martedì 18 ottobre 2016

Ken Parker, un filosofo a fumetti. Marco Iacona intervista Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo


La storia o forse sarebbe meglio dire la sociologia del fumetto rimane per chi scrive un autentico mistero. Anni fa, ma non troppi. Chi realizzava un fumetto (a proposito chi? si trattava ai “bei tempi” di gente completamente sconosciuta: pochi nomi, mancanza di curriculum) non godeva di status alcuno. Figlio di nessuno, “papà” di una manciata di miseri bastardini. I continui richiami alla fantasia erano tutt’altro che apprezzati dalle culture più o meno egemoniche. Da quella cattolica a quella di sinistra. Per non tacere della voglia di evadere o di esplorare realtà non ben definite. A meno che morali, contenuti ed esiti non fossero diciamo così di un certo “gusto”. A tal proposito, Umberto Eco non ha usato mezze misure. Saranno stati gli intellettuali – qui la parolona ci sta – sarà stata la diffusione di riviste altamente specializzate, sarà stato che in Italia ciò che in un decennio è metallo di bassa lega nel successivo si trasforma in platino (o viceversa), ma quasi in fretta e furia tutto è cambiato.
Davanti a me – ordine rigorosamente alfabetico – Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, l’occasione è la sesta edizione di “Etna Comics, festival internazionale del fumetto e della cultura pop”. Il primo, grande autore di fumetti, ma anche orgogliosamente musicista e super-esperto di romanzi polizieschi. Due le serie alle quali è legato più delle altre. “Ken Parker” in coppia con Milazzo (creazione nel 1974, uscita nel 1977) il cui protagonista è tale e quale il Robert Redford di “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”, film di Sidney Pollack, sceneggiato tra gli altri da John Milius. E “Julia” criminologa dall’identikit a dir poco impegnativo: una Audrey Hepburn ma meno sbarazzina, in edicola più di vent’anni dopo. Nel terzo millennio, “Ken Parker” è quasi un oggetto di culto. Le complicate vicende editoriali – una serie di case editrici tra cui “Parker editore” e di ristampe – ma soprattutto umane e psicologiche dello stesso protagonista, guida e cacciatore, contribuiscono a renderla una serie pressoché unica nella storia del fumetto. Un restringersi dei tempi della storia, un’ininterrotta richiesta di attenzione. Una prova selettiva, per chi legge. Le citazioni di personaggi veri e inventati che arricchiscono il fascino degli albi. E quel finale “oscuro” che non ha mai smesso di incuriosire lettori e appassionati di saghe western. Dici Ken Parker e non parli solo di fumetto o “letteratura disegnata”. Giulio Cuccolini, critico e saggista: «C’è più riflessione filosofica in “Ken Parker” che in tanta spazzatura accademica circolante nelle università italiane».
Berardi ha modi signorili, parla con pacatezza quasi inglese (ha scritto una versione a fumetti di Sherlock Holmes) ha esperienza da vendere e molte cose da raccontare. Milazzo è un artista di sicuro carisma. Piemontese cresciuto professionalmente in Liguria nello studio “Bierrecì”. Disegna inizialmente il “mondo paperopolese”, poi lavora per la casa editrice Sansoni quindi approda alla Bonelli, allora Cepim. Crea personaggi – Ken Parker su tutti, ovviamente – e si occupa anche di arte sacra, di Garibaldi su commissione della Farnesina per il bicentenario della nascita dell’eroe, e illustra su testi di Fabrizio Calzia un volume dedicato a Fabrizio De André. Si dice certo del ruolo giocato dai “fumettari” all’interno della cultura italiana. Non una tipica intervista doppia la mia, ma domande appropriate con qualche necessaria “ripetizione”.

Maestro Berardi, se posso chiedere: quanto anni di carriera hai?
Quarantacinque.

Maestro Milazzo, anche tu hai un bel po’ di anni di carriera…
Ho iniziato nel 1971.

