martedì 25 ottobre 2016

Carlo Rovelli un ateo di… spirito



“Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli – fisico teorico – si apre con una dichiarazione di laicità. Oggi non la trovi da nessuna parte. Forse nei pochi testi liberali, riproposti con la consapevolezza di forzare le porte della città proibita. Poco più di ottanta pagine sulla rivoluzione scientifica del XX secolo. Lettura che svela – alla greca – la “minaccia” del non-conosciuto (presumibilmente conoscibile o probabile). Ciò che non sappiamo del quale socraticamente dovremmo avere “coscienza” ha dimensioni galattiche. La verità come presenza di categoria concettuale – mi permetto di interpolare una frase del matematico Odifreddi – andrebbe classificata secondo una scala di perfezione che dal grado matematico – la verità più facilmente “riconoscibile” – porta a quello storico, ove nessuna proposizione sfugge alla regola dell’interpretazione. Qui il relativismo spadroneggia alla maniera di un borioso capitalista.
Sette capitoli più una premessa. Teoria della relatività generale di Einstein, meccanica quantistica di Planck, Einstein e Bohr, architettura del cosmo (causa turbamento il pensiero della sua complessità: altro che Madonna e san Giuseppe), particelle elementari, gravità quantistica a loop, calore e tempo. Per ultimi gli essere umani, osservatori interni soggetti alle leggi della natura. Convinti di testimoniare quell’unicità – perfino Nietzsche separava la persona dal corpo, sostenendo che fosse il secondo ad ammalarsi – che essi stessi rincorrono fin dall’età più remota. Un libro, edito da Adelphi, che ha avuto singolare successo. È la regola per gli italiani che fischiettano le canzoni di Sanremo nei giorni del Festival dei fiori, e che ai bei tempi intonavano arie d’opera dopo una prima a Milano o a Venezia. Di tutto questo Carlo Rovelli sembra però perfettamente cosciente.
L’Italiano medio ha un rapporto singolare con la scienza. Esulta per le vittorie anche se non ne afferra il significato. Onori e oneri di una cultura che, qui da noi, ha privilegiato l’istruzione di tipo umanistico nel suo ristretto significato. Siamo posti nelle condizioni di conoscere “tutto” di Leopardi e dei romantici, poco di Galilei nulla di Majorana. La nazione si scalda per adottare mille scappatoie poetiche, sforna un arcobaleno di retoriche. A diciotto anni – prima di incappare nella sentenza di Benedetto Croce – abbiamo già scritto orribili poesie, non siano sufficientemente attratti dal linguaggio musicale, sappiamo pressoché nulla di matematica. Siamo belli e pronti per vestire da noiosi borghesi che tromboneggiano sulle “bellezze” del creato, la “saggezza” degli antichi, le meraviglie visibili e “invisibili” dei luoghi. Non creiamo, semplicemente ci adattiamo. Rovelli si augura (non promette) «occhi nuovi per vedere il mondo».
Crediamo nel potenziale “rivoluzionario” della Divina Commedia (con relative appendici “esoteriche”) nulla sappiamo circa gli articoli di Einstein pubblicati nel 1905. Ci hanno detto che la bellezza va contemplata e onorata (anche in sua assenza), non creata attraverso linguaggi nuovi, finanche incomprensibili come la meccanica quantistica. C’è chi ordina di rimestare il brodo di stagione, abbassiamo la testa come siciliani ammaestrati. Il mondo è fatto di «avvenimenti» e «relazioni» che svalutano le smanie classificatorie. Utilizziamo il “microscopio” per scomporre la più sciocca delle poesie ove Dio o chi per lui è protagonista nella sua assenza. Chi ci dice qualcosa su materia, energia e relativi legami? E sulle particelle che compongono lo spazio totalizzante? Imperativo: obbedire alle regole della conservazione. Il buon cittadino manda a memoria pagine su pagine, crede che l’atto del conoscere – la verità come svelamento: la maledetta apocalissi – sia traguardo e non mezzo. Majorana, aveva il massimo dei voti in greco e latino. Una “comune” introduzione alle altre discipline, per lui. Chi genio non è dovrebbe essere spinto alla conquista di nuovi saperi.
Filosofeggiamo sulle radici “pagane” dell’Europa – ci specchiamo nei ragionamenti altrui – ma il nostro impegno si ferma al riordino di certa rigatteria tradizionalista. Sia detto col dovuto rispetto, quella dell’origine – l’origine negazione “logica” dell’evoluzione – è una vera e propria malattia. Dedico ai conservatori in spirito un pensiero di Prezzolini – conservatore ma di ben altra pasta – materia su cui riflettere. Vado a memoria: è vero che gli antichi cinesi avevano conoscenze avanzate in tema di astronomia, ma sulla luna ci sono andati gli americani. Catania 18 marzo, Rovelli – pur con la timidezza dell’ultimo arrivato – ha provato a spiegare al cardinale Gianfranco Ravasi – noto saggista – di cosa si occupa la scienza. Bisognava leggere tra una riga e l’altra, ovviamente. Ha stravinto l’incontro; la mia idea è che il suo avversario fosse una sorta di Renzi che parla di tutto per non dire niente. Il pubblico, abituato a frequentare le chiese, era di una mediocrità imbarazzante. Aggiungiamo che si trattava di siciliani – quelli della festa di s. Agata: la terza al mondo dicono i cacciatori di record – testimoni volutamente impotenti di quotidiane stragi dell’intelligenza.
