venerdì 16 dicembre 2016

I settant’anni del Movimento Sociale Italiano


È solo una battuta, me la gioco subito. Il 26 dicembre 1946 – cioè settant’anni fa – nasceva il Movimento Sociale Italiano. Secondo tradizione, il 26 dicembre i nostri teatri inauguravano la stagione di carnevale. Volendo procedere su questo registro ce ne sarebbero di episodi vecchi e nuovi da narrare, ma la politica già di per sé divertente mal sopporta – è stato abbondantemente verificato – risatazze e ironie “fuori luogo”. La satira è roba seria per realtà serie. Tutto qui.
Detto questo parlare del Msi dal punto di vista della percezione mi si passi il termine scientifica del fenomeno “destra” è oltremodo imbarazzante. La nascita di una storiografia, più o meno credibile, è roba dell’altro ieri. Dal lato dei “nemici” la parentesi missina – chiusa con la nascita di Alleanza Nazionale – è una sorta di girone infernale da cui fuggire a rischio dell’azzeramento di ogni ambizione euristica. C’è chi taglia corto: i missini "nun se l’è filati mai nessuno". Ovvia responsabilità di una cultura sinistroide che ha nullificato l’opposizione – quando lo è stata opposizione – a destra della Dc, colpa degli “umori” di lungo periodo che hanno costretto il fascismo a babbo morto a farsi topo tra i gatti del nuovo potere. Responsabilità anche di una destra che non solo non è mai riuscita a narrarsi nelle sue divergenti idealità – sciocchezze a parte – ma non comprendendo il valore del cosiddetto Storytelling non è riuscita a costruire un percorso credibile che andasse al di là dei malpancismi d’avvio settimana. Le “dolci memorie” hanno occupato il campo del descrivibile. Dovendo svolgere una ricerca sugli anni cinquanta, a Palermo venni liquidato con un «storia vecchia, non serve a nessuno!». Perpetuità in apparente contraddizione col peccato di voler riprodurre – o essere costretta a farlo – oneri e onori del “bel tempo” che fu. Un esempio su cui operare: sulle questioni economiche e del lavoro, sulla spinosa questione del rapporto tra i protagonisti del ciclo produttivo, nonostante fiumi di paroliberismo, non si è mai andati oltre un approccio autoritario, al più paternalistico.
Roba che settant’anni fa riempiva le pagine dei giornali (non sapete quanti) insieme ai dibattiti di lunghissima durata su cosa in realtà dovesse essere il Msi. Movimento e non partito – portatore di istanze passibili di unanimità – di destra o di sinistra? Erede diretto della Rsi coi suoi valori sociali – si veda la Carta di Verona – o elettoralmente preda del meridione d’Italia già qualunquista, che caduto il fascismo fece quanto gli era possibile per non trovarsi i comunisti in casa? A chi accusa il Msi di aver indugiato a lungo su certi nodi con tanto di logiche spaccature interne (ma è nato prima l’uovo o la gallina?) si potrebbe replicare che in un contesto democratico, strategie e spazio politico “esterno” valgono quanto e oltre le comuni forme soggettivanti. Il Msi poteva ben essere più a “sinistra” di un Pci che ambiva a farsi anch’esso partito-stato ma opporsi idealmente e perfino geometricamente ai togliattiani era uno dei primi obiettivi del Movimento. L’altro tema era quello relativo alle relazioni in scena e nel dietro le quinte tra Msi e Stati Uniti. Su queste Giuseppe Parlato ha speso parole definitive. L’“aiutino” americano ci fu ed anzi nella mente di un’intera ala missina della prima ora, quella romualdiana, balenava l’idea di creare un partito costruito sui valori occidentali con alleati comodamente reperibili. Ad essa, inizialmente, si contrappose l’ala del “partito dei reduci”. Quest’ultima finì per vincere e il suo leader era Giorgio Almirante.
La storia del Msi è lunga, strapiena di svolte, biforcazioni, micro e macroscissioni (come non riconoscere nelle ricorrenti spaccature le feroci battaglie tra i marziani verdi e rossi di Thark, Warhoon, Helium e Zodanga narrate da Edgar Rice Burroughs). Per opinione comune il Msi è un modellino nella vetrina di una “destra” poco o punto visibile. La casa editrice Rubbettino ha da poco stampato un volume a cura di Giovanni Orsina, “Storia delle destre nell’Italia repubblicana” utilizzato come testo base anche nelle università. E la notizia è certamente positiva. “Sorpresissima”, ci accorgiamo di avere a che fare con una pluralità di soggetti politici: destra democristiana, missina, liberale, monarchica, leghista, berlusconiana, più la destra estrema e quella antipartitocratica. Un mosaico incomposto di idee, storie – alcune nobilissime – e finalità. Variabili e varianti di una borghesia autenticamente viva e di quel ceto medio di cui s’occupò Renzo De Felice nelle sue “interpretazioni” del fascismo. Questa e quello più che mai protagonisti a partire dagli inizi del Novecento. In definitiva, cos’era Alleanza Nazionale nata dalle ceneri del Msi e morta anch’essa se non un coagularsi di idee spurie dopo anni, come s’usa dire, di riflessioni?
A un certo punto dopo la completa disfatta sessantottina (ne parla tra gli altri e a proposito di memorie Franco Servello in uno dei “pezzi” migliori della memorialistica targata Msi: “60 anni in Fiamma” – Rubbettino 2006), parte della destra missina soprattutto quella giovanile, che per vivacità non era mai stata seconda a nessuno, pensò di dover svoltare aprendo alle istanze extrapolitiche. Un po’ tutti cominciavano a guardare al di là del conosciuto. Anche qui le interpretazioni divergono: cercava di vedersi con occhi nuovi ovvero si trattò della più classica delle vendite di fine stagione? Tutto o quasi nasceva, in quel contesto, dall’ex evoliano Pino Rauti che preferiva i capitoli intellettuali a quelli più propriamente agonistici. E che riprendeva tra l’altro la mai sopita polemica di un Movimento non di destra che all’elettorato di sinistra avrebbe dovuto guardare. Sulla “nuova destra” così definita e che ha partorito le migliori menti di quel variegato ambiente, seppur in essa abbia trovato terreno fertile la coltura di un nevrotico utopismo, sono stati versati ruscelli d’inchiostro. È certo comunque che la “destra” rautiana favorisce l’analisi di temi nuovi: dall’ecologia al ruolo della donna. Ovvio che la tesi del conservatorismo quanto mai necessitante, contenuto nell’idea spuria di tradizione, dovesse prima o poi fare a cazzotti con un’antitesi costituita da ogni atomo di realtà. Quella realtà – leggi contemporaneità – che avrebbe dovuto essere il faro di un intero Movimento ma che dovette fare a pugni con temi e tesi d’ogni genere con annessi referenti da bollino “anticonformista”.
A settant’anni dalla fondazione presso lo studio Michelini, il coraggio di raccontare il Msi nel migliore dei modi è stato trovato dalla fondazione “Alleanza Nazionale”. Ha allestito una mostra a Roma in via della Scrofa, visitabile fino al 10 febbraio, a cura di Parlato (si tratta dunque di una mostra seria) dal titolo “Nostalgia dell’avvenire”. Ce n’è per tutti i gusti come in fondo è nel Dna del Msi nato come movimento di sintesi che intendeva opporsi – con energie e modalità cangianti – alle trasformazioni inaugurate negli anni quaranta. Una destra che ha sempre vantato il proprio “speciale” rapporto con la base degli aderenti, un rapporto emotivo e non di mera utilità (tipico di certa borghesia, il primo non il secondo). Non c’è dibattito, discussione o chiacchierata tra amici all’interno dei quali non salti fuori il carattere emozionale della militanza missina. La diversità dell’uomo di destra baciato dalla fortuna di possedere – secondo le grazie della sua autoreferenzialità – una visione del mondo in luogo di una mera ideologia di sostanza althusseriana.
Per chiudere ma per restare nel racconto. Il 7 ottobre a Catania, all’interno del contenitore “MuovitItalia 2016” (una tre giorni organizzata tra gli altri da Forza Italia e dal gruppo del Ppe al Parlamento europeo) si sono dati appuntamento Fabio Fatuzzo, Nello Pogliese, Guido Lo Porto, Biagio Pace e Marcello Tricoli. E con loro Giuseppe Amato e Altero Matteoli. A parlare del Msi in uno dei “centri” nei quali la destra ha trovato risorse umane in grado di cavalcarne idee e strategie. Per chi non lo sapesse Catania è stata città “nera” per elezione prima negli anni cinquanta poi nei settanta; proprio lì un ventennio dopo la destra è diventata forza di governo locale. Non ci si poteva augurare che tutti la pensassero allo stesso modo. Come volevasi dimostrare, le posizioni emerse – due e sembrano pure poche – si perdono nel cielo dell’“ora zero”. E non solo di quel che fu si è discusso, sarebbe già stato sufficiente, ma di eventuali strategie per un futuro più o meno immediato. Una “destra-destra” da un lato pronta a rilanciare temi fondanti, non disposta a farsi irretire da tentazioni centriste, e una destra da “centro-destra” disposta a tessere alleanze allo scopo di accedere alle stanze del potere. Destra maggioritaria versus destra minoritaria (della sinistra nessuno parla, ovvio). Uno scontro alla base della sostanza del partito dei fascisti in democrazia e non solo. Partito degli sconfitti – e sai quanti ne trovi – in grado di testimoniare valori in qualche misura “eterni” destinato a un’esistenza grama o nominale, o partito di destra per così dire moderna in grado di ri-candidarsi alla guida del paese?
Lo schema grossomodo è questo. Nulla di nuovo sotto un sole che “illumina” questioni di trascorsa geografia o geologia. E sempre in attesa che gli interessati – quelli dal cuore caldo – ci spieghino il peso delle variabili empiriche all’interno delle loro affannose meditazioni.



