lunedì 2 febbraio 2015

Vi dico cos’è la festa di sant’Agata. Intervista a un residente/resistente

D. Il 5 febbraio è sant’Agata, patrona di Catania. Cosa significa per te questa festa?
R. Nessuna importanza, disinteresse assoluto per la storiella di Agata e per tutto quello che ne deriva. Fenomeno religioso, manifestazione popolare, appello a qualsiasi forma di sacralità.

D. Cominciamo bene…
R. La festa di sant’Agata da un punto di vista strettamente religioso è il prezzo che la regione paga alle sue censurabili tradizioni. È la festa dell’occupante, spocchiosamente schierato contro la libertà di pensiero, sovente d’azione. Libertà della quale la maggioranza dei partecipanti sconosce presupposti storici ed esiti politici. Sant’Agata, come festa è quello che Catania merita. Città preda di smanie e umori. I “devoti” sono soldati inconsapevolmente schierati dalla parte del nemico. Vestono perfino una divisa. Dal punto di vista “popolare” la festa è la consegna delle chiavi della città alla massa delinquenziale. Come a dire: “qui comandiamo noi”. Sant’Agata è la festa della violenza. E non mi si venga a dire che manifestazioni di questo tipo rientrano nelle consuetudini di ogni comunità. Ne ho girato di luoghi, Catania è la città dei record negativi: sant’Agata compresa.

D. Tu cosa proporresti?
R. La cancellazione dello spettacolo. I propositi sono tutt’altro che segreti: cavalcare la credulità popolare e dare sfogo al penoso esibizionismo delle genti del sud. Per far ciò si dovrebbero estirpare le radici cristiane, o meglio quelle superstizioni fideistiche abbinate ad emozioni e bisogni, ignoranza e inefficienza. Peggio del tritolo. Cosa impossibile. Anche fare in modo che i “pendagli da forca” siano padroni della città per un paio di giorni è cosa impossibile. Catania è una città ad altissima percentuale di mascalzoni. Inestirpabili anche questi, almeno fino a quando non si avrà il coraggio di fare tabula rasa delle cosiddette tradizioni. E potrebbe non bastare.

D. Un esempio?
R. Prima tra tutte quell’orribile dialetto, veicolo oggi non solo di ignoranza e superstizione ma anche di sopraffazione. Il siciliano te lo senti addosso perennemente. Le madri siciliane sono le portatrici insane del virus della corruzione morale. Bisognerebbe abbattere monumenti che sono il simbolo di inquinamento emozionale. Ma sarebbe impossibile.

D. Insomma, ti divertirai il 5 febbraio…
R. Sono stato a casa quasi ogni anno. Come diceva quel tale, soffro particolarmente – la mia aspirazione alla logicità ne esce male – le differenze tra “idea e azione”- Le incompatibilità tra le immagini contenute nelle frasette recitate da preti e pretonzoli incasellati nelle “gerarchie” e la condotta della gran massa dei fedeli, capace di legnarti, colpirti con armi da fuoco o bruciarti vivo senza pensarci due volte. In realtà l’aiuto chiesto a sant’Agata vale come patente di inettitudine – ricordiamoci che questa città occupa perennemente gli ultimi posti delle classifiche in relazione alla vivibilità – ed è manifestazione di sudditanza e di attitudine alla subordinazione. E in questi luoghi, ove la mafia spadroneggia, la mancanza di libertà è regola fissa. Libertà dalle tradizioni, dagli “insegnamenti” di genitori e progenitori e dai loro “valori”. Una sorta di approccio psicanalitico alla mafia vede nel ribellismo meridionale il riflesso dell’assurda relazione con chi ci ha preceduti. E significativamente ci limita.

D. Sangue marcio insomma…
R. Qui si entrerebbe in ambiti pericolosi. Ogni siciliano avrebbe bisogno di verità. Qualcuno dovrebbe raccontare qual è il peso reale della Sicilia nel complesso delle relazioni sociali. Discorso molto ampio. Il fatto che le prime due cariche della repubblica siano oggi impersonate da siciliani, potrebbe essere diversamente interpretato. In un periodo di profonda crisi morale e materiale è ovvio che i siciliani tornino a galla. Vedrai che da qui a qualche anno, quando certe posizioni saranno chiare, si comincerà a dire che questi siciliani hanno tradito la Sicilia. Ecco: da anni si va avanti così, siciliani che prendono per i fondelli altri siciliani. Ed è già un successo: almeno uomini non spareranno su altri uomini. Ma nessun siciliano ha mai “tradito”: i siciliani sono semplicemente ineducati alla presenza dell’altro. Vivono le relazioni come filtrate da un complesso di sudditanza. Sant’Agata è il trionfo del privato che si fa pubblico. Tutti a chiedere “favori “ e “miracoli”, il desiderio che nessun siciliano confesserà mai è l’eliminazione fisica dell’altro sé. Un rituale officiato giorno per giorno. Per fortuna sant’Agata non esiste sennò supererebbe per ferocia Hitler e Stalin.

D. In ultimo: la cultura ci salverà?
R. Ovviamente no. La cultura in Sicilia è una somma di inutili cartoline con inutili ruderi. Siamo così bravi a prenderci per i fondelli, che a furia di dirci colti, l’abbiamo data a bere agli altri. La cultura al sud non esiste. L’unica che conti davvero, quella della tolleranza e della convivenza è orgogliosamente assente. Di bellezza (estendo la tua domanda) non se ne vede granché. Malgrado ogni scribacchino almeno una volta nella vita abbia decantato le doti di Sicilia e siciliani. Un tizio (non ricordo il nome, ma non era importante) diceva di commuoversi vedendo le coppiette siciliane sedute sugli scaloni di una chiesa. Se avesse visitato altri luoghi, di coppiette e di scaloni ne avrebbe visti come paglia in un covile.

D. Abbasso sant’Agata allora?
R. Viva lo stato laico. Conquista preziosissima. Viva la modernità. Rifiuto categoricamente, da cittadino residente di far mia la formuletta: Catania uguale sant’Agata. La trovo vergognosa e offensiva. Preferirei: Catania uguale scienza o creatività, piuttosto. “Sogno soave e casto”, a quanto pare.



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