mercoledì 12 ottobre 2016

Non sono un pensatore e gli intellettuali sono tutti morti (Marco Iacona intervista Massimo Fini)

La modernità di un antimoderno. Tutto il pensiero di un ribelle (Marsilio), é il nuovo libro di Fini formato da sei saggi scritti in periodi diversi. 


Chi sono i tuoi referenti culturali? Insomma quali sono le tue letture?
Lettura fondamentale è quella di Nietzsche.

C’hai scritto anche un libro…
Sì, però in questa raccolta non c’è. Di Nietzsche ho scritto una biografia dove il pensiero sta sullo sfondo. È una lettura che mi ha impegnato per trent’anni circa. Tenendo ben presente però quello che lo stesso Nietzsche dice: “non fa onore al suo maestro chi rimane sempre allievo”. Per cui poi me lo sono digerito a modo mio.

Invece gli autori autenticamente tradizionalisti o quelli che maneggiano un certo esoterismo proprio non li digerisci…
Non è che non li digerisca, è che c’è una notevole differenza. Quando ho scritto La ragione aveva torto? che è il primo di questi saggi ed è del 1985 mi hanno chiesto se avessi letto Evola e Guénon. All’epoca non li avevo letti, ma li ho letti dopo. Dicevo però che c’è una differenza di base. Nel senso che sia Evola che Guénon fanno riferimento a epoche non verificabili, “iperboree”, il mio approccio rimane in un certo senso illuminista, nel senso che io nel paragone tra società industriale e preindustriale faccio raffronti che si basano su dati. Il mio approccio resta tutto sommato illuminista anche se contesta gli esiti dell’illuminismo in modo radicale e mantiene dell’illuminismo solo due cose che sono proprio quelle sparite.

Sentiamo…
L’esercizio del dubbio sistematico e il dubbio si esercita innanzitutto su se stessi. Infatti La ragione aveva torto? conserva il punto di domanda. L’altra è la famosa frase di Voltaire: non condivido le tue idee ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerle. E mi pare siano proprio le due cose sparite in Occidente. Occidente… parola già inquietante perché ricorda Eurasia ed Estasia, questi grandi agglomerati che sono in 1984 di Orwell. L’Occidente pensa che i suoi valori, la sua cultura, le sue istituzioni siano i migliori dei mondi possibili e vuole imporli al mondo intero. Direi quindi che si tratta di un totalitarismo che contrasta con una base di partenza di tipo illuminista. Un totalitarismo tanto più grave per due motivi. Perché viene da una cultura che si pretende liberale e che invece diventa totalitaria. Perché dimentica che la nostra società, la cultura alle nostre spalle, non è solo giudaico-cristiana ma greca. Che è molto più profonda e da cui avremo da re-imparare molte cose. Il senso del limite innanzitutto, che è quello che l’Occidente ha perso. Mentre i greci ce l’avevano, tanto è vero che sul frontespizio del tempio di Delfi c’è scritto: “niente di troppo”. I greci procedono su questa linea. L’hybris e il delirio di onnipotenza dell’uomo invece vanno incontro all’invidia degli dei, quindi si attirano l’inevitabile punizione. Ma c’è un’altra cosa che riguarda il totalitarismo e i greci. Essi sono i primi a riconoscere la dignità dell’altro da sé. Quando Erodoto parla dei Persiani li descrive come crudeli, barbari e tutto il resto, ma non si sognerebbe mai di appioppare alla cultura persiana la cultura greca. I persiani sono persiani e i greci greci. Ed è proprio quello che manca oggi, non c’è nessuno che riconosce la dignità dell’altro da sé. Possono esistere però culture diverse di pari dignità, ed è l’insegnamento di Lévi-Strauss che non è un estremista talebano ma un filosofo e antropologo francese. E io mi identifico abbastanza in questo.

La “modernità” nel titolo. Cos’è per te modernità? Un pensare di tipo moderno, dunque un metodo, nuove forme politiche o un sistema economico?
Tutte questa cose, facendo però delle distinzioni. Per esempio Bacone che è alle spalle della rivoluzione scientifica dice che l’uomo è ministro della natura e alla natura si comanda solo ubbidendo ad essa, mentre noi invece ci siamo spostati in un’area in cui pensiamo di poter dominare e stravolgere la natura in tutti i modi. Questo è uno dei problemi della modernità, proprio l’allontanamento progressivo dalla natura che è estremamente pericoloso, perché la natura ha elaborato le sue leggi in milioni di anni. Un Nobel fa una straordinaria invenzione ma non è in grado di conoscere le varianti che mette in circolazione. Poi c’è la parte politica e qui siamo alle solite, cioè il noto discorso per cui la democrazia è il migliore dei sistemi possibili e tutti gli altri vanno in qualche modo abbattuti. La frase di Churchill che col suo senso dell’humor dice che la democrazia è il peggiore di tutti i sistemi ad eccezione degli altri non è sostenibile perché in realtà la democrazia come scrivo in Sudditi è un modo sofisticato per fregare la gente, soprattutto la povera gente, col proprio consenso.