La tolleranza non fa parte del bagaglio di una chiesa che scopiazza dalla cultura laica – Ravasi avrà già in mente una mezza dozzina di proposizioni di verso opposto – ma un limite ce l’ha. Il tentativo dell’animale da corsa che chiede il dialogo per veder “legittimate” posizioni faticosamente sostenibili o propriamente offensive. Nel postmoderno mondo delle “verità” è più che possibile. La chiesa ha perso così tanto terreno da dover bussare alla porta dei “senza Dio”, alla ricerca di un pezzettino di cronaca. È inclusivista. Il suo motto è “l’avevamo già detto”, un “si può fare” da dottor Frankenstein che puzza di strategia tentacolare. Per me l’iniziativa del “Cortile dei Gentili” su ispirazione di Ratzinger oggi papa emerito – il cortile è una parte del tempio di Gerusalemme ove tutti avevano accesso – va in questa direzione. Poi, ovviamente la “tradizione” – altrimenti detta abitudine – fa il resto. Il virus dell’origine si attacca agli organi e produce danni irreversibili. Cosa è accaduto in quel lasso di tempo che dall’ora zero ha condotto al primo nanosecondo di “vita”? È stato uno dei temi affrontati nel dibattito tra il “cervello in fuga” e il presidente del Pontificio consiglio della cultura, poi anche biblista, teologo e sa lui cos’altro. Moderatore il giornalista Rai Fabio Zavattaro. Nella chiesa di San Nicolò l’Arena (provate ad attraversare il quartiere Antico Corso ad ora tarda e avrete da dire la vostra) invasa da curiosi e baciapile. In minoranza, ad essere “lombrosiani”, volterriani e uomini di scienza.
L’università c’è, ci sta. È giusto che ci stia. Il rettore Giacomo Pignataro che ha il pregio della garbatezza lo afferma nel momento introduttivo. Ma l’università non è tutta qui. Setta con regole e consuetudini gelosamente custodite. Luogo “aperto” che vive la condizione di una Penelope che fa e disfa a seconda delle convenienze. L’università è spazio di confronto, un pericolo per le dittature diceva Umberto Eco. Ma un apparato di potere temibile quanto la cattiva politica. Temi generali la luce – dialogo tra credenti e non credenti – e un versetto del libro di Giobbe (35,5). “Contempla il cielo e osserva”. Luce come oggetto e principio che richiama un elenco straordinariamente vasto di azioni. Dalla creazione all’estinzione. Protagonista di visioni laiche e spirituali. Ogni cosa e il suo contrario, roba per poeti e biblisti. Ovviamente per scienziati.
Rovelli cos’è la luce? «Mi sento fuori casa e imbarazzato. Questo non è il mio mondo. Ho accettato per vanità e curiosità». Prima grande questione: «in Italia dirsi ateo non è facile». Ci prova leggendo un testo nel quale rivendica la responsabilità delle proprie scelte, prive di necessità di piacere a Dio e a chi lo rappresenta. Ravasi ha la citazione pronta. Al centro della scena: a destra il fisico marsigliese a sinistra il giornalista. Luce come metafora del nostro legame con l’esterno, dice Rovelli. «Luce è una candela», tirata fuori da un sacchetto e accesa. Un’esperienza chimico-fisica. «Le molecole si agitano, una ragnatela di linee si attacca ai nostri occhi. Milioni di anni di evoluzione hanno permesso che questi lanciassero dei segnali al cervello». Ravasi s’atteggia ad analizzatore: è più del suo mestiere. «La luce è una grande categoria teologica». Attacca con termini e significati tratti da testi e tradizioni delle più note religioni al mondo. Dall’ebraismo al cristianesimo, dal buddismo, all’induismo, transitando per i culti dell’antico Egitto. La luce è trascendenza e immanenza, intima percezione. La direzione non è solitaria. Esterno e interno. È l’assist giusto per lo scienziato. Per “batterlo” sul suo terreno.
Scalinata della chiesa, a pochi metri scritte da ultras (Acab, eccetera) e la “mattonella” prediletta dai devoti agatini per omaggiare boss e famiglie. Un liceo storico e il Dipartimento di scienze umanistiche. Tra il prima e il dopo una porta in ferro. Qualcuno si è divertito a giocare al tiro a segno. Libro e moschetto. Ravasi è un principe, se ne accorge pure Rovelli che si tiene quasi in disparte. La questione venne inquadrata da Woody Allen in “Deconstructing Harry” di quasi vent’anni fa, ultimo o penultimo dei grandi film. Cito a memoria: “Tra il papa e l’aria condizionata, scelgo l’aria condizionata”. Al siciliano tipo interessa l’omino che veste di bianco con ufficiali e sottufficiali in “divisa”. Ce ne siamo accorti da tempo.