martedì 25 ottobre 2016

Carlo Rovelli un ateo di… spirito



“Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli – fisico teorico – si apre con una dichiarazione di laicità. Oggi non la trovi da nessuna parte. Forse nei pochi testi liberali, riproposti con la consapevolezza di forzare le porte della città proibita. Poco più di ottanta pagine sulla rivoluzione scientifica del XX secolo. Lettura che svela – alla greca – la “minaccia” del non-conosciuto (presumibilmente conoscibile o probabile). Ciò che non sappiamo del quale socraticamente dovremmo avere “coscienza” ha dimensioni galattiche. La verità come presenza di categoria concettuale – mi permetto di interpolare una frase del matematico Odifreddi – andrebbe classificata secondo una scala di perfezione che dal grado matematico – la verità più facilmente “riconoscibile” – porta a quello storico, ove nessuna proposizione sfugge alla regola dell’interpretazione. Qui il relativismo spadroneggia alla maniera di un borioso capitalista.
Sette capitoli più una premessa. Teoria della relatività generale di Einstein, meccanica quantistica di Planck, Einstein e Bohr, architettura del cosmo (causa turbamento il pensiero della sua complessità: altro che Madonna e san Giuseppe), particelle elementari, gravità quantistica a loop, calore e tempo. Per ultimi gli essere umani, osservatori interni soggetti alle leggi della natura. Convinti di testimoniare quell’unicità – perfino Nietzsche separava la persona dal corpo, sostenendo che fosse il secondo ad ammalarsi – che essi stessi rincorrono fin dall’età più remota. Un libro, edito da Adelphi, che ha avuto singolare successo. È la regola per gli italiani che fischiettano le canzoni di Sanremo nei giorni del Festival dei fiori, e che ai bei tempi intonavano arie d’opera dopo una prima a Milano o a Venezia. Di tutto questo Carlo Rovelli sembra però perfettamente cosciente.
L’Italiano medio ha un rapporto singolare con la scienza. Esulta per le vittorie anche se non ne afferra il significato. Onori e oneri di una cultura che, qui da noi, ha privilegiato l’istruzione di tipo umanistico nel suo ristretto significato. Siamo posti nelle condizioni di conoscere “tutto” di Leopardi e dei romantici, poco di Galilei nulla di Majorana. La nazione si scalda per adottare mille scappatoie poetiche, sforna un arcobaleno di retoriche. A diciotto anni – prima di incappare nella sentenza di Benedetto Croce – abbiamo già scritto orribili poesie, non siano sufficientemente attratti dal linguaggio musicale, sappiamo pressoché nulla di matematica. Siamo belli e pronti per vestire da noiosi borghesi che tromboneggiano sulle “bellezze” del creato, la “saggezza” degli antichi, le meraviglie visibili e “invisibili” dei luoghi. Non creiamo, semplicemente ci adattiamo. Rovelli si augura (non promette) «occhi nuovi per vedere il mondo».
Crediamo nel potenziale “rivoluzionario” della Divina Commedia (con relative appendici “esoteriche”) nulla sappiamo circa gli articoli di Einstein pubblicati nel 1905. Ci hanno detto che la bellezza va contemplata e onorata (anche in sua assenza), non creata attraverso linguaggi nuovi, finanche incomprensibili come la meccanica quantistica. C’è chi ordina di rimestare il brodo di stagione, abbassiamo la testa come siciliani ammaestrati. Il mondo è fatto di «avvenimenti» e «relazioni» che svalutano le smanie classificatorie. Utilizziamo il “microscopio” per scomporre la più sciocca delle poesie ove Dio o chi per lui è protagonista nella sua assenza. Chi ci dice qualcosa su materia, energia e relativi legami? E sulle particelle che compongono lo spazio totalizzante? Imperativo: obbedire alle regole della conservazione. Il buon cittadino manda a memoria pagine su pagine, crede che l’atto del conoscere – la verità come svelamento: la maledetta apocalissi – sia traguardo e non mezzo. Majorana, aveva il massimo dei voti in greco e latino. Una “comune” introduzione alle altre discipline, per lui. Chi genio non è dovrebbe essere spinto alla conquista di nuovi saperi.
Filosofeggiamo sulle radici “pagane” dell’Europa – ci specchiamo nei ragionamenti altrui – ma il nostro impegno si ferma al riordino di certa rigatteria tradizionalista. Sia detto col dovuto rispetto, quella dell’origine – l’origine negazione “logica” dell’evoluzione – è una vera e propria malattia. Dedico ai conservatori in spirito un pensiero di Prezzolini – conservatore ma di ben altra pasta – materia su cui riflettere. Vado a memoria: è vero che gli antichi cinesi avevano conoscenze avanzate in tema di astronomia, ma sulla luna ci sono andati gli americani. Catania 18 marzo, Rovelli – pur con la timidezza dell’ultimo arrivato – ha provato a spiegare al cardinale Gianfranco Ravasi – noto saggista – di cosa si occupa la scienza. Bisognava leggere tra una riga e l’altra, ovviamente. Ha stravinto l’incontro; la mia idea è che il suo avversario fosse una sorta di Renzi che parla di tutto per non dire niente. Il pubblico, abituato a frequentare le chiese, era di una mediocrità imbarazzante. Aggiungiamo che si trattava di siciliani – quelli della festa di s. Agata: la terza al mondo dicono i cacciatori di record – testimoni volutamente impotenti di quotidiane stragi dell’intelligenza.
La tolleranza non fa parte del bagaglio di una chiesa che scopiazza dalla cultura laica – Ravasi avrà già in mente una mezza dozzina di proposizioni di verso opposto – ma un limite ce l’ha. Il tentativo dell’animale da corsa che chiede il dialogo per veder “legittimate” posizioni faticosamente sostenibili o propriamente offensive. Nel postmoderno mondo delle “verità” è più che possibile. La chiesa ha perso così tanto terreno da dover bussare alla porta dei “senza Dio”, alla ricerca di un pezzettino di cronaca. È inclusivista. Il suo motto è “l’avevamo già detto”, un “si può fare” da dottor Frankenstein che puzza di strategia tentacolare. Per me l’iniziativa del “Cortile dei Gentili” su ispirazione di Ratzinger oggi papa emerito – il cortile è una parte del tempio di Gerusalemme ove tutti avevano accesso – va in questa direzione. Poi, ovviamente la “tradizione” – altrimenti detta abitudine – fa il resto. Il virus dell’origine si attacca agli organi e produce danni irreversibili. Cosa è accaduto in quel lasso di tempo che dall’ora zero ha condotto al primo nanosecondo di “vita”? È stato uno dei temi affrontati nel dibattito tra il “cervello in fuga” e il presidente del Pontificio consiglio della cultura, poi anche biblista, teologo e sa lui cos’altro. Moderatore il giornalista Rai Fabio Zavattaro. Nella chiesa di San Nicolò l’Arena (provate ad attraversare il quartiere Antico Corso ad ora tarda e avrete da dire la vostra) invasa da curiosi e baciapile. In minoranza, ad essere “lombrosiani”, volterriani e uomini di scienza.
