meno che non passino per la declamazione dei versetti del fascista perfetto o per il corteo comunista con zero proletari al seguito. Vogliamo condannare il gruppo Bilderberg? Come diceva quel tale però, guarderei prima al Bilderberg dentro di me e poi a quello fuori di me. Conosco chi da quarant’anni e passa ripete sempre le stesse cose. Immobile come una nave in bottiglia: la sua realtà è di un unico sbiadito colore. Non si è accorto che di occasioni ne sono passate come acqua sotto i ponti. E cosa è accaduto? Forse come direbbe Pound o non vale nulla lui o non valgono le sue idee. Magari provasse ad andare dal medico. O dallo stregone.


D. Da quello che ci ho capito, mi pare che lei si sia rassegnato al tramonto dell’Occidente. Mi pare che attenda, o meglio sia sicuro che qualcosa – la nostra civiltà, quello che noi abbiamo sempre creduto essere la nostra civiltà – è  destinata a passare.
R. Non so se l’Occidente è al tramonto. Su civiltà antiche e moderne, vecchie e nuove e raffronti tra il prima e il dopo la pubblicistica è sterminata. Ricordo tra le prime letture quella di Guizot. Trovo che almeno da un secolo la “civiltà americana” rappresenti il meglio che il nostro mondo abbia prodotto – naturalmente ha mille imperfezioni, ma l’attacco della Costituzione quel “Noi popolo”, fa venire i brividi e il più delle volte anche gli incubi. Ecco il Colosseo mi è venuto a noia, le torri gemelle mi piacevano tanto. Peccato non ci siano più. La mia generazione, per tornare al discorso di prima, ha sue fondamenta, sue colonne, muri e finestre per mezzo delle quali – come in uno spettacolo di Emma Dante – comunicare con l’esterno, ma anche con l’eterno, se si vuole: esterno senza la “esse”. Non me la sento di distruggere il mondo. C’è chi dice che questo sia anche un modo di cavalcare la tigre. Non so, non credo, è una locuzione pericolosa da fascista puro, che stavolta una “esse” la guadagna: sfascista. E per far che? Torna il quesito: consegnerebbe a un pugno di estremisti digiuni di giusnaturalismo mappa topografica e bussola? Presterebbe a dei costituzionalisti per hobby e laziali per chiamata le chiavi di casa?

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