Berardi, per i miei amici “Ken Parker” è un fumetto diverso dagli altri. Anch’io la penso così. Naturalmente puoi dire “qualcosa” in proposito…
Ken Parker semplicemente ha attualizzato le storie. Cioè racconta la sua epoca. Un’epoca in cui i protagonisti erano pochi e tutti noi eravamo dei testimoni di ciò che avveniva o si decideva nelle alte sfere politiche ed economiche. Il mio personaggio è diventato un testimone che ha cercato dentro se stesso questi valori che non trovava più nella società, nelle leggi, nella politica.

Milazzo, tu somigli un po’ a Ken Parker, nel disegnarlo ti sei ispirato anche a te stesso?
All’inizio era solo Robert Redford, poi come necessità di disegno spesso si guarda a se stessi. Forse il mascellone un po’ ce l’ho anch’io, ma io ho i baffi in più… Sì me l’hanno detto in molti che somiglio a Ken Parker. E mi hanno anche chiesto se ho preso da me stesso. Chi fa questo mestiere è un po’ narcisista, no? Ripeto, forse è la necessità di realizzazione che ci porta a guardare noi stessi attraverso la specchio.

E della sua “scomparsa” cosa vuoi dirmi?
Vorrei dire innanzitutto di essere positivi. Nel senso che se uno conosce il personaggio sa che è un fumetto con una ferrea cronologia. Noi abbiamo lasciato nel ’98 Ken Parker sulla tomba di Ishi ed eravamo nel 1916. Questa storia si svolge nel 1908. Molti dicono: è morto! Noi non l’abbiamo lasciato con gli occhi chiusi, l’abbiamo lasciato ferito con gli occhi aperti. Bisogna vedere se daremo sequenzialità a questo personaggio – cioè io personalmente – o lo faranno altri come è avvenuto per altri personaggi ancora. Ho desiderio di fare cose nuove, come da qualche anno mi è capitato con Ettore Scola, con questo “Drago a forma di nuvola”, un film che lui non aveva realizzato dieci anni fa. Sto per approcciarmi alla seconda sceneggiatura che era rimasta nel cassetto. Questo è quello che mi aspetto dal futuro: nuove emozioni, nuovi incontri, senza perdere di vista le amicizie e ciò che, in qualche modo, mi ha aiutato ad essere me stesso.

Berardi per me rimane una questione fondamentale. In tutto questo tempo com’è cambiata la professionalità dell’autore di fumetti?
È cambiata molto, oggi ci si rende più conto di quella che è una professionalità ben precisa. Quando ho cominciato eravamo tutti degli amateur. I fumetti non si firmavano, gli editori non amavano neanche vedere le firme in copertina che venivano cancellate o spostate. Era un periodo pioneristico. Pian piano però ci siamo resi conto di quelle che erano le nostre possibilità e dunque l’influenza che potevamo avere sul pubblico, ma anche la critica e il pubblico stesso hanno cominciato a decretare un successo che era soprattutto di qualità. Quindi il fumetto è diventato letteratura disegnata.

C’è un periodo decisivo oppure un episodio, insomma un qualcosa per cui da quel momento in poi, a tua memoria, le professionalità sono cambiate?
Non ti saprei dire. Sicuramente è stato progressivo. Io però ho iniziato con le idee già molto chiare. Se tu leggi il primo numero di Ken Parker e la lettera di introduzione che ho scritto io, lì c’èra già un programma che in realtà seguo ancora oggi. Però, sai, io venivo dall’università, da un corso di studi, avevo probabilmente una consapevolezza maggiore di altri miei colleghi.

