venerdì 16 dicembre 2016

I settant’anni del Movimento Sociale Italiano


È solo una battuta, me la gioco subito. Il 26 dicembre 1946 – cioè settant’anni fa – nasceva il Movimento Sociale Italiano. Secondo tradizione, il 26 dicembre i nostri teatri inauguravano la stagione di carnevale. Volendo procedere su questo registro ce ne sarebbero di episodi vecchi e nuovi da narrare, ma la politica già di per sé divertente mal sopporta – è stato abbondantemente verificato – risatazze e ironie “fuori luogo”. La satira è roba seria per realtà serie. Tutto qui.
Detto questo parlare del Msi dal punto di vista della percezione mi si passi il termine scientifica del fenomeno “destra” è oltremodo imbarazzante. La nascita di una storiografia, più o meno credibile, è roba dell’altro ieri. Dal lato dei “nemici” la parentesi missina – chiusa con la nascita di Alleanza Nazionale – è una sorta di girone infernale da cui fuggire a rischio dell’azzeramento di ogni ambizione euristica. C’è chi taglia corto: i missini "nun se l’è filati mai nessuno". Ovvia responsabilità di una cultura sinistroide che ha nullificato l’opposizione – quando lo è stata opposizione – a destra della Dc, colpa degli “umori” di lungo periodo che hanno costretto il fascismo a babbo morto a farsi topo tra i gatti del nuovo potere. Responsabilità anche di una destra che non solo non è mai riuscita a narrarsi nelle sue divergenti idealità – sciocchezze a parte – ma non comprendendo il valore del cosiddetto Storytelling non è riuscita a costruire un percorso credibile che andasse al di là dei malpancismi d’avvio settimana. Le “dolci memorie” hanno occupato il campo del descrivibile. Dovendo svolgere una ricerca sugli anni cinquanta, a Palermo venni liquidato con un «storia vecchia, non serve a nessuno!». Perpetuità in apparente contraddizione col peccato di voler riprodurre – o essere costretta a farlo – oneri e onori del “bel tempo” che fu. Un esempio su cui operare: sulle questioni economiche e del lavoro, sulla spinosa questione del rapporto tra i protagonisti del ciclo produttivo, nonostante fiumi di paroliberismo, non si è mai andati oltre un approccio autoritario, al più paternalistico.
Roba che settant’anni fa riempiva le pagine dei giornali (non sapete quanti) insieme ai dibattiti di lunghissima durata su cosa in realtà dovesse essere il Msi. Movimento e non partito – portatore di istanze passibili di unanimità – di destra o di sinistra? Erede diretto della Rsi coi suoi valori sociali – si veda la Carta di Verona – o elettoralmente preda del meridione d’Italia già qualunquista, che caduto il fascismo fece quanto gli era possibile per non trovarsi i comunisti in casa? A chi accusa il Msi di aver indugiato a lungo su certi nodi con tanto di logiche spaccature interne (ma è nato prima l’uovo o la gallina?) si potrebbe replicare che in un contesto democratico, strategie e spazio politico “esterno” valgono quanto e oltre le comuni forme soggettivanti. Il Msi poteva ben essere più a “sinistra” di un Pci che ambiva a farsi anch’esso partito-stato ma opporsi idealmente e perfino geometricamente ai togliattiani era uno dei primi obiettivi del Movimento. L’altro tema era quello relativo alle relazioni in scena e nel dietro le quinte tra Msi e Stati Uniti. Su queste Giuseppe Parlato ha speso parole definitive. L’“aiutino” americano ci fu ed anzi nella mente di un’intera ala missina della prima ora, quella romualdiana, balenava l’idea di creare un partito costruito sui valori occidentali con alleati comodamente reperibili. Ad essa, inizialmente, si contrappose l’ala del “partito dei reduci”. Quest’ultima finì per vincere e il suo leader era Giorgio Almirante.
La storia del Msi è lunga, strapiena di svolte, biforcazioni, micro e macroscissioni (come non riconoscere nelle ricorrenti spaccature le feroci battaglie tra i marziani verdi e rossi di Thark, Warhoon, Helium e Zodanga narrate da Edgar Rice Burroughs). Per opinione comune il Msi è un modellino nella vetrina di una “destra” poco o punto visibile. La casa editrice Rubbettino ha da poco stampato un volume a cura di Giovanni Orsina, “Storia delle destre nell’Italia repubblicana” utilizzato come testo base anche nelle università. E la notizia è certamente positiva. “Sorpresissima”, ci accorgiamo di avere a che fare con una pluralità di soggetti politici: destra democristiana, missina, liberale, monarchica, leghista, berlusconiana, più la destra estrema e quella antipartitocratica. Un mosaico incomposto di idee, storie – alcune nobilissime – e finalità. Variabili e varianti di una borghesia autenticamente viva e di quel ceto medio di cui s’occupò Renzo De Felice nelle sue “interpretazioni” del fascismo. Questa e quello più che mai protagonisti a partire dagli inizi del Novecento. In definitiva, cos’era Alleanza Nazionale nata dalle ceneri del Msi e morta anch’essa se non un coagularsi di idee spurie dopo anni, come s’usa dire, di riflessioni?