L’università c’è, ci sta. È giusto che ci stia. Il rettore Giacomo Pignataro che ha il pregio della garbatezza lo afferma nel momento introduttivo. Ma l’università non è tutta qui. Setta con regole e consuetudini gelosamente custodite. Luogo “aperto” che vive la condizione di una Penelope che fa e disfa a seconda delle convenienze. L’università è spazio di confronto, un pericolo per le dittature diceva Umberto Eco. Ma un apparato di potere temibile quanto la cattiva politica. Temi generali la luce – dialogo tra credenti e non credenti – e un versetto del libro di Giobbe (35,5). “Contempla il cielo e osserva”. Luce come oggetto e principio che richiama un elenco straordinariamente vasto di azioni. Dalla creazione all’estinzione. Protagonista di visioni laiche e spirituali. Ogni cosa e il suo contrario, roba per poeti e biblisti. Ovviamente per scienziati.
Rovelli cos’è la luce? «Mi sento fuori casa e imbarazzato. Questo non è il mio mondo. Ho accettato per vanità e curiosità». Prima grande questione: «in Italia dirsi ateo non è facile». Ci prova leggendo un testo nel quale rivendica la responsabilità delle proprie scelte, prive di necessità di piacere a Dio e a chi lo rappresenta. Ravasi ha la citazione pronta. Al centro della scena: a destra il fisico marsigliese a sinistra il giornalista. Luce come metafora del nostro legame con l’esterno, dice Rovelli. «Luce è una candela», tirata fuori da un sacchetto e accesa. Un’esperienza chimico-fisica. «Le molecole si agitano, una ragnatela di linee si attacca ai nostri occhi. Milioni di anni di evoluzione hanno permesso che questi lanciassero dei segnali al cervello». Ravasi s’atteggia ad analizzatore: è più del suo mestiere. «La luce è una grande categoria teologica». Attacca con termini e significati tratti da testi e tradizioni delle più note religioni al mondo. Dall’ebraismo al cristianesimo, dal buddismo, all’induismo, transitando per i culti dell’antico Egitto. La luce è trascendenza e immanenza, intima percezione. La direzione non è solitaria. Esterno e interno. È l’assist giusto per lo scienziato. Per “batterlo” sul suo terreno.
Scalinata della chiesa, a pochi metri scritte da ultras (Acab, eccetera) e la “mattonella” prediletta dai devoti agatini per omaggiare boss e famiglie. Un liceo storico e il Dipartimento di scienze umanistiche. Tra il prima e il dopo una porta in ferro. Qualcuno si è divertito a giocare al tiro a segno. Libro e moschetto. Ravasi è un principe, se ne accorge pure Rovelli che si tiene quasi in disparte. La questione venne inquadrata da Woody Allen in “Deconstructing Harry” di quasi vent’anni fa, ultimo o penultimo dei grandi film. Cito a memoria: “Tra il papa e l’aria condizionata, scelgo l’aria condizionata”. Al siciliano tipo interessa l’omino che veste di bianco con ufficiali e sottufficiali in “divisa”. Ce ne siamo accorti da tempo.
La chiesa vince e – Ravasi o non Ravasi – porta a spasso l’ignoranza. Eppure: «Rovelli, a che punto è la fisica teorica in Italia?». «L’Italia è uno dei grandi paesi della fisica teorica, adesso è un po’ in sofferenza per mancanza di sostegno e spazio, ma resta ancora una culla della fisica teorica». Incredibile. «Cos’è venuto a fare?». «Parlo della mia visione del mondo. Assolutamente atea, molto diversa da quella della chiesa, dico del mio ateismo». «Trascendenza, spirito: niente da fare per uno scienziato?». «Parlo per me. Trascendenza no, penso che il mondo sia uno solo, è questo ed è molto complesso e ricco. Ma non ce n’è un altro. Spiritualità sì, se si intende la ricchezza della vita interiore penso che ne abbiamo tutti di spiritualità».
Il libro più famoso, quello che ha provato a far ragionare chi crede che la ricerca si fermi alle frazioni con la virgola, è proprio “Sette brevi lezioni di fisica”. Pare fossero tornati i tempi di Salman  Rushdie. A suo tempo tutti a parlare di “fatwa”, poi tutti esperti di fisica perfino chi crede che “Rio Bo” sia il sale dell’universo. «Il suo libro ha venduto tantissimo, ha sorpreso anche lei no?». «Assolutamente!». «Com’è nato?». «Per caso, non è stato un vero progetto. È nato con degli articoli, poi mi è stato chiesto di farli crescere. È diventato quello che è diventato un po’ da solo». «Ne sta preparando un altro?». «Per adesso no».
Nella città di Majorana, oggi. «Ha studi o esperienze particolari che riguardano lo scienziato catanese?». «No, sono affascinato dal personaggio, misterioso e splendido nelle cose che ha fatto, ma non ho ricordi. Mi piacerebbe anzi sapere di più di quello che sanno tutti». I complottisti in Sicilia valgono i consumatori di radicchio di Chioggia o del trevigiano. Specialità nostrana. A cominciare da Salvatore Giuliano, anzi dall’operazione “Husky”. Passando per qualunque fatto provochi l’usato fenomeno dell’emissione. “Sommario di decomposizione” per dirla con l’insonne Cioran. Null’altro che un deficit di personalità. «Lei ha una sua “teoria” sulla scomparsa di Majorana?». Lapidario: «nessuna!». Parte obbligatoria come un esercizio di ginnastica artistica. «È la prima volta in Sicilia?». «No, per carità! Adoro la Sicilia come tutti. Sono Veneto, sono un nordico, ma la Sicilia è una seconda anima, è difficile non amarla». «Lei non insegna in Italia». «In Francia! Ho provato a tornare e non ci sono riuscito. Ma sto benissimo in Francia e va bene così». Tre a zero a favore dei cugini.
Sul confronto c’è molto o poco da dire. A seconda dei punti di vista. Il nostro è quello di Rovelli, grossomodo. Ravasi è un italiano di buone scuole che la butta in filosofia come un pugile che lavorando ai fianchi spera di arrivare ai punti. Un bignami di citazioni in testa e quattro cinque lingue a corredo di un dico e non dico che da millenni tocca corde emotive. Un prete vecchio stampo che deve spiegarti com’è il mondo e raccontarti quello che c’è. Dall’“origine” fino a quando gli pare. A braccetto di una generosità sconosciuta agli uomini e alle loro azioni. Se in difficoltà pesca i jolly di Kant, Hume e Platone. Il cardinale è abituato ai riflettori, Rovelli serio “minimalista” no.
Che bisogno c’è di aggiungere qualcosa che sia «al di fuori?». Così conclude il sessantenne membro dell’“Institut universitaire de France”. Si chiama controllo delle coscienze, cioè potere, professore. Ravasi? Continua a filosofeggiare come un uomo del Cinquecento, sembra uno di quei manuali che introducono alla storia del pensiero. Tra una visione trascendente e una auto-producente non c’è separazione assoluta. Dunque, si può discutere. E sul buio? Cioè mancanza di luce? «Quante cosa non sappiamo? Ma ciò non deve spaventarci» Rovelli pare liberarsi dell’idea fondante. E il cardinale: «la religione è in primo luogo domanda. C’è tanto dentro di noi, ma tanto altro oltre il tetto della casa. La scienza è la scena del mondo, ma l’uomo utilizza altri canali che ne costituiscono il fondamento».
Un principe? Un re che difende la corona e non vuole abdicare. Rivoluzioni permettendo. Continua, siatene certi.