E il sistema economico? Si parla di capitalismo…
Il problema è la rivoluzione industriale. Anzi quella scientifica, con quella industriale e con una serie di rivoluzioni molto complesse e a mio avviso poco studiate. Ma la questione nasce prima con l’affermazione del mercante come classe sociale importante. A Firenze, nel piacentino, poi nelle Fiandre; da lì hanno inizio i grandi spostamenti, anche perché cambia la percezione del tempo che secondo me è una delle cose decisive. Cioè si passa da un tempo ciclico che è il tempo della natura, delle stagioni, a un tempo dinamico che guarda al futuro. È la grande distinzione tra società statiche e società dinamiche. La nostra è una società dinamica ma questo dinamismo contiene anche i germi del suo crollo. Una società che si basa su una crescita esponenziale che è un’idea matematica ma fuori natura prima o poi andrà a “sbattere”. Di questo credo siano consapevoli anche i padroni del vapore, solo che pensano che la cosa non sarà immediata e quindi drogano il cavallo già dopato pensando che farà ancora qualche passo, poi saranno tutti morti, defunti, e noi non potremo neanche impiccarli al più alto pennone.

Passiamo al complemento del titolo. Si può essere antimoderni solo a parole ovvero sui libri o ci sono prassi e stili di vita prettamente antimoderni?
Mah, uno stile di vita antimoderno in una società come questa significa la solitudine. Comunque è possibile solo all’interno di una cerchia familiare, esistenziale, da un punto di vista politico non può nulla.

Siamo destinati a vivere la modernità allora?
Dipende, prima o poi si arriverà a un collasso. Ma c’è anche una variante. Come dire, credo che l’Isis sia un movimento decisivo nei confronti della modernità.

Quindi l’estremismo islamico ci fa rimettere i piedi a terra?
In qualche modo sì. Del resto bisognava aspettarselo dopo che per quindici anni muovi guerra al mondo islamico. Prima l’Afghanistan, poi l’Iraq, poi la Somalia, quindi la Libia. A un certo punto è nato un movimento veramente pericoloso per l’Occidente...

Parliamo dell’America. Tu per chi fai il tifo? Per Hillary Clinton, per Donald Trump o verosimilmente per nessuno dei due?
Per nessuno dei due! Basti vedere antropologicamente chi sono i fan dell’uno e dell’altro per capire da chi siamo guidati. Una cosa che fa rizzare i capelli in testa. Detto questo, pistola alla tempia, se dovessi scegliere sceglierei Trump per due motivi. Perché è meno ipocrita della Clinton e perché se fosse coerente, cioè se effettivamente seguisse la linea repubblicana, i repubblicani storicamente sono stati isolazionisti, ce li toglieremmo dallo stomaco. Ma non credo che lo farà…

Invece in Italia? Andrai a votare per il referendum? Hai già deciso?
No! La mia “religione” me lo vieta. Ho scritto un libro che si intitola Sudditi. Manifesto contro la democrazia, non credo alla democrazia né rappresentativa né diretta di un mondo globalizzato.

Ma a prescindere dal tuo voto come vedi la situazione politica in Italia?
Adesso non si può più fare un discorso sull’Italia perché tutto oramai è integrato. L’Italia è una paese che non conta assolutamente nulla. Se dovessi ragionare in termini relativi gradirei un’Europa unita politicamente e a guida tedesca. L’unico uomo di stato in circolazione è Angela Merkel.

Diventeremo una sorta di colonia della Germania? Sarà la nostra fortuna?
L’Italia purtroppo più di ogni altro paese è colonia degli Stati Uniti. Abbiamo seguito gli americani in tutte le loro avventure. Pensa semplicemente al rapporto col mondo islamico: questi qui ce li abbiamo sull’uscio di casa quando non dentro. Gli americani ce li hanno a diecimila chilometri di distanza. Se vogliamo ragionare in questi termini, con i paesi arabo-musulmani, una politica intelligente l’aveva fatta Giulio Andreotti. Ed era un’epoca difficile perché l’alleanza con gli Stati Uniti allora era obbligata essendoci l’Unione Sovietica, oggi sarebbe molto meno difficile dato che l’Urss non esiste più. Non so. Basta vedere la guerra alla Libia voluta da francesi e americani andata totalmente contro i nostri interessi no? A parte che sono tutte guerre a stati sovrani rappresentati all’Onu che non hanno avuto la copertura dell’Onu, il quale va “su e giù”, insomma quando c’è c’è e quando non c’è si fa lo stesso. Ma sì, se dobbiamo essere servi di qualcuno preferirei esserlo dei tedeschi e non degli americani.

In Italia chi stimi come intellettuale? Ti confronti con qualcuno anche giornalmente o preferisci la solitudine?
Gli intellettuali che ho conosciuto sono morti. Pasolini per dirne uno.