A un certo punto dopo la completa disfatta sessantottina (ne parla tra gli altri e a proposito di memorie Franco Servello in uno dei “pezzi” migliori della memorialistica targata Msi: “60 anni in Fiamma” – Rubbettino 2006), parte della destra missina soprattutto quella giovanile, che per vivacità non era mai stata seconda a nessuno, pensò di dover svoltare aprendo alle istanze extrapolitiche. Un po’ tutti cominciavano a guardare al di là del conosciuto. Anche qui le interpretazioni divergono: cercava di vedersi con occhi nuovi ovvero si trattò della più classica delle vendite di fine stagione? Tutto o quasi nasceva, in quel contesto, dall’ex evoliano Pino Rauti che preferiva i capitoli intellettuali a quelli più propriamente agonistici. E che riprendeva tra l’altro la mai sopita polemica di un Movimento non di destra che all’elettorato di sinistra avrebbe dovuto guardare. Sulla “nuova destra” così definita e che ha partorito le migliori menti di quel variegato ambiente, seppur in essa abbia trovato terreno fertile la coltura di un nevrotico utopismo, sono stati versati ruscelli d’inchiostro. È certo comunque che la “destra” rautiana favorisce l’analisi di temi nuovi: dall’ecologia al ruolo della donna. Ovvio che la tesi del conservatorismo quanto mai necessitante, contenuto nell’idea spuria di tradizione, dovesse prima o poi fare a cazzotti con un’antitesi costituita da ogni atomo di realtà. Quella realtà – leggi contemporaneità – che avrebbe dovuto essere il faro di un intero Movimento ma che dovette fare a pugni con temi e tesi d’ogni genere con annessi referenti da bollino “anticonformista”.
A settant’anni dalla fondazione presso lo studio Michelini, il coraggio di raccontare il Msi nel migliore dei modi è stato trovato dalla fondazione “Alleanza Nazionale”. Ha allestito una mostra a Roma in via della Scrofa, visitabile fino al 10 febbraio, a cura di Parlato (si tratta dunque di una mostra seria) dal titolo “Nostalgia dell’avvenire”. Ce n’è per tutti i gusti come in fondo è nel Dna del Msi nato come movimento di sintesi che intendeva opporsi – con energie e modalità cangianti – alle trasformazioni inaugurate negli anni quaranta. Una destra che ha sempre vantato il proprio “speciale” rapporto con la base degli aderenti, un rapporto emotivo e non di mera utilità (tipico di certa borghesia, il primo non il secondo). Non c’è dibattito, discussione o chiacchierata tra amici all’interno dei quali non salti fuori il carattere emozionale della militanza missina. La diversità dell’uomo di destra baciato dalla fortuna di possedere – secondo le grazie della sua autoreferenzialità – una visione del mondo in luogo di una mera ideologia di sostanza althusseriana.
Per chiudere ma per restare nel racconto. Il 7 ottobre a Catania, all’interno del contenitore “MuovitItalia 2016” (una tre giorni organizzata tra gli altri da Forza Italia e dal gruppo del Ppe al Parlamento europeo) si sono dati appuntamento Fabio Fatuzzo, Nello Pogliese, Guido Lo Porto, Biagio Pace e Marcello Tricoli. E con loro Giuseppe Amato e Altero Matteoli. A parlare del Msi in uno dei “centri” nei quali la destra ha trovato risorse umane in grado di cavalcarne idee e strategie. Per chi non lo sapesse Catania è stata città “nera” per elezione prima negli anni cinquanta poi nei settanta; proprio lì un ventennio dopo la destra è diventata forza di governo locale. Non ci si poteva augurare che tutti la pensassero allo stesso modo. Come volevasi dimostrare, le posizioni emerse – due e sembrano pure poche – si perdono nel cielo dell’“ora zero”. E non solo di quel che fu si è discusso, sarebbe già stato sufficiente, ma di eventuali strategie per un futuro più o meno immediato. Una “destra-destra” da un lato pronta a rilanciare temi fondanti, non disposta a farsi irretire da tentazioni centriste, e una destra da “centro-destra” disposta a tessere alleanze allo scopo di accedere alle stanze del potere. Destra maggioritaria versus destra minoritaria (della sinistra nessuno parla, ovvio). Uno scontro alla base della sostanza del partito dei fascisti in democrazia e non solo. Partito degli sconfitti – e sai quanti ne trovi – in grado di testimoniare valori in qualche misura “eterni” destinato a un’esistenza grama o nominale, o partito di destra per così dire moderna in grado di ri-candidarsi alla guida del paese?
Lo schema grossomodo è questo. Nulla di nuovo sotto un sole che “illumina” questioni di trascorsa geografia o geologia. E sempre in attesa che gli interessati – quelli dal cuore caldo – ci spieghino il peso delle variabili empiriche all’interno delle loro affannose meditazioni.



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