martedì 18 ottobre 2016

Ken Parker, un filosofo a fumetti. Marco Iacona intervista Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo


La storia o forse sarebbe meglio dire la sociologia del fumetto rimane per chi scrive un autentico mistero. Anni fa, ma non troppi. Chi realizzava un fumetto (a proposito chi? si trattava ai “bei tempi” di gente completamente sconosciuta: pochi nomi, mancanza di curriculum) non godeva di status alcuno. Figlio di nessuno, “papà” di una manciata di miseri bastardini. I continui richiami alla fantasia erano tutt’altro che apprezzati dalle culture più o meno egemoniche. Da quella cattolica a quella di sinistra. Per non tacere della voglia di evadere o di esplorare realtà non ben definite. A meno che morali, contenuti ed esiti non fossero diciamo così di un certo “gusto”. A tal proposito, Umberto Eco non ha usato mezze misure. Saranno stati gli intellettuali – qui la parolona ci sta – sarà stata la diffusione di riviste altamente specializzate, sarà stato che in Italia ciò che in un decennio è metallo di bassa lega nel successivo si trasforma in platino (o viceversa), ma quasi in fretta e furia tutto è cambiato.
Davanti a me – ordine rigorosamente alfabetico – Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, l’occasione è la sesta edizione di “Etna Comics, festival internazionale del fumetto e della cultura pop”. Il primo, grande autore di fumetti, ma anche orgogliosamente musicista e super-esperto di romanzi polizieschi. Due le serie alle quali è legato più delle altre. “Ken Parker” in coppia con Milazzo (creazione nel 1974, uscita nel 1977) il cui protagonista è tale e quale il Robert Redford di “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”, film di Sidney Pollack, sceneggiato tra gli altri da John Milius. E “Julia” criminologa dall’identikit a dir poco impegnativo: una Audrey Hepburn ma meno sbarazzina, in edicola più di vent’anni dopo. Nel terzo millennio, “Ken Parker” è quasi un oggetto di culto. Le complicate vicende editoriali – una serie di case editrici tra cui “Parker editore” e di ristampe – ma soprattutto umane e psicologiche dello stesso protagonista, guida e cacciatore, contribuiscono a renderla una serie pressoché unica nella storia del fumetto. Un restringersi dei tempi della storia, un’ininterrotta richiesta di attenzione. Una prova selettiva, per chi legge. Le citazioni di personaggi veri e inventati che arricchiscono il fascino degli albi. E quel finale “oscuro” che non ha mai smesso di incuriosire lettori e appassionati di saghe western. Dici Ken Parker e non parli solo di fumetto o “letteratura disegnata”. Giulio Cuccolini, critico e saggista: «C’è più riflessione filosofica in “Ken Parker” che in tanta spazzatura accademica circolante nelle università italiane».
Berardi ha modi signorili, parla con pacatezza quasi inglese (ha scritto una versione a fumetti di Sherlock Holmes) ha esperienza da vendere e molte cose da raccontare. Milazzo è un artista di sicuro carisma. Piemontese cresciuto professionalmente in Liguria nello studio “Bierrecì”. Disegna inizialmente il “mondo paperopolese”, poi lavora per la casa editrice Sansoni quindi approda alla Bonelli, allora Cepim. Crea personaggi – Ken Parker su tutti, ovviamente – e si occupa anche di arte sacra, di Garibaldi su commissione della Farnesina per il bicentenario della nascita dell’eroe, e illustra su testi di Fabrizio Calzia un volume dedicato a Fabrizio De André. Si dice certo del ruolo giocato dai “fumettari” all’interno della cultura italiana. Non una tipica intervista doppia la mia, ma domande appropriate con qualche necessaria “ripetizione”.