Hai avuto rapporti intellettuali con lui…
Sì, un paio d’anni finché non è stato ammazzato. Gli altri sono intellettuali di nicchia come Ceronetti e molto anziani. Quella che è sparita però non solo in Italia ma nel mondo occidentale è una filosofia che orienti la politica. L’ultimo filosofo vero è stato Heidegger che era attivo negli anni trenta e che ha posto una delle questioni fondamentali della modernità che è il rapporto con la tecnica. Comunque a un livello molto meno alto c’è Galimberti che fa un discorso per una parte simile al mio però poi la conclusione è che dobbiamo arrenderci alla tecnologia. Ma questo non è certamente ciò che penso.

Che ricordo particolare hai di Pasolini? Tu l’hai conosciuto negli anni settanta…
La prima volta che l’ho conosciuto è stato ovviamente per un’intervista. Lui viveva in una casa all’Eur molto borghese. Io ero all’Europeo. Vorrei dire due cose: in genere l’intervistato stende il suo tappeto e la cosa finisce lì. Pasolini invece era uno molto interessato al suo interlocutore anche per questo è nata quella che non posso definire un’amicizia ma una buona conoscenza… Lui non aveva nulla all’apparenza dell’omosessuale ma a un certo punto, eravamo su questa terrazza, entra la madre e si trasforma, diventa tutto un “pucci pucci” “micio micio”, si infantilizza e lì capisci l’omosessualità. Poi nel pomeriggio è arrivato Ninetto Davoli e lì c’è un altro Pasolini. La sera mi portò in un quartiere di Roma allora molto malfamato che si chiamava il “Pigneto”, secondo me non si va in quei posti con un’Alfa Romeo se non per sfidare il pericolo. C’era insomma una qualche attrazione per la morte. È una sintesi ovviamente, potrei raccontarti altro...

A proposito di Pasolini e della sua morte, hai avuto rapporti anche con Oriana Fallaci no?
C’ho lavorato all’Europeo nel periodo 1972-79.

Secondo te merita questa fama di “bandiera” dell’Occidente? Lei era già un “tipino”…
Quando l’ho conosciuta io era antiamericana. Sì. Abbiamo avuto rapporti abbastanza stretti anche per un’autobiografia che le avevano chiesto e che non aveva voglia di fare e che chiese a me di fare. Comunque quando si girava per Firenze bisognava sempre nascondersi dietro una colonna, in un androne, in un palazzo perché era inseguita dagli agenti segreti americani. La sua era megalomania. Allora io sorridevo di questa megalomania considerandola innocente, ma forse tanto innocente non era e lo si è visto dopo. Comunque l’ho conosciuta in un buon periodo nel senso che stava con Panagulis, lui che era un “bon vivant” la trattava letteralmente a ceffoni e lei si chetava. Era l’unico modo di trattare l’Oriana. Così dava anche un limite al suo iper-ego. Morto Panagulis ha dilagato nella direzione che conosciamo.

Un intellettuale dei nostri giorni come Diego Fusaro pensi che dica qualcosa di interessante? In ogni caso ha un buon seguito…
Sì, seguito ne ha di sicuro. Ma bisogna aspettare un po’ perché è ancora molto giovane…

È un bravo compilatore di volumi, prende qua e là da vari filosofi, Marx, gli idealisti e poi dal suo maestro Costanzo Preve. Per il resto non saprei…
Te l’ho detto prima, i filosofi nel senso vero della parola non ci sono più. Il fatto stesso che io sia considerato un pensatore dice quanto siamo caduti in basso, insomma.

Beh, non buttarti giù. Le cose che scrivi hanno un loro peso, peraltro hai una tua originalità: il libro sul mullah Omar per esempio non penso avrebbe potuto scriverlo qualcun altro in Italia…
Ho il coraggio del coraggio [ride]. La mia forza, oltre che una buona qualità di struttura, è che dico con franchezza quello che penso. E non vuol dire ovviamente che sia giusto ma è quello che penso. Poi se ti riferisci al mullah Omar in realtà non è quello che penso; è una storia che è documentata, che fa a pezzi tutto il politically correct occidentale. A me serve il mullah Omar per raccontare la storia afghana degli ultimi venti anni. L’Afghanistan è il classico esempio di una cultura che non ne accetta un’altra no? I sovietici hanno fatto grandi distruzioni materiali in Afghanistan dopo dieci anni di guerra, ma non si sono sognati di imporre alla società afghana i valori comunisti, mentre noi abbiamo fatto grandi distruzioni materiali e nello stesso tempo siamo stati devastanti sul piano culturale. Abbiamo voluto imporre a questo mondo totalmente altro i nostri valori o pseudo-valori. Quando penso che oggi a Kabul ci sono programmi tipo X-Factor mi verrebbe voglia di prendere il kalashnikov.

Senti, dove scrivi adesso?
Sul Fatto, per le insistenze molto affettuose di Marco Travaglio.

È davvero uno dei migliori quotidiani che ci sono in Italia, tra i più coraggiosi, o è solo uno spazio e lì ti adatti?
Io ho lavorato in molti giornali. Per me il discrimine è di poter scrivere solo ciò che penso. Se questo c’è a me va bene, insomma.

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