Milazzo, com’è cambiata invece la professionalità del disegnatore?
Le professioni cambiano a seconda dei tempi e delle nuove tecnologie. Ed anche degli imprenditori che investono. Adesso c’è meno professionalità da parte chi imprende, c’è più improvvisazione. Spesso sono i grandi imprenditori ad affidarsi a editor e a manager che magari hanno studiato ma che devono gestire soldi altrui. Sergio Bonelli gestiva i suoi e decideva come voleva, su quello che doveva mantenere, su quello che non doveva mantenere, sulle cose su cui investire, eccetera. Questi grandi editori hanno bisogno di un ritorno economico dei loro investimenti. Purtroppo il mondo editoriale richiede un tempo di produzione che non è quello dei sei mesi. Per fare un volume a fumetti occorre un tempo che va da uno a due anni, forse anche più, non parliamo poi delle serie che richiedono tempi ancora più lunghi perché è cambiato il lettore ed è anche cambiato il tipo di serialità possibile. Un tempo si usciva una volta al mese, oggi è molto difficile tanto è vero che gli autori francesi spesso fanno un volume di quarantasei pagine all’anno. Chiaramente nessun autore può fare cento pagine al mese, può farlo una volta e basta…

Insomma…
Insomma, questo mestiere richiede tempo; tempo per la documentazione perché il pubblico è molto più cosciente di quello di una volta che aveva bisogno solo di far galoppare la fantasia. Oggi è importante raccontare cose che producano emozioni, che offrano occasioni di conoscenza anche per chi ha meno possibilità.

Berardi credo che nei Sessanta, non per colpa tua, saresti stato definito un “semplice” artigiano. Vorrei sapere se già in quel periodo ti rendevi conto che prima o poi un riconoscimento di tipo diverso sarebbe arrivato…
Sono un artigiano tutt’ora. Ed è sicuramente la chiave di lettura del mio lavoro. Io non mi considero un artista, saranno gli altri semmai a deciderlo. Per quanto mi riguarda lavoro ancora coi ferri del mestiere, come un artigiano. Nel Sessantotto io c’ero. Sono uno di quelli che era per strada, ho preso le botte e un po’ le ho date, a Genova. Ne ho più prese però che date. E questo sicuramente mi ha aiutato ad avere idee più chiare. Mi ha aiutato a capire che volevo avere un ruolo nella vita, nel mio Paese, nella mia città. Dopodiché ho capito che piuttosto che andare in piazza con dei cartelli molto piccoli e dei bastoni molto grossi, era meglio stare a casa a leggere e a scrivere qualcosa che potesse arrivare non a dieci persone, ma a diecimila, centomila, duecentomila. Così è stato. Ho la fortuna di avere tanti lettori in tutto il mondo. “Ken Parker” è stato editato in sedici Paesi diversi, anche “Julia” ha una grande diffusione e tutt’ora continuo a raccontare le mie storie. Continuo a trovare gente come qui a Catania, città straordinariamente affettuosa, che mi accoglie con la simpatia e il sorriso del sud.

Milazzo, una volta quasi ci si vergognava ad essere lettore di fumetti. Ci si nascondeva dagli adulti, adesso è tutto diverso…
Anche gli adulti si nascondevano! Si sono nascosti fino a che “Repubblica” non ha fatto la collana sui fumetti. In quel momento improvvisamente anche l’adulto era orgoglioso di esporre il fumetto comprato insieme a “Repubblica”. Era come se ci fosse stato uno sdoganamento da un punto di vista mediatico. Era difficile, tanti anni fa, sorprendere un direttore di banca con un “Topolino” o un “Tex” in primo piano. Come se si trattasse di riviste porno.

Qual era il problema?
Un problema a livello culturale. Dipendeva dall’intellighenzia italiana che reputava il fumetto un sottoprodotto, fatto per persone poco colte o per bambini. In realtà il fumetto è come il cinema un mezzo di comunicazione. La bontà dei contenuti dipende dagli autori, non dipende dal mezzo. Tutto dipende dalla provincialità italiana. Si crede che se qualche cosa viene dall’estero è sicuramente un prodotto alto, se lo produciamo noi è un prodotto basso. Una scarsa considerazione che si ripercuote ancora oggi a livello politico, sociale, imprenditoriale e quant’altro. L’Italia ha il grande dono della creatività, mentre spesso si scambia la creatività con l’imprenditorialità e con l’industrializzazione. Tutte cose onorabili, ma creatività è quello che ti permette di realizzare cose nuove, di portare cultura. L’industria spesso – specialmente quella del dopoguerra – ha prodotto cose inadeguate che hanno rovinato interi paesi e intere location bellissime. Ho in mente Taranto, Conegliano, tante zone che sono state danneggiate dalla produzione dell’acciaio per le macchine, che andava benissimo ma forse noi eravamo destinati ad altro…