Maestro Berardi, se posso chiedere: quanto anni di carriera hai?
Quarantacinque.

Maestro Milazzo, anche tu hai un bel po’ di anni di carriera…
Ho iniziato nel 1971.

Berardi, per i miei amici “Ken Parker” è un fumetto diverso dagli altri. Anch’io la penso così. Naturalmente puoi dire “qualcosa” in proposito…
Ken Parker semplicemente ha attualizzato le storie. Cioè racconta la sua epoca. Un’epoca in cui i protagonisti erano pochi e tutti noi eravamo dei testimoni di ciò che avveniva o si decideva nelle alte sfere politiche ed economiche. Il mio personaggio è diventato un testimone che ha cercato dentro se stesso questi valori che non trovava più nella società, nelle leggi, nella politica.

Milazzo, tu somigli un po’ a Ken Parker, nel disegnarlo ti sei ispirato anche a te stesso?
All’inizio era solo Robert Redford, poi come necessità di disegno spesso si guarda a se stessi. Forse il mascellone un po’ ce l’ho anch’io, ma io ho i baffi in più… Sì me l’hanno detto in molti che somiglio a Ken Parker. E mi hanno anche chiesto se ho preso da me stesso. Chi fa questo mestiere è un po’ narcisista, no? Ripeto, forse è la necessità di realizzazione che ci porta a guardare noi stessi attraverso la specchio.

E della sua “scomparsa” cosa vuoi dirmi?
Vorrei dire innanzitutto di essere positivi. Nel senso che se uno conosce il personaggio sa che è un fumetto con una ferrea cronologia. Noi abbiamo lasciato nel ’98 Ken Parker sulla tomba di Ishi ed eravamo nel 1916. Questa storia si svolge nel 1908. Molti dicono: è morto! Noi non l’abbiamo lasciato con gli occhi chiusi, l’abbiamo lasciato ferito con gli occhi aperti. Bisogna vedere se daremo sequenzialità a questo personaggio – cioè io personalmente – o lo faranno altri come è avvenuto per altri personaggi ancora. Ho desiderio di fare cose nuove, come da qualche anno mi è capitato con Ettore Scola, con questo “Drago a forma di nuvola”, un film che lui non aveva realizzato dieci anni fa. Sto per approcciarmi alla seconda sceneggiatura che era rimasta nel cassetto. Questo è quello che mi aspetto dal futuro: nuove emozioni, nuovi incontri, senza perdere di vista le amicizie e ciò che, in qualche modo, mi ha aiutato ad essere me stesso.

Berardi per me rimane una questione fondamentale. In tutto questo tempo com’è cambiata la professionalità dell’autore di fumetti?
È cambiata molto, oggi ci si rende più conto di quella che è una professionalità ben precisa. Quando ho cominciato eravamo tutti degli amateur. I fumetti non si firmavano, gli editori non amavano neanche vedere le firme in copertina che venivano cancellate o spostate. Era un periodo pioneristico. Pian piano però ci siamo resi conto di quelle che erano le nostre possibilità e dunque l’influenza che potevamo avere sul pubblico, ma anche la critica e il pubblico stesso hanno cominciato a decretare un successo che era soprattutto di qualità. Quindi il fumetto è diventato letteratura disegnata.

C’è un periodo decisivo oppure un episodio, insomma un qualcosa per cui da quel momento in poi, a tua memoria, le professionalità sono cambiate?
Non ti saprei dire. Sicuramente è stato progressivo. Io però ho iniziato con le idee già molto chiare. Se tu leggi il primo numero di Ken Parker e la lettera di introduzione che ho scritto io, lì c’èra già un programma che in realtà seguo ancora oggi. Però, sai, io venivo dall’università, da un corso di studi, avevo probabilmente una consapevolezza maggiore di altri miei colleghi.

Milazzo, com’è cambiata invece la professionalità del disegnatore?
Le professioni cambiano a seconda dei tempi e delle nuove tecnologie. Ed anche degli imprenditori che investono. Adesso c’è meno professionalità da parte chi imprende, c’è più improvvisazione. Spesso sono i grandi imprenditori ad affidarsi a editor e a manager che magari hanno studiato ma che devono gestire soldi altrui. Sergio Bonelli gestiva i suoi e decideva come voleva, su quello che doveva mantenere, su quello che non doveva mantenere, sulle cose su cui investire, eccetera. Questi grandi editori hanno bisogno di un ritorno economico dei loro investimenti. Purtroppo il mondo editoriale richiede un tempo di produzione che non è quello dei sei mesi. Per fare un volume a fumetti occorre un tempo che va da uno a due anni, forse anche più, non parliamo poi delle serie che richiedono tempi ancora più lunghi perché è cambiato il lettore ed è anche cambiato il tipo di serialità possibile. Un tempo si usciva una volta al mese, oggi è molto difficile tanto è vero che gli autori francesi spesso fanno un volume di quarantasei pagine all’anno. Chiaramente nessun autore può fare cento pagine al mese, può farlo una volta e basta…

Insomma…
Insomma, questo mestiere richiede tempo; tempo per la documentazione perché il pubblico è molto più cosciente di quello di una volta che aveva bisogno solo di far galoppare la fantasia. Oggi è importante raccontare cose che producano emozioni, che offrano occasioni di conoscenza anche per chi ha meno possibilità.

Berardi credo che nei Sessanta, non per colpa tua, saresti stato definito un “semplice” artigiano. Vorrei sapere se già in quel periodo ti rendevi conto che prima o poi un riconoscimento di tipo diverso sarebbe arrivato…
Sono un artigiano tutt’ora. Ed è sicuramente la chiave di lettura del mio lavoro. Io non mi considero un artista, saranno gli altri semmai a deciderlo. Per quanto mi riguarda lavoro ancora coi ferri del mestiere, come un artigiano. Nel Sessantotto io c’ero. Sono uno di quelli che era per strada, ho preso le botte e un po’ le ho date, a Genova. Ne ho più prese però che date. E questo sicuramente mi ha aiutato ad avere idee più chiare. Mi ha aiutato a capire che volevo avere un ruolo nella vita, nel mio Paese, nella mia città. Dopodiché ho capito che piuttosto che andare in piazza con dei cartelli molto piccoli e dei bastoni molto grossi, era meglio stare a casa a leggere e a scrivere qualcosa che potesse arrivare non a dieci persone, ma a diecimila, centomila, duecentomila. Così è stato. Ho la fortuna di avere tanti lettori in tutto il mondo. “Ken Parker” è stato editato in sedici Paesi diversi, anche “Julia” ha una grande diffusione e tutt’ora continuo a raccontare le mie storie. Continuo a trovare gente come qui a Catania, città straordinariamente affettuosa, che mi accoglie con la simpatia e il sorriso del sud.