La chiesa vince e – Ravasi o non Ravasi – porta a spasso l’ignoranza. Eppure: «Rovelli, a che punto è la fisica teorica in Italia?». «L’Italia è uno dei grandi paesi della fisica teorica, adesso è un po’ in sofferenza per mancanza di sostegno e spazio, ma resta ancora una culla della fisica teorica». Incredibile. «Cos’è venuto a fare?». «Parlo della mia visione del mondo. Assolutamente atea, molto diversa da quella della chiesa, dico del mio ateismo». «Trascendenza, spirito: niente da fare per uno scienziato?». «Parlo per me. Trascendenza no, penso che il mondo sia uno solo, è questo ed è molto complesso e ricco. Ma non ce n’è un altro. Spiritualità sì, se si intende la ricchezza della vita interiore penso che ne abbiamo tutti di spiritualità».
Il libro più famoso, quello che ha provato a far ragionare chi crede che la ricerca si fermi alle frazioni con la virgola, è proprio “Sette brevi lezioni di fisica”. Pare fossero tornati i tempi di Salman  Rushdie. A suo tempo tutti a parlare di “fatwa”, poi tutti esperti di fisica perfino chi crede che “Rio Bo” sia il sale dell’universo. «Il suo libro ha venduto tantissimo, ha sorpreso anche lei no?». «Assolutamente!». «Com’è nato?». «Per caso, non è stato un vero progetto. È nato con degli articoli, poi mi è stato chiesto di farli crescere. È diventato quello che è diventato un po’ da solo». «Ne sta preparando un altro?». «Per adesso no».
Nella città di Majorana, oggi. «Ha studi o esperienze particolari che riguardano lo scienziato catanese?». «No, sono affascinato dal personaggio, misterioso e splendido nelle cose che ha fatto, ma non ho ricordi. Mi piacerebbe anzi sapere di più di quello che sanno tutti». I complottisti in Sicilia valgono i consumatori di radicchio di Chioggia o del trevigiano. Specialità nostrana. A cominciare da Salvatore Giuliano, anzi dall’operazione “Husky”. Passando per qualunque fatto provochi l’usato fenomeno dell’emissione. “Sommario di decomposizione” per dirla con l’insonne Cioran. Null’altro che un deficit di personalità. «Lei ha una sua “teoria” sulla scomparsa di Majorana?». Lapidario: «nessuna!». Parte obbligatoria come un esercizio di ginnastica artistica. «È la prima volta in Sicilia?». «No, per carità! Adoro la Sicilia come tutti. Sono Veneto, sono un nordico, ma la Sicilia è una seconda anima, è difficile non amarla». «Lei non insegna in Italia». «In Francia! Ho provato a tornare e non ci sono riuscito. Ma sto benissimo in Francia e va bene così». Tre a zero a favore dei cugini.
Sul confronto c’è molto o poco da dire. A seconda dei punti di vista. Il nostro è quello di Rovelli, grossomodo. Ravasi è un italiano di buone scuole che la butta in filosofia come un pugile che lavorando ai fianchi spera di arrivare ai punti. Un bignami di citazioni in testa e quattro cinque lingue a corredo di un dico e non dico che da millenni tocca corde emotive. Un prete vecchio stampo che deve spiegarti com’è il mondo e raccontarti quello che c’è. Dall’“origine” fino a quando gli pare. A braccetto di una generosità sconosciuta agli uomini e alle loro azioni. Se in difficoltà pesca i jolly di Kant, Hume e Platone. Il cardinale è abituato ai riflettori, Rovelli serio “minimalista” no.
Che bisogno c’è di aggiungere qualcosa che sia «al di fuori?». Così conclude il sessantenne membro dell’“Institut universitaire de France”. Si chiama controllo delle coscienze, cioè potere, professore. Ravasi? Continua a filosofeggiare come un uomo del Cinquecento, sembra uno di quei manuali che introducono alla storia del pensiero. Tra una visione trascendente e una auto-producente non c’è separazione assoluta. Dunque, si può discutere. E sul buio? Cioè mancanza di luce? «Quante cosa non sappiamo? Ma ciò non deve spaventarci» Rovelli pare liberarsi dell’idea fondante. E il cardinale: «la religione è in primo luogo domanda. C’è tanto dentro di noi, ma tanto altro oltre il tetto della casa. La scienza è la scena del mondo, ma l’uomo utilizza altri canali che ne costituiscono il fondamento».
Un principe? Un re che difende la corona e non vuole abdicare. Rivoluzioni permettendo. Continua, siatene certi.


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