Berardi, in queste ore è morto Cassius Clay. C’è nel fumetto un Clay cioè un personaggio più grande di tutti? E se c’è cos’ha fatto per poterlo diventare?
Per molti anni la boxe è stato il mio sport preferito. Spesso l’ho portata nel fumetto. C’è un episodio di Ken Parker per esempio con lui boxeur. È uno sport che amavo, ne amavo la velocità, l’eleganza, lo stile, non la violenza. Clay o Muhammad Ali era il simbolo anche di una rivolta di una minoranza che voleva uno spazio, voleva avere una voce, non voleva essere sfruttata dai gangster che in America spesso stanno dietro ai combattimenti. È stato un simbolo importante, lui come i Beatles che hanno cambiato letteralmente un’epoca. Quindi oggi sono un po’ triste, ma gli sono anche grato e gli mando tutto il mio affetto…

Cosa dici riguardo al personaggio? Un personaggio o anche se vuoi un autore o un disegnatore che hanno cambiato il modo di approcciarsi al fumetto…
Sarò immodesto ma credo che Ken Parker sia quel personaggio. Insieme ad altri come Corto Maltese per esempio, ha dato sicuramente una svolta non solo al fumetto ma anche al modo di raccontare. Ken Parker ha eliminato le didascalie, ha eliminato i pensieri, ha creato una narrazione di tipo oggettivo anche molto vicina al cinema. Sono tutte cose che quarant’anni fa sembravano trascurabili, oggi sono state riprese, copiate. Hanno ispirato tanti autori. Insomma mi trovo papà di tanti giovani autori. E mi fa molto piacere.

Milazzo, esiste un’anima italiana nel fumetto o forse, come si diceva una volta, il fumetto italiano è solo un prodotto americano di esportazione…
No, io vedo come gli autori italiani magari pur facendo riferimento a stili giunti dalla Francia o dall’America, abbiano tutt’oggi la capacità di saper interpretare in maniera personale quello stile. Aggiungendo qualcosa di proprio, trasformandolo addirittura. Il fumetto italiano è forse uno dei migliori del mondo avendo ben presente che anche chi arriva dall’estero ha proprie capacità realizzative, però un italiano ha quella creatività che lo rende unico.

Se volessi fare il nome di un “creativo” italiano? Anche del passato…
Penso che Gino D’Antonio, Renzo Calegari, Ferdinando Tacconi, siano stati dei grandissimi autori. Senza dimenticare Sergio Toppi e Dino Battaglia. I nomi sono tanti. Spesso il mercato non gli ha offerto la possibilità di essere quello che erano. Senza dimenticare Andrea Pazienza che forse aveva bisogno di più tempo per esprimere qualità che non erano legate solo alla sua generazione…

Berardi, chi sono i tuoi maestri?
I miei maestri vengono fondamentalmente dal cinema, perché io a quattro anni frequentavo già le sale. Mi portavano i miei genitori, avevo uno zio che faceva il proiezionista quindi entravo al cinema gratis, il che per un genovese non è una cosa da sottovalutare… Dopo ho scoperto i fumetti perché i fumetti erano il cinema fatto in casa, quindi mi permettevano di fantasticare senza muovermi. Poi naturalmente è venuta la letteratura, sono venuti i grandi classici americani, Hemingway, Hammett, Raymond Chandler. Tutti, li conosco tutti. E contemporaneamente ho cominciato ad apprezzare John Ford, Howard Hawks, Akira Kurosawa. Io vengo da lì, il mio stile è stato mutuato da migliaia e migliaia di visioni. Praticamente ogni giorno sono andato al cinema, per tantissimi anni. Adesso non vado più tanto spesso, ma ogni sera vedo un film con un dvd o ripasso qualche altra trasmissione. Il cinema insomma mi ha influenzato moltissimo.


Nessun commento:

Posta un commento