Milazzo, una volta quasi ci si vergognava ad essere lettore di fumetti. Ci si nascondeva dagli adulti, adesso è tutto diverso…
Anche gli adulti si nascondevano! Si sono nascosti fino a che “Repubblica” non ha fatto la collana sui fumetti. In quel momento improvvisamente anche l’adulto era orgoglioso di esporre il fumetto comprato insieme a “Repubblica”. Era come se ci fosse stato uno sdoganamento da un punto di vista mediatico. Era difficile, tanti anni fa, sorprendere un direttore di banca con un “Topolino” o un “Tex” in primo piano. Come se si trattasse di riviste porno.

Qual era il problema?
Un problema a livello culturale. Dipendeva dall’intellighenzia italiana che reputava il fumetto un sottoprodotto, fatto per persone poco colte o per bambini. In realtà il fumetto è come il cinema un mezzo di comunicazione. La bontà dei contenuti dipende dagli autori, non dipende dal mezzo. Tutto dipende dalla provincialità italiana. Si crede che se qualche cosa viene dall’estero è sicuramente un prodotto alto, se lo produciamo noi è un prodotto basso. Una scarsa considerazione che si ripercuote ancora oggi a livello politico, sociale, imprenditoriale e quant’altro. L’Italia ha il grande dono della creatività, mentre spesso si scambia la creatività con l’imprenditorialità e con l’industrializzazione. Tutte cose onorabili, ma creatività è quello che ti permette di realizzare cose nuove, di portare cultura. L’industria spesso – specialmente quella del dopoguerra – ha prodotto cose inadeguate che hanno rovinato interi paesi e intere location bellissime. Ho in mente Taranto, Conegliano, tante zone che sono state danneggiate dalla produzione dell’acciaio per le macchine, che andava benissimo ma forse noi eravamo destinati ad altro…

Berardi, in queste ore è morto Cassius Clay. C’è nel fumetto un Clay cioè un personaggio più grande di tutti? E se c’è cos’ha fatto per poterlo diventare?
Per molti anni la boxe è stato il mio sport preferito. Spesso l’ho portata nel fumetto. C’è un episodio di Ken Parker per esempio con lui boxeur. È uno sport che amavo, ne amavo la velocità, l’eleganza, lo stile, non la violenza. Clay o Muhammad Ali era il simbolo anche di una rivolta di una minoranza che voleva uno spazio, voleva avere una voce, non voleva essere sfruttata dai gangster che in America spesso stanno dietro ai combattimenti. È stato un simbolo importante, lui come i Beatles che hanno cambiato letteralmente un’epoca. Quindi oggi sono un po’ triste, ma gli sono anche grato e gli mando tutto il mio affetto…

Cosa dici riguardo al personaggio? Un personaggio o anche se vuoi un autore o un disegnatore che hanno cambiato il modo di approcciarsi al fumetto…
Sarò immodesto ma credo che Ken Parker sia quel personaggio. Insieme ad altri come Corto Maltese per esempio, ha dato sicuramente una svolta non solo al fumetto ma anche al modo di raccontare. Ken Parker ha eliminato le didascalie, ha eliminato i pensieri, ha creato una narrazione di tipo oggettivo anche molto vicina al cinema. Sono tutte cose che quarant’anni fa sembravano trascurabili, oggi sono state riprese, copiate. Hanno ispirato tanti autori. Insomma mi trovo papà di tanti giovani autori. E mi fa molto piacere.

Milazzo, esiste un’anima italiana nel fumetto o forse, come si diceva una volta, il fumetto italiano è solo un prodotto americano di esportazione…
No, io vedo come gli autori italiani magari pur facendo riferimento a stili giunti dalla Francia o dall’America, abbiano tutt’oggi la capacità di saper interpretare in maniera personale quello stile. Aggiungendo qualcosa di proprio, trasformandolo addirittura. Il fumetto italiano è forse uno dei migliori del mondo avendo ben presente che anche chi arriva dall’estero ha proprie capacità realizzative, però un italiano ha quella creatività che lo rende unico.

Se volessi fare il nome di un “creativo” italiano? Anche del passato…
Penso che Gino D’Antonio, Renzo Calegari, Ferdinando Tacconi, siano stati dei grandissimi autori. Senza dimenticare Sergio Toppi e Dino Battaglia. I nomi sono tanti. Spesso il mercato non gli ha offerto la possibilità di essere quello che erano. Senza dimenticare Andrea Pazienza che forse aveva bisogno di più tempo per esprimere qualità che non erano legate solo alla sua generazione…

Berardi, chi sono i tuoi maestri?
I miei maestri vengono fondamentalmente dal cinema, perché io a quattro anni frequentavo già le sale. Mi portavano i miei genitori, avevo uno zio che faceva il proiezionista quindi entravo al cinema gratis, il che per un genovese non è una cosa da sottovalutare… Dopo ho scoperto i fumetti perché i fumetti erano il cinema fatto in casa, quindi mi permettevano di fantasticare senza muovermi. Poi naturalmente è venuta la letteratura, sono venuti i grandi classici americani, Hemingway, Hammett, Raymond Chandler. Tutti, li conosco tutti. E contemporaneamente ho cominciato ad apprezzare John Ford, Howard Hawks, Akira Kurosawa. Io vengo da lì, il mio stile è stato mutuato da migliaia e migliaia di visioni. Praticamente ogni giorno sono andato al cinema, per tantissimi anni. Adesso non vado più tanto spesso, ma ogni sera vedo un film con un dvd o ripasso qualche altra trasmissione. Il cinema insomma mi ha influenzato moltissimo.


mercoledì 12 ottobre 2016

Non sono un pensatore e gli intellettuali sono tutti morti (Marco Iacona intervista Massimo Fini)

La modernità di un antimoderno. Tutto il pensiero di un ribelle (Marsilio), é il nuovo libro di Fini formato da sei saggi scritti in periodi diversi. 


Chi sono i tuoi referenti culturali? Insomma quali sono le tue letture?
Lettura fondamentale è quella di Nietzsche.

C’hai scritto anche un libro…
Sì, però in questa raccolta non c’è. Di Nietzsche ho scritto una biografia dove il pensiero sta sullo sfondo. È una lettura che mi ha impegnato per trent’anni circa. Tenendo ben presente però quello che lo stesso Nietzsche dice: “non fa onore al suo maestro chi rimane sempre allievo”. Per cui poi me lo sono digerito a modo mio.

Invece gli autori autenticamente tradizionalisti o quelli che maneggiano un certo esoterismo proprio non li digerisci…
Non è che non li digerisca, è che c’è una notevole differenza. Quando ho scritto La ragione aveva torto? che è il primo di questi saggi ed è del 1985 mi hanno chiesto se avessi letto Evola e Guénon. All’epoca non li avevo letti, ma li ho letti dopo. Dicevo però che c’è una differenza di base. Nel senso che sia Evola che Guénon fanno riferimento a epoche non verificabili, “iperboree”, il mio approccio rimane in un certo senso illuminista, nel senso che io nel paragone tra società industriale e preindustriale faccio raffronti che si basano su dati. Il mio approccio resta tutto sommato illuminista anche se contesta gli esiti dell’illuminismo in modo radicale e mantiene dell’illuminismo solo due cose che sono proprio quelle sparite.

Sentiamo…
L’esercizio del dubbio sistematico e il dubbio si esercita innanzitutto su se stessi. Infatti La ragione aveva torto? conserva il punto di domanda. L’altra è la famosa frase di Voltaire: non condivido le tue idee ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerle. E mi pare siano proprio le due cose sparite in Occidente. Occidente… parola già inquietante perché ricorda Eurasia ed Estasia, questi grandi agglomerati che sono in 1984 di Orwell. L’Occidente pensa che i suoi valori, la sua cultura, le sue istituzioni siano i migliori dei mondi possibili e vuole imporli al mondo intero. Direi quindi che si tratta di un totalitarismo che contrasta con una base di partenza di tipo illuminista. Un totalitarismo tanto più grave per due motivi. Perché viene da una cultura che si pretende liberale e che invece diventa totalitaria. Perché dimentica che la nostra società, la cultura alle nostre spalle, non è solo giudaico-cristiana ma greca. Che è molto più profonda e da cui avremo da re-imparare molte cose. Il senso del limite innanzitutto, che è quello che l’Occidente ha perso. Mentre i greci ce l’avevano, tanto è vero che sul frontespizio del tempio di Delfi c’è scritto: “niente di troppo”. I greci procedono su questa linea. L’hybris e il delirio di onnipotenza dell’uomo invece vanno incontro all’invidia degli dei, quindi si attirano l’inevitabile punizione. Ma c’è un’altra cosa che riguarda il totalitarismo e i greci. Essi sono i primi a riconoscere la dignità dell’altro da sé. Quando Erodoto parla dei Persiani li descrive come crudeli, barbari e tutto il resto, ma non si sognerebbe mai di appioppare alla cultura persiana la cultura greca. I persiani sono persiani e i greci greci. Ed è proprio quello che manca oggi, non c’è nessuno che riconosce la dignità dell’altro da sé. Possono esistere però culture diverse di pari dignità, ed è l’insegnamento di Lévi-Strauss che non è un estremista talebano ma un filosofo e antropologo francese. E io mi identifico abbastanza in questo.

La “modernità” nel titolo. Cos’è per te modernità? Un pensare di tipo moderno, dunque un metodo, nuove forme politiche o un sistema economico?
Tutte questa cose, facendo però delle distinzioni. Per esempio Bacone che è alle spalle della rivoluzione scientifica dice che l’uomo è ministro della natura e alla natura si comanda solo ubbidendo ad essa, mentre noi invece ci siamo spostati in un’area in cui pensiamo di poter dominare e stravolgere la natura in tutti i modi. Questo è uno dei problemi della modernità, proprio l’allontanamento progressivo dalla natura che è estremamente pericoloso, perché la natura ha elaborato le sue leggi in milioni di anni. Un Nobel fa una straordinaria invenzione ma non è in grado di conoscere le varianti che mette in circolazione. Poi c’è la parte politica e qui siamo alle solite, cioè il noto discorso per cui la democrazia è il migliore dei sistemi possibili e tutti gli altri vanno in qualche modo abbattuti. La frase di Churchill che col suo senso dell’humor dice che la democrazia è il peggiore di tutti i sistemi ad eccezione degli altri non è sostenibile perché in realtà la democrazia come scrivo in Sudditi è un modo sofisticato per fregare la gente, soprattutto la povera gente, col proprio consenso.

E il sistema economico? Si parla di capitalismo…
Il problema è la rivoluzione industriale. Anzi quella scientifica, con quella industriale e con una serie di rivoluzioni molto complesse e a mio avviso poco studiate. Ma la questione nasce prima con l’affermazione del mercante come classe sociale importante. A Firenze, nel piacentino, poi nelle Fiandre; da lì hanno inizio i grandi spostamenti, anche perché cambia la percezione del tempo che secondo me è una delle cose decisive. Cioè si passa da un tempo ciclico che è il tempo della natura, delle stagioni, a un tempo dinamico che guarda al futuro. È la grande distinzione tra società statiche e società dinamiche. La nostra è una società dinamica ma questo dinamismo contiene anche i germi del suo crollo. Una società che si basa su una crescita esponenziale che è un’idea matematica ma fuori natura prima o poi andrà a “sbattere”. Di questo credo siano consapevoli anche i padroni del vapore, solo che pensano che la cosa non sarà immediata e quindi drogano il cavallo già dopato pensando che farà ancora qualche passo, poi saranno tutti morti, defunti, e noi non potremo neanche impiccarli al più alto pennone.

Passiamo al complemento del titolo. Si può essere antimoderni solo a parole ovvero sui libri o ci sono prassi e stili di vita prettamente antimoderni?
Mah, uno stile di vita antimoderno in una società come questa significa la solitudine. Comunque è possibile solo all’interno di una cerchia familiare, esistenziale, da un punto di vista politico non può nulla.

Siamo destinati a vivere la modernità allora?
Dipende, prima o poi si arriverà a un collasso. Ma c’è anche una variante. Come dire, credo che l’Isis sia un movimento decisivo nei confronti della modernità.

Quindi l’estremismo islamico ci fa rimettere i piedi a terra?
In qualche modo sì. Del resto bisognava aspettarselo dopo che per quindici anni muovi guerra al mondo islamico. Prima l’Afghanistan, poi l’Iraq, poi la Somalia, quindi la Libia. A un certo punto è nato un movimento veramente pericoloso per l’Occidente...

Parliamo dell’America. Tu per chi fai il tifo? Per Hillary Clinton, per Donald Trump o verosimilmente per nessuno dei due?
Per nessuno dei due! Basti vedere antropologicamente chi sono i fan dell’uno e dell’altro per capire da chi siamo guidati. Una cosa che fa rizzare i capelli in testa. Detto questo, pistola alla tempia, se dovessi scegliere sceglierei Trump per due motivi. Perché è meno ipocrita della Clinton e perché se fosse coerente, cioè se effettivamente seguisse la linea repubblicana, i repubblicani storicamente sono stati isolazionisti, ce li toglieremmo dallo stomaco. Ma non credo che lo farà…

Invece in Italia? Andrai a votare per il referendum? Hai già deciso?
No! La mia “religione” me lo vieta. Ho scritto un libro che si intitola Sudditi. Manifesto contro la democrazia, non credo alla democrazia né rappresentativa né diretta di un mondo globalizzato.

Ma a prescindere dal tuo voto come vedi la situazione politica in Italia?
Adesso non si può più fare un discorso sull’Italia perché tutto oramai è integrato. L’Italia è una paese che non conta assolutamente nulla. Se dovessi ragionare in termini relativi gradirei un’Europa unita politicamente e a guida tedesca. L’unico uomo di stato in circolazione è Angela Merkel.

Diventeremo una sorta di colonia della Germania? Sarà la nostra fortuna?
L’Italia purtroppo più di ogni altro paese è colonia degli Stati Uniti. Abbiamo seguito gli americani in tutte le loro avventure. Pensa semplicemente al rapporto col mondo islamico: questi qui ce li abbiamo sull’uscio di casa quando non dentro. Gli americani ce li hanno a diecimila chilometri di distanza. Se vogliamo ragionare in questi termini, con i paesi arabo-musulmani, una politica intelligente l’aveva fatta Giulio Andreotti. Ed era un’epoca difficile perché l’alleanza con gli Stati Uniti allora era obbligata essendoci l’Unione Sovietica, oggi sarebbe molto meno difficile dato che l’Urss non esiste più. Non so. Basta vedere la guerra alla Libia voluta da francesi e americani andata totalmente contro i nostri interessi no? A parte che sono tutte guerre a stati sovrani rappresentati all’Onu che non hanno avuto la copertura dell’Onu, il quale va “su e giù”, insomma quando c’è c’è e quando non c’è si fa lo stesso. Ma sì, se dobbiamo essere servi di qualcuno preferirei esserlo dei tedeschi e non degli americani.

In Italia chi stimi come intellettuale? Ti confronti con qualcuno anche giornalmente o preferisci la solitudine?
Gli intellettuali che ho conosciuto sono morti. Pasolini per dirne uno.

Hai avuto rapporti intellettuali con lui…
Sì, un paio d’anni finché non è stato ammazzato. Gli altri sono intellettuali di nicchia come Ceronetti e molto anziani. Quella che è sparita però non solo in Italia ma nel mondo occidentale è una filosofia che orienti la politica. L’ultimo filosofo vero è stato Heidegger che era attivo negli anni trenta e che ha posto una delle questioni fondamentali della modernità che è il rapporto con la tecnica. Comunque a un livello molto meno alto c’è Galimberti che fa un discorso per una parte simile al mio però poi la conclusione è che dobbiamo arrenderci alla tecnologia. Ma questo non è certamente ciò che penso.

Che ricordo particolare hai di Pasolini? Tu l’hai conosciuto negli anni settanta…
La prima volta che l’ho conosciuto è stato ovviamente per un’intervista. Lui viveva in una casa all’Eur molto borghese. Io ero all’Europeo. Vorrei dire due cose: in genere l’intervistato stende il suo tappeto e la cosa finisce lì. Pasolini invece era uno molto interessato al suo interlocutore anche per questo è nata quella che non posso definire un’amicizia ma una buona conoscenza… Lui non aveva nulla all’apparenza dell’omosessuale ma a un certo punto, eravamo su questa terrazza, entra la madre e si trasforma, diventa tutto un “pucci pucci” “micio micio”, si infantilizza e lì capisci l’omosessualità. Poi nel pomeriggio è arrivato Ninetto Davoli e lì c’è un altro Pasolini. La sera mi portò in un quartiere di Roma allora molto malfamato che si chiamava il “Pigneto”, secondo me non si va in quei posti con un’Alfa Romeo se non per sfidare il pericolo. C’era insomma una qualche attrazione per la morte. È una sintesi ovviamente, potrei raccontarti altro...

A proposito di Pasolini e della sua morte, hai avuto rapporti anche con Oriana Fallaci no?
C’ho lavorato all’Europeo nel periodo 1972-79.

Secondo te merita questa fama di “bandiera” dell’Occidente? Lei era già un “tipino”…
Quando l’ho conosciuta io era antiamericana. Sì. Abbiamo avuto rapporti abbastanza stretti anche per un’autobiografia che le avevano chiesto e che non aveva voglia di fare e che chiese a me di fare. Comunque quando si girava per Firenze bisognava sempre nascondersi dietro una colonna, in un androne, in un palazzo perché era inseguita dagli agenti segreti americani. La sua era megalomania. Allora io sorridevo di questa megalomania considerandola innocente, ma forse tanto innocente non era e lo si è visto dopo. Comunque l’ho conosciuta in un buon periodo nel senso che stava con Panagulis, lui che era un “bon vivant” la trattava letteralmente a ceffoni e lei si chetava. Era l’unico modo di trattare l’Oriana. Così dava anche un limite al suo iper-ego. Morto Panagulis ha dilagato nella direzione che conosciamo.

Un intellettuale dei nostri giorni come Diego Fusaro pensi che dica qualcosa di interessante? In ogni caso ha un buon seguito…
Sì, seguito ne ha di sicuro. Ma bisogna aspettare un po’ perché è ancora molto giovane…

È un bravo compilatore di volumi, prende qua e là da vari filosofi, Marx, gli idealisti e poi dal suo maestro Costanzo Preve. Per il resto non saprei…
Te l’ho detto prima, i filosofi nel senso vero della parola non ci sono più. Il fatto stesso che io sia considerato un pensatore dice quanto siamo caduti in basso, insomma.

Beh, non buttarti giù. Le cose che scrivi hanno un loro peso, peraltro hai una tua originalità: il libro sul mullah Omar per esempio non penso avrebbe potuto scriverlo qualcun altro in Italia…
Ho il coraggio del coraggio [ride]. La mia forza, oltre che una buona qualità di struttura, è che dico con franchezza quello che penso. E non vuol dire ovviamente che sia giusto ma è quello che penso. Poi se ti riferisci al mullah Omar in realtà non è quello che penso; è una storia che è documentata, che fa a pezzi tutto il politically correct occidentale. A me serve il mullah Omar per raccontare la storia afghana degli ultimi venti anni. L’Afghanistan è il classico esempio di una cultura che non ne accetta un’altra no? I sovietici hanno fatto grandi distruzioni materiali in Afghanistan dopo dieci anni di guerra, ma non si sono sognati di imporre alla società afghana i valori comunisti, mentre noi abbiamo fatto grandi distruzioni materiali e nello stesso tempo siamo stati devastanti sul piano culturale. Abbiamo voluto imporre a questo mondo totalmente altro i nostri valori o pseudo-valori. Quando penso che oggi a Kabul ci sono programmi tipo X-Factor mi verrebbe voglia di prendere il kalashnikov.

Senti, dove scrivi adesso?
Sul Fatto, per le insistenze molto affettuose di Marco Travaglio.

È davvero uno dei migliori quotidiani che ci sono in Italia, tra i più coraggiosi, o è solo uno spazio e lì ti adatti?
Io ho lavorato in molti giornali. Per me il discrimine è di poter scrivere solo ciò che penso. Se questo c’è a me va bene